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Migranti, il cardinale Montenegro: “Le frontiere chiuse non servono, senza figli tra qualche anno saremo noi a cercarli”

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Nel 2013 accolse il Papa a Lampedusa. “Da allora non credo che si sia fatto tutto quello che si poteva fare”. Chiudere le frontiere? “E’ come fermare il vento. Stiamo dicendo loro ‘statevene a casa’ ma casa loro è inabitabile”
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I blocchi navali non servirebbero a niente. “Il vento lei riesce a fermarlo?”, domanda il cardinale Francesco Montenegro, 77 anni. Nel 2013 da arcivescovo di Agrigento accolse a Lampedusa Francesco in occasione del suo primo viaggio da Papa. Oggi è amministratore apostolico di Piana degli Albanesi, dove 400 anni fa arrivarono appunto gli albanesi. “Oggi qualcuno parlerebbe di un’invasione…”, nota sornione. Il porporato siciliano critica l’Unione europea (“Unione degli egoismi”, la definisce), ma spiega senza mezzi termini che prolungare i tempi di permanenza nei centri per il rimpatrio o ipotizzare frontiere chiuse e blocchi navali non è la soluzione. “Ci dobbiamo convincere che è iniziato un futuro che è multietnico, multireligioso e multiculturale”, dice questo porporato che solo pochi mesi fa ha accompagnato la ong Mediterranea Saving Humans dal Papa. Tra qualche anno, Montenegro ne è convinto, “saremo noi ad alzare il telefono e dire: non abbiamo più giovani, venite ad aiutarci pe…

I blocchi navali non servirebbero a niente. “Il vento lei riesce a fermarlo?”, domanda il cardinale Francesco Montenegro, 77 anni. Nel 2013 da arcivescovo di Agrigento accolse a Lampedusa Francesco in occasione del suo primo viaggio da Papa. Oggi è amministratore apostolico di Piana degli Albanesi, dove 400 anni fa arrivarono appunto gli albanesi. “Oggi qualcuno parlerebbe di un’invasione…”, nota sornione. Il porporato siciliano critica l’Unione europea (“Unione degli egoismi”, la definisce), ma spiega senza mezzi termini che prolungare i tempi di permanenza nei centri per il rimpatrio o ipotizzare frontiere chiuse e blocchi navali non è la soluzione. “Ci dobbiamo convincere che è iniziato un futuro che è multietnico, multireligioso e multiculturale”, dice questo porporato che solo pochi mesi fa ha accompagnato la ong Mediterranea Saving Humans dal Papa. Tra qualche anno, Montenegro ne è convinto, “saremo noi ad alzare il telefono e dire: non abbiamo più giovani, venite ad aiutarci perché non ce la facciamo”.

Sono passati dieci anni da quando lei accolse a Lampedusa papa Francesco e pochi giorni fa sul molo dell’isola è stato sbarcato un neonato morto: dal 2013 non è cambiato nulla?

“Noi ci commuoviamo giustamente per un neonato morto, ma dovremmo commuoverci per ogni persona che muore. Si è perso il conto di quanti bambini sono morti. Da quel giorno, quando il Papa gettò sul tavolo la carta dei migranti in maniera forte, non credo che si sia fatto tutto quello che si poteva fare”.

Francesco ha detto che il Mediterraneo è diventato un cimitero.

“E’ vero. Si sta combattendo una guerra senza armi. Se dovesse succedere con un singolo terremoto rimarremmo colpiti, sta succedendo a rate e ci siamo abituati, al limite diciamo “poveretti””.

L’aumento degli sbarchi significa che c’è una emergenza? C’è chi lo ha definito un “atto di guerra” contro l’Italia…

“Io rifiuto il termine emergenza: è vero che adesso è un momento particolare ma si tratta ormai di un fatto strutturale. L’ho sempre detto e lo ripeto: dobbiamo aspettarci che arrivino i barconi, la situazione non cambierà perché in Africa la situazione non sta cambiando. Stiamo dicendo loro “statevene a casa” ma casa loro è inabitabile, e quindi loro devono lasciarla”.

