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L’Università di Padova vieta a docenti e ricercatori di insegnare negli atenei telematici, anche gratuitamente

È il primo provvedimento ufficiale di questo tipo in Italia. Ed è stato votato all’unanimità. La rettrice: “Così tuteliamo gli istituti pubblici e la qualità dell’insegnamento. Abbiamo il pieno sostegno dei professori”
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Con una delibera approvata da Senato accademico e Consiglio di Amministrazione l’Università di Padova ha istituito il divieto per professori e ricercatori di insegnare nelle università telematiche, anche a livello gratuito. È il primo provvedimento ufficiale, nero su bianco, di questo tipo in un ateneo italiano. Ed è stato votato all’unanimità.

Rettrice Daniela Mapelli, come mai questo atto così forte?

“Il regolamento di ateneo dà facoltà agli organi di governo di individuare periodicamente categorie di incarichi che, per la loro natura o per tipologia di committente, determinano una situazione concorrenziale o di conflitto di interesse con l’Università di Padova. Questo è il primo presupposto”.

Ce ne sono altri?

“Certo. L’ultimo rapporto Anvur indica per le università telematiche un rapporto studenti-professore di 384,8 a 1: significa che c’è un docente ogni 385 studenti. Nelle università pubbliche questo rapporto è di 28,5 a 1 e nell’ateneo patavino addirittura di 26 a 1. Aggiungo…

Con una delibera approvata da Senato accademico e Consiglio di Amministrazione l’Università di Padova ha istituito il divieto per professori e ricercatori di insegnare nelle università telematiche, anche a livello gratuito. È il primo provvedimento ufficiale, nero su bianco, di questo tipo in un ateneo italiano. Ed è stato votato all’unanimità.

Rettrice Daniela Mapelli, come mai questo atto così forte?

“Il regolamento di ateneo dà facoltà agli organi di governo di individuare periodicamente categorie di incarichi che, per la loro natura o per tipologia di committente, determinano una situazione concorrenziale o di conflitto di interesse con l’Università di Padova. Questo è il primo presupposto”.

Ce ne sono altri?

“Certo. L’ultimo rapporto Anvur indica per le università telematiche un rapporto studenti-professore di 384,8 a 1: significa che c’è un docente ogni 385 studenti. Nelle università pubbliche questo rapporto è di 28,5 a 1 e nell’ateneo patavino addirittura di 26 a 1. Aggiungo che nell’anno 2021-2022 la crescita di iscrizioni per le università online è stata del 410,9%, a fronte di una lieve flessione delle statali».

Quindi è una forma di protezione?

«Noi siamo favorevoli alla competizione tra atenei, che spinge a fare sempre meglio. Ma se la competizione diventa squilibrata bisogna mettere un freno. Noi assolviamo tre missioni: didattica, ricerca e terza missione. Nelle università telematiche, invece, ricerca e terza missione di fatto non sono svolte. Oltretutto l’impegno richiesto a noi a livello organizzativo, di gestione ed economico è molto più gravoso. Noi siamo un’università pubblica, mentre tutte le telematiche, che attualmente sono 11, sono private».

Avete dunque pensato di porre un argine.

«Abbiamo ravvisato l’esigenza di tutelare l’ateneo, evitando di alimentare con le competenze dei nostri docenti un sistema, quello delle università telematiche, che in questo momento si pone sul panorama nazionale in modo concorrenziale squilibrato e distorto. Le università telematiche partono da una situazione di vantaggio, sia a livello economico che

organizzativo».

Ci sono tanti professori dell’Università di Padova che svolgono una seconda attività negli atenei telematici?

«Da noi solo due professori hanno fatto richiesta di insegnare in un’università telematica, ma ho negato loro l’autorizzazione. Però volevo che questo diniego diventasse una precisa politica condivisa d’ateneo, e così è stato: oltre che in Senato Accademico è stata ottenuta l’unanimità anche in Consiglio di amministrazione, ovvero i due organi di governo di ateneo».

Pagano bene queste università private?

«Non so quanto paghino, però provvedono al pagamento di singoli corsi, non di un anno intero di retribuzione. Utilizzano così le competenze dei docenti che si sono formati nel sistema pubblico».

Secondo lei ci sarà un effetto traino nelle università italiane?

“Posso solo dire che già parecchi colleghi rettori mi hanno chiesto di mandar loro la delibera, per studiarla».

Pensa che ci potrà essere qualche protesta da parte dei professori che intendevano svolgere questo secondo lavoro?

«Finora ho riscontrato un totale appoggio. Ripeto: la delibera è stata approvata all’unanimità. E c’è un altro aspetto che vorrei evidenziare».

Quale?

«La conferenza dei rettori delle università italiane (Crui) ha revisionato lo statuto. Lo scorso mese di giugno ha sentito l’esigenza di marcare questa differenza, modificando la composizione dell’associazione ed escludendo le università telematiche dalla possibilità di associarsi, comprese quelle definite, riconosciute e accreditate dal Ministero».

L’Università di Padova ha rinunciato alla didattica da remoto?

«C’è differenza fra didattica da remoto, che abbiamo erogato e anche bene durante il periodo emergenziale di Covid e didattica online. I corsi online, però, devono essere organizzati, preparati con cura e seguire il rapporto studenti/docenti tipico delle università pubbliche. L’università è presenza, contatto fra docenti e studenti, ma non abbiamo mai demonizzato il mezzo: tuttora abbiamo dei corsi interamente online».

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