Patto Ue sui migranti, l’Italia frena per alzare la posta. Dietro all’alt del governo l’eterna gara a destra
di Emauele Lauria , Alessandra ZinitiIl ministro dell'Interno Gerhard Karner e segretario di Stato ungherese Bence Retvari
(afp)ROMA — A Palazzo Chigi la porta dell’accordo non è chiusa, anzi. C’è fiducia che le ragioni dell’Italia vengano ascoltate. O, almeno in parte, recepite. Che venga limato il passaggio del regolamento che esclude che le Ong possano “strumentalizzare” i migranti per destabilizzare un Paese. Ma la sensazione è che, in ogni caso, alla fine arriverà anche l’ok del nostro Paese. L’Ue, d’altronde, potrebbe anche fare a meno dell’assenso del governo Meloni. E questo la premier lo sa. Ma quel che trapela, da ambienti dell’esecutivo, è la speranza che a Bruxelles non si trascuri l’importanza di giungere a un accordo più ampio dei numeri strettamente necessari. Il negoziato continua. E non è da escludere che prosegua fino al consiglio informale di Granada del prossimo fine settimana, dove Meloni e il cancelliere tedesco Olaf Scholz avranno la possibilità di incontrarsi.
Di certo, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ieri ha nei fatti congelato la posizione dell’Italia, nel corso del confro…
ROMA — A Palazzo Chigi la porta dell’accordo non è chiusa, anzi. C’è fiducia che le ragioni dell’Italia vengano ascoltate. O, almeno in parte, recepite. Che venga limato il passaggio del regolamento che esclude che le Ong possano “strumentalizzare” i migranti per destabilizzare un Paese. Ma la sensazione è che, in ogni caso, alla fine arriverà anche l’ok del nostro Paese. L’Ue, d’altronde, potrebbe anche fare a meno dell’assenso del governo Meloni. E questo la premier lo sa. Ma quel che trapela, da ambienti dell’esecutivo, è la speranza che a Bruxelles non si trascuri l’importanza di giungere a un accordo più ampio dei numeri strettamente necessari. Il negoziato continua. E non è da escludere che prosegua fino al consiglio informale di Granada del prossimo fine settimana, dove Meloni e il cancelliere tedesco Olaf Scholz avranno la possibilità di incontrarsi.
Di certo, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ieri ha nei fatti congelato la posizione dell’Italia, nel corso del confronto con i suoi omologhi europei, su input della premier. Inaccettabili, per Palazzo Chigi, gli emendamenti proposti dalla Germania. «Non si può affermare che la strumentalizzazione dei migranti non può essere estesa alle operazioni di aiuto umanitario in assenza di una qualsiasi disciplina delle Ong», spiegano dalla presidenza del Consiglio. Un problema di merito, ma anche di metodo e di circostanze: le comunicazioni fra Roma e Bruxelles, ieri, sono diventate roventi quando — sul tavolo del vertice fra i ministri dell’Interno — sono arrivati gli emendamenti tedeschi e la presidenza spagnola ha chiesto che venissero messi subito ai voti. Con scarso o nullo preavviso, è la tesi del governo italiano.
E comunque il tutto avveniva mentre sette navi di altrettante Ong, di cui quattro battenti bandiera della Germania, incrociavano verso le coste siciliane. Un fatto che è stato preso come una provocazione. Il tentativo di Piantedosi, in collegamento con Roma, è stato allora quello di proporre un altro emendamento in cui si afferma che i migranti trasportati sulle navi Ong devono automaticamente essere accolti dal Paese di bandiera della nave. «Se la Germania è solidale con il lavoro delle Ong va benissimo, purché accolga anche i migranti trasportati», la posizione che filtra da Chigi. Quell’emendamento resta lì, come possibile (ma difficilissima) mediazione.
Il fronte della maggioranza, apparentemente, è compatto. Al punto che anche il moderato ministro degli Esteri Antonio Tajani, investito della questione mentre era a Berlino con la collega Annalena Baerbock, aderisce alla tesi della regia dietro gli sbarchi. In realtà, dietro il no (per lo meno temporaneo) dell’Italia al Patto sui migranti c’è una gara interna alla destra. Con Matteo Salvini che la incalza ogni giorno sulle politiche dell’immigrazione, spronandola a una linea più dura, Meloni non può permettere che il governo dia il via libera a una norma ieri ribattezzata “anti-Crippa”, dal nome del deputato leghista più severo (per usare un eufemismo) nell’attacco alle Ong.
La premier correrebbe il rischio di esporre ancor di più il fianco all’irrequieto alleato a caccia di consensi nelle ali più estreme dello schieramento. Meglio, ad ogni buon conto, prendere tempo. Cercando intese con i Paesi africani: ieri, spostandosi da Bruxelles a Palermo, Piantedosi ha annunciato ai ministri dell’Interno libico e tunisino un Piano europeo per rimpatri volontari assistiti. Un modo, in assenza di accordi per i rimpatri forzati, per cercare di alleggerire la pressione delle decine di migliaia di migranti subsahariani pronti a partire per l’Italia: l’obiettivo è invece quello di invitarli a tornare nei loro Paesi d’origine prima di imbarcarsi. Il piano, finanziato con fondi Ue, e realizzato con la collaborazione di Organizzazione internazionale per le migrazioni, prevede incentivi in denaro, da dare esclusivamente per la realizzazione di progetti come l’apertura di una piccola azienda o di un’attività in patria.