La causa è anche il cambiamento climatico: l’aumento delle temperature, la mancanza di acqua…

“Già sono iniziate le guerre dell’acqua. Prima c’erano le guerre del petrolio ora ci sono le guerre per l’acqua. Nel mondo ci sono 59 guerre per adesso, il che vuol dire che in 59 posti, per un motivo o per un altro, si muore. Il clima non vale quanto una guerra? Se non ho acqua, se non ho da mangiare, se non ho il necessario per vivere devo scappare. Stavolta la guerra me la fa la natura: ci ho giocato e ora si sta vendicando”.

Mente il Papa chiede di "accogliere, accompagnare e integrare" i migranti, il governo ha annunciato più centri per il rimpatrio (cpr) e tempi più lunghi di permanenza, 18 mesi: è la soluzione giusta a suo avviso?

“Non credo che sia la soluzione giusta. Allungare i tempi mette queste persone in situazione di grande difficoltà. Il rimpatrio a noi viene comodo perché ci fa stare bene come gente occidentale e civile. Un vescovo algerino una volta mi disse: ‘Voi li rimandate indietro ma la maggior parte di chi torna indietro si mette a mendicare per vivere e muore, c’è chi finisce in carcere e muore, e c’è chi prende la strada del deserto ed è destinato a morire’. E poi concluse: ‘Questa gente è già morta’. Sono parole che mi fanno male”.

Il Papa sta per andare a Marsiglia dove incontrerà vescovi da tutto il Mediterraneo, riuniti al di là delle nazionalità. In Europa, intanto, si rafforza l’idea di difendere i confini esterni dell’Unione europea: è la cosa giusta da fare?

“Non so se certe forme di nazionalismo sono la soluzione. Ci dobbiamo convincere che è iniziato un futuro che è multietnico, multireligioso e multiculturale. Grazie ai mezzi di comunicazione, grazie alle conoscenze che si hanno non siamo più ai tempi di 50 o 70 anni fa. Sono stato in Tanzania, c’erano capanne di fango, con tetti di paglia, senza mobili e solo pezzi a terra, e dentro le capanne c’erano televisioni dove si vedevano gli spettacoli dell’occidente: certo che a vedere quel benessere l’acquolina in bocca ti viene. Gli albanesi vedevano la televisione italiana, e chi è che guardando certe pubblicità non vuole quelle cose? Ricordiamoci, poi, che noi andiamo a prendere le materie prima dall’Africa: è strano che un continente ricco come l’Africa sia povero e i ricchi siamo noi con la loro roba”.

Il Papa ha fatto spesso appello alla solidarietà europea ma di solidarietà tra paesi europei in queste ore se ne vede poca.

“Non se ne vede solo perché ogni tanto si incontrano… come battuta dico che Ue è una Unione degli Egoismi, che non fa Unione europea. Se ci fosse un’Europa unita incominceremmo a dividerci i pesi, un po’ di qua e un po’ di là, anche perché tutti quelli che arrivano non vogliono rimanere in Italia. L’Europa questo non lo vuole capire, come se dovessimo salvare la nostra identità annullando l’identità degli altri. Ora la Francia ha messo i soldati, domani noi mettiamo i carri armati, e così diventa un problema di pubblica sicurezza e non di mondo che cambia. Quando si spostano i popoli è il mondo che sta cambiando. Nel mondo sono 260milioni i migranti, qualcuno li ha chiamati il sesto continente. I continenti sono sei, inventiamo un mondo nuovo dove bisognerà stare insieme. Avremo italiani mulatti, italiani con occhi di mandorla, ci stiamo scambiando”.

Ad alcuni questo può far paura.

