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Migranti, la rivolta dei governatori contro i nuovi centri per il rimpatrio

(ansa)
Il governo annuncia il varo di un nuovo piano, ma dai territori monta la protesta
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«Località a bassissima densità abitativa e facilmente perimetrabili e sorvegliabili». Così ha detto Giorgia Meloni indicando i criteri con cui dovranno essere scelti i luoghi dove dovranno sorgere i nuovi Cpr. La caccia al luogo giusto e già partita, e anche la resistenza degli amministratori locali.

Uno per regione, il ritornello che si sente ripetere da anni da tutti i governi che hanno creduto nella via dei rimpatri (presunti) per arginare i flussi migratori, senza che nessuno però ci sia riuscito. Neanche il governo Meloni, che già a dicembre ha stanziato i fondi necessari e a marzo, con il decreto Cutro, ha pure previsto procedure semplificate. Ma niente: neanche un’idea di dove farli. E adesso che un nuovo decreto ripropone la stessa scelta ma con più urgenza, i governatori nicchiano. Chi il Cpr in casa ce l’ha già come Fedriga in Friuli Venezia Giulia plaude alla «svolta». Giani in Toscana annuncia barricate, Bonaccini sottolinea di non essere stato interpellato da nessuno, Kompatscher fa sapere che l’Alto Adige è pronto, ma solo per gli espellendi di casa sua. E persino il leghista Luca Zaia non sembra molto collaborativo. Dice di non saperne nulla e precisa che comunque nell’efficacia dei rimpatri non crede affatto: «È come svuotare il mare con un secchio», taglia corto.

Il governo annuncia il varo entro due mesi del “piano Cpr”, o meglio della lista dei luoghi individuati: ex caserme, edifici militari dismessi, strutture civili abbandonate che il Genio militare avrà il compito di rimettere in sesto con i 42 milioni di euro già stanziati. Se ne parlerà, ben che vada, in inverno. Per i prossimi mesi ci si dovrà accontentare dei 619 posti attualmente disponibili nei 9 centri funzionanti: sono a Bari, Brindisi, Caltanissetta, Gradisca d’Isonzo, Macomer, Milano, Potenza, Roma e Trapani mentre il decimo, quello di Torino, è al momento chiuso per ristrutturazione. A questi si aggiunge il nuovo Cpr di Pozzallo, destinato ai rimpatri rapidi di chi arriva da Paesi sicuri e dovrebbe essere respinto alla frontiera dopo l’esame accelerato (entro 5 settimane) della sua richiesta di asilo.

Troppo pochi i posti attuali secondo la premier, che ha accusato i governi di sinistra di aver ridotto la capienza al minimo. Ma — secondo i dati forniti ieri dal Garante dei detenuti — i 619 posti disponibili non sono neanche tutti occupati, ne rimangono vuoti una trentina e le percentuali dei migranti trattenuti e poi effettivamente rimpatriati non vanno oltre il 50%: insomma, uno su due. Anche perché l’Italia non ha accordi con la maggior parte dei Paesi d’origine e quelli che ha funzionano a rilento.

L’individuazione dei nuovi Cpr non sarà facile, i governatori pronti a collaborare si contano sulle dita di una mano. Tutti sanno che, soprattutto con tempi di trattenimento così elevati, i centri si tradurranno in luoghi di rivolta. Particolarmente preoccupati i presidenti delle Regioni (dodici) che oggi non hanno centri sul loro territorio. A guidare il fronte del no, il toscano Eugenio Giani: «Non darò l’ok a nessun Cpr in Toscana. Si stanno prendendo in giro gli italiani. Prima rispondi a come integrarli e accoglierli, dar loro da mangiare e dormire. Poi, parli anche di quei casi isolati nei quali poter prevedere la lunghissima procedura di rimpatrio». Più cauto Stefano Bonaccini, al timone di una Regione, l’Emilia, che non ha firmato lo stato di emergenza: «Se qualcuno vuole costruire un Cpr da qualche parte, ci dica dove. Immagino che al governo scommettessero sul fatto che non sarebbe arrivata un’ondata come questa. Qualcuno a Roma ci chiami e ci spieghi cosa vogliono fare». Da sinistra, si continua a insistere sull’accoglienza diffusa: »È quello che serve per redistribuire un carico molto pesante».

E preoccupati sono i sindacati di polizia, che fanno i conti con il numero di uomini (almeno 600) che servirebbero per la sorveglianza dei nuovi centri. «Vere e proprie bombe sociali», secondo il segretario del Silp Cgil Pietro Colapietro: «Con quali uomini dovrebbero gestirli, se nelle principali città italiane poliziotti e carabinieri sono in sofferenza di organico?».

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