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Un ventre artificiale per far crescere i bimbi prematuri. Oggi il responso dell’Fda negli Stati Uniti

I test sugli agnelli

 
È un sacco di plastica riempito di liquido amniotico. Il bimbo sarebbe legato alla macchina tramite il cordone ombelicale. I neonatologi: “Aumenterà le chance di sopravvivenza dalla 20esima settimana, non sostituirà il ventre materno”
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Un bimbo prematuro, in bilico tra la vita e la morte, con la consapevolezza che il suo futuro sarà forse costellato da malattie. Se nascerà al Children’s Hospital di Philadelphia, i suoi genitori potrebbero trovarsi davanti a un bivio. Dovranno scegliere fra le cure tradizionali in terapia intensiva neonatale o la sperimentazione di una soluzione nuova, promettente ma rischiosa: la placenta artificiale.

La placenta artificiale è un sacchetto di plastica trasparente che mima la placenta naturale. E’ riempito di un liquido che mima il liquido amniotico e dotato di un sistema di tubi che mimano il cordone ombelicale, al cui interno scorrono sostanze nutrienti il più possibile simili a quelle fornite dalla madre. E’ un ambiente in cui - si spera - un bambino prematuro può guadagnare giorni, forse settimane, per arrivare un po’ più pronto all’appuntamento con la vita. La gestazione dura 40 settimane, ma già 32 o 34 sarebbero sufficienti.

L’Fda, l’ente regolatorio americano che autorizza le…

Un bimbo prematuro, in bilico tra la vita e la morte, con la consapevolezza che il suo futuro sarà forse costellato da malattie. Se nascerà al Children’s Hospital di Philadelphia, i suoi genitori potrebbero trovarsi davanti a un bivio. Dovranno scegliere fra le cure tradizionali in terapia intensiva neonatale o la sperimentazione di una soluzione nuova, promettente ma rischiosa: la placenta artificiale.

La placenta artificiale è un sacchetto di plastica trasparente che mima la placenta naturale. E’ riempito di un liquido che mima il liquido amniotico e dotato di un sistema di tubi che mimano il cordone ombelicale, al cui interno scorrono sostanze nutrienti il più possibile simili a quelle fornite dalla madre. E’ un ambiente in cui - si spera - un bambino prematuro può guadagnare giorni, forse settimane, per arrivare un po’ più pronto all’appuntamento con la vita. La gestazione dura 40 settimane, ma già 32 o 34 sarebbero sufficienti.

L’Fda, l’ente regolatorio americano che autorizza le nuove cure, discuterà di questo scenario. Oggi il comitato consultivo pediatrico dell’agenzia raccomanderà o boccerà la placenta artificiale messa a punto dal Children’s Hospital di Philadelphia. Il suo giudizio verrà probabilmente seguito dall’Fda vera e propria, che non prenderà stavolta una decisione su una terapia sicura, studiata, vidimata. Autorizzerà, se opterà per il sì, un metodo nuovo, ancora tutto da sperimentare nell’essere umano. E a testarlo saranno sulla loro pelle i bimbi prematuri, costretti da una difficoltà nella gravidanza, dopo una scelta dei genitori che non sarà facile.

Alle ragioni della medicina, in questa decisione, si sommano quelle dell’etica. Il fine è far guadagnare chance di vita a neonati che sono arrivati al mondo impreparati. Il mezzo è sostituire con un apparecchio di plastica una frazione della funzione materna.

I pediatri di Philadelphia fin qui hanno sperimentato la placenta artificiale sugli agnelli. La loro sopravvivenza è arrivata a quattro settimane, ma parlare di tecnologia matura, in questo campo, sarebbe esagerato. Il fatto che gli stessi medici che hanno inventato la tecnologia abbiano già fondato un’azienda per venderla (Vitara Biomedical Inc) non faciliterà la scelta dell’ente regolatorio americano.

“Anche se l’Fda approvasse questo apparecchio, il suo uso sarebbe complesso” ammette Luigi Orfeo, presidente della Società Italiana di Neonatologia. “Non potrebbe essere utilizzato ad esempio nel caso di parti improvvisi. Il bambino andrebbe infatti trasferito dall’utero della madre al nuovo ambiente in tempi brevissimi, in ospedale, dopo un cesareo, prima che abbia il tempo di fare il primo respiro”.

Nonostante le difficoltà, però, il frutto di mezzo secolo di ricerca, l’obiettivo irraggiungibile di replicare in parte il ventre materno, potrebbe essere vicino alla realtà. Oltre al gruppo americano, anche pediatri in Spagna, Giappone, Australia, Singapore e Olanda stanno studiando metodi simili.

La placenta artificiale discussa oggi dall’Fda si chiama Extend: Extra-uterine Environment for Newborn Development. Nel 2017, quando i pediatri di Philadelphia pubblicarono i risultati dei loro test sulle pecore, mostrarono un video in cui un agnellino nella sacca di plastica agitava le zampette e muoveva le labbra: stava sognando.

Oggi la placenta artificiale, dal punto di vista medico, potrebbe aiutare una categoria di bambini pretermine ben definita, chiarisce Pietro Bagolan, chirurgo neonatologo, coordinatore dell'area di ricerca scienze fetali, neonatali e cardiologiche del Bambin Gesù di Roma. “Prima delle 20-22 settimane purtroppo non c’è molto da fare. Dopo le 28 settimane la sopravvivenza è buona: oltre il 94% dei bambini ce la fa. La fascia intermedia è quella su cui sbattiamo la testa. Lì un supporto come la placenta artificiale potrebbe essere d’aiuto. Un bambino nato tra le 22 e le 25 settimane, per fare un esempio, è vitale, ha chance di sopravvivenza tra il 75% e il 78%, ma sappiamo che molto probabilmente la sua vita sarà costellata da malattie, problemi ai polmoni, difficoltà neurologiche, ritardi nello sviluppo”.

La placenta artificiale offrirebbe un ambiente simile a quello naturale per guadagnare tempo nella crescita. Attraverso le vene del cordone ombelicale verrebbe fatto scorrere il sangue (preso da sacche di donatori) con un sistema di circolazione extracorporea, sarebbero introdotte le sostanze nutrienti e sottratte quelle di scarto.

“La respirazione sarebbe naturale, senza quello stress per i polmoni che sono i ventilatori artificiali” sottolinea Bagolan. Poi, al momento giudicato opportuno – saranno le eventuali sperimentazioni a far capire quando - avverrebbe la “seconda nascita”: l’uscita dal sacco, il primo vagito, l’abbraccio con i genitori.

E se un giorno la placenta artificiale venisse usata per sostituirla, la mamma? “Impossibile” dice Bagolan. “Riusciamo da tempo a fecondare un ovulo in vitro. Con la placenta artificiale iniziamo a pensare di supportare un feto che è prematuro, ma già vitale, a partire dalle 20-22 settimane. Quel che sta in mezzo resta totalmente al di fuori della nostra portata. Lì ci sarà sempre bisogno di un pancione, quello vero, e di una mamma”.




 

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