Roma — Che siano migranti disperati, molto spesso minorenni, o gli organizzatori della tratta che rastrella centinaia di migliaia di persone nel cuore dell’Africa per farne carne da spolpare e spedirli al di là del Mediterraneo, per il governo italiano sembra non fare differenza: trafficanti li chiama Giorgia Meloni che a loro, dopo il naufragio di Cutro, ha dato ordine di «dare la caccia in tutto l’orbe terracqueo». Una crociata ribadita mercoledì alle Nazioni Unite con l’invito al mondo intero a unirsi alla caccia.
Scafisti per caso
Non è che i risultati, finora, siano stati incoraggianti. I numeri li ha dati ieri in Parlamento il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: cento — ha detto — «gli arresti per favoreggiamento dell’immigrazione irregolare». Ipotesi di reato che — va sottolineato — viene contestata a chiunque aiuti qualcun altro ad entrare illegalmente in un Paese, che sia pescatore, passeur, o semplicemente il Seydou di turno (per citare il potente personaggio del film Io capitano di Matteo Garrone) a cui viene imposto con la forza di stare al timone di una barca in cambio di un passaggio.
Le barche sequestrate e i “pirati”
Cento, e dunque decisamente meno del 2022, quando solo la polizia ha arrestato 253 scafisti e 94 appartenenti a cellule attive sul territorio italiano, quelli insomma che prendono in consegna i migranti che sbarcano per la seconda parte del viaggio che li porta in centro e nord Europa. Cento persone arrestate, ovviamente in Italia, in seguito alle indagini di rito dopo ogni sbarco e all’individuazione di chi conduceva la barca fatta dagli altri passeggeri, a fronte di 118 mila migranti approdati nello stesso periodo, da marzo ad oggi.
Ancora Piantedosi fornisce altri dati sull’attività di contrasto messa in campo dopo il decreto Cutro: 368 le imbarcazioni sequestrate (una piccola parte delle migliaia di barchini e barconi arrivati). E poi il reato di pirateria di fresco conio, contestato a soggetti sorpresi a riciclare i motori dei barchini e gli stessi scafi, per il quale la Guardia di finanza — ancora parole del ministro Piantedosi — ha arrestato «ben 10 persone e sequestrato ben 2 imbarcazioni».
I trafficanti veri restano indisturbati
Di trafficanti veri, intesi come componenti delle organizzazioni che hanno fanno della tratta di essere umani uno dei business più lucrosi del mondo, non c’è traccia. E non perché gli inquirenti italiani non facciano il loro lavoro, anzi. I trafficanti, ovviamente, non salgono sui barconi, restano in Sudan, in Libia, negli Emirati a gestire traffico e casseforti. Potentissime organizzazioni transnazionali con ramificazioni in tutti i continenti con capi che si spostano continuamente. I loro nomi sono ben noti all’intelligence ma senza reali accordi di polizia internazionali, senza interlocutori affidabili in aree assolutamente instabili è impossibile andare a prenderli.
Gli scafisti della rotta turca
La caccia ai trafficanti di uomini in tutto l’orbe terracqueo dunque resta al palo. Scafisti nel significato reale del termine sono probabilmente i turchi e i pachistani del caicco naufragato a Cutro o gli ucraini o i tagiki, come gli ultimi due fermati a Siracusa un mese fa al timone di una barca a vela partita dalla Turchia. Questi di solito lasciano a destinazione i migranti per lo più afghani, iracheni, siriani e ritornano indietro con la barca per un nuovo viaggio. Ma al timone delle barche in partenza da Libia e Tunisia quasi sempre ci sono migranti che accettano di condurre quelle barche preferendo rischiare l’arresto in Italia che rimanere nelle mani dei trafficanti.
Lo sanno bene anche a Palazzo Chigi se solo pochi giorni fa anche il ministro delle Imprese e del Made in Italy Alfonso Urso ha detto: «Siamo ben consapevoli che un tempo partivano pescherecci e barche di grossa stazza con a bordo gli scafisti, ora partono centinaia di barchini, su cui non ci sono gli scafisti».