“Può far paura e la paura si può superare. Abbiamo accolto gli ucraini, molti, e non abbiamo fatto problemi perché erano come noi. E poi si dice che il diverso, diverso per colore della pelle, se ne deve stare dov’è. Ma potevamo dire agli ucraini statevene dove siete, lasciateci in pace?”

Il sistema dell’accoglienza intanto è al collasso, con centri sovraffollati e nuove tendopoli in via di costruzione: quale è la posizione della Chiesa?

“Quando le prefetture devono creare luoghi di accoglienza a chi si rivolgono? Spesso alla Chiesa. E quante famiglie hanno aperto le porte? Ricordo bene cosa fece la gente quando arrivarono 10mila immigrati a Lampedusa, e ancora in questi giorni ho visto ad esempio gli abitanti dell’isola che hanno organizzato una spaghettata con i migranti. La gente cerca di rispondere come può perché la gente ancora un cuore ce l’ha. Una nazione che si vuole organizzare si mobilita, vede cosa si può fare, spiega. La gente va anche un po’ preparata. Ricordo di aver detto ad un commissario di spiegare alla gente di Lampedusa cosa stava avvenendo, quali erano le prospettive. ‘Ma io non posso perdere tempo a bussare porta a porta’…. Ricordo una volta che stavo in un paese del nord, andai a letto la sera e la mattina dopo erano arrivati 400 stranieri e nessuno ne sapeva niente. L’Italia da sola non può sopportare tutto il peso, ma ci si può organizzare. Una volta si fece un conto che se ogni paese avesse dovuto prendere i migranti ne sarebbero andati otto a paese. Questo per dire che i numeri se lavorati bene non sono spaventosi”.

Intanto in Italia la denatalità è acclarata e tanti paesi, soprattutto nelle aree interne, si svuotano: come trasformare l’immigrazione in una possibilità positiva?

“Pensiamo alla sanità. Al nord Italia ci si lamenta perché negli ospedali mancano infermieri e dottori e c’è bisogno di chi viene da fuori. O pensiamo alla scuola. Se dovessimo togliere tutti i ragazzi stranieri che vanno nelle scuole elementari, quante migliaia di insegnanti rimarrebbero senza lavoro? O pensiamo alla previdenza. Alcuni anni fa si disse che coloro che vengono messi in regola e pagano i contributi pagavano la pensione a 640mila italiani, numeri che immagino nel frattempo siano solo aumentati”.

La politica sta interpretando correttamente il disagio degli italiani o sta cavalcando le loro paure?

“Non sono un politico ma noto che la politica è confusa. Il problema è quanto vale l’uomo e credo che alla politica questo non interessi. Quando fui ospite del Consiglio europeo qualcuno mi disse che uno dei guai era che al centro dell’Europa si era messo il denaro e non l’uomo. Si costruisce una realtà attorno all’uomo dimenticando l’uomo”.

Per tornare a Lampedusa: la missione Mare Nostrum, nata dopo la tragedia del 3 ottobre 2013, salvò oltre 100mila persona in un anno, oggi invece si è tornati a parlare di blocco navale… le sembra la direzione opportuna?

“I blocchi non cambieranno niente. Il vento lei riesce a fermarlo? Se io chiudo la porta il vento da qualche parte deve passare. Questa gente vuole vivere, e rischia per questo. Molti me lo hanno detto: l’unica possibilità è andarcene, se restiamo qua moriamo, sfruttiamo questa possibilità, se ci riesce siamo salvi altrimenti moriamo. Un fatalismo che ti fa star male, come giocare alla roulette con la pistola. È gente che ha voglia di vivere, di lavorare, di mostrare le sue capacità. Tra 20 anni la maggioranza dei giovani sarà africana, se noi vogliamo muscoli, braccia e cervelli dobbiamo guardare da quel lato. E saremo noi ad alzare il telefono e dire: non abbiamo più giovani, venite ad aiutarci perché non ce la facciamo”.

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