La Storia riscritta per nascondere il fascismo
di Stefano CappelliniQuando Giorgia Meloni pronunciò il discorso di insediamento alla Camera disse: «Sono cresciuta nella destra democratica». Per “destra democratica” intendeva il Movimento sociale italiano, ovviamente, cioè il partito neofascista, simbolo una fiamma che arde sulla bara stilizzata di Mussolini, la sigla concepita per cambiare il meno possibile da quella della Repubblica di Salò (Rsi), partito il cui leader storico Giorgio Almirante diceva di sé: «Io la parola fascista ce l’ho scritta in fronte».
Pura mistificazione quella di Meloni, insomma, o una post verità come usa dire dalle parti delle destre sovraniste. Un imbellettamento della propria formazione politica ma non a uso personale, anzi parte di uno disegno strategico: la riscrittura della storia nazionale, il ribaltamento dei ruoli, la cancellazione della memoria condivisa.
Operazione apparsa evidente con tutto il suo carico di ambiguità in occasione del 25 aprile, quando la presidente del Consiglio ha festeggiato (per la prim…
Quando Giorgia Meloni pronunciò il discorso di insediamento alla Camera disse: «Sono cresciuta nella destra democratica». Per “destra democratica” intendeva il Movimento sociale italiano, ovviamente, cioè il partito neofascista, simbolo una fiamma che arde sulla bara stilizzata di Mussolini, la sigla concepita per cambiare il meno possibile da quella della Repubblica di Salò (Rsi), partito il cui leader storico Giorgio Almirante diceva di sé: «Io la parola fascista ce l’ho scritta in fronte».
Pura mistificazione quella di Meloni, insomma, o una post verità come usa dire dalle parti delle destre sovraniste. Un imbellettamento della propria formazione politica ma non a uso personale, anzi parte di uno disegno strategico: la riscrittura della storia nazionale, il ribaltamento dei ruoli, la cancellazione della memoria condivisa.
Operazione apparsa evidente con tutto il suo carico di ambiguità in occasione del 25 aprile, quando la presidente del Consiglio ha festeggiato (per la prima volta…) la ricorrenza riuscendo a non pronunciare mai le parole antifascismo e resistenza. Peggio: nella lettera al Corriere della Sera la Resistenza non è citata ma evocata per deplorare i crimini e le vendette compiute dai partigiani dopo la Liberazione.
Esattamente come, sempre nel discorso di insediamento, Meloni aveva usato la parola antifascismo soltanto per ricordare quello “militante” che colpiva i giovani missini. Gli antifascisti uccidono, i giovani di destra sono martiri. Nel revisionismo è fondamentale la componente vittimista: autorappresentarsi non come gli eredi di una dittatura truce, razzista e guerrafondaia bensì come gli eroici e democratici custodi di un culto perseguitato e represso. Anche l’iniziativa del ministro dell’Istruzione Valditara per ridurre gli spazi dell’Anpi nelle scuole punta a cambiare segno e valore alla storia anche in funzione della propaganda attuale: la Resistenza partigiana divide, la pacificazione unisce la Nazione, maiuscolo.
Intorno agli slalom lessicali di Meloni, resta attivo e meno prudente il peggiore arsenale dialettico della sua parte politica: il ricordo delle foibe usato di fatto come contraltare della Shoah, per pareggiare le colpe tra vincitori e vinti; il comunismo italiano equiparato ai totalitarismi; le stragi fasciste del dopoguerra negate o rimosse, con l’incidente costato il ruolo di portavoce in Regione Lazio a Marcello De Angelis, colpevole solo di aver ribadito quello che Meloni e soci hanno sempre sostenuto sulla bomba alla stazione di Bologna nel 1980: «Nessuno di noi era a Bologna». Inteso: nessun fascista.