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La neo sposa in attesa di un figlio e i nove ucraini fuggiti dalla guerra

I croati Antonela Perkovic e Mark Guma Bakovic il giorno del matrimonio. Lei è morta. Il marito è ricoverato

 
La giovane croata era al sesto mese e il marito dal letto chiede di lei disperato. I morti erano turisti venuti da mezza Europa
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MESTRE — «Dov’è mia moglie?», chiede Marko Guma Bakociv a un’infermiera dell’ospedale di Mirano. «Come sta?». All’infermiera viene un brivido perché sa la verità. E a quel filo di voce risponde scostando appena la mascherina, e con un altro sussurro prega il paziente, uno dei superstiti: «Si riposi, adesso si deve riprendere». Guma raccoglie un briciolo di forze: «Voglio vedere mia moglie!». Ha il lenzuolo sul torace e traumi in più parti del corpo. È ricoverato in terapia intensiva, non intubato. La moglie è morta. Si chiamava Antonela Perkovic. Era al sesto mese di gravidanza.

Guma e Antonela erano saliti all’altare il 9 settembre.Venezia doveva essere un magico viaggio di nozze. Dall’appartamento nuziale a Spalato al Camping Hu di Marghera con un sogno: godersi l’incanto della città più romantica d’Italia, le luci, il giro in gondola. «Auguri a tutti e due e buona fortuna». Lo aveva scritto su Facebook l’amico Carsten Meyer, sotto il fumetto di due sposi e un “Just Married”.…

MESTRE — «Dov’è mia moglie?», chiede Marko Guma Bakociv a un’infermiera dell’ospedale di Mirano. «Come sta?». All’infermiera viene un brivido perché sa la verità. E a quel filo di voce risponde scostando appena la mascherina, e con un altro sussurro prega il paziente, uno dei superstiti: «Si riposi, adesso si deve riprendere». Guma raccoglie un briciolo di forze: «Voglio vedere mia moglie!». Ha il lenzuolo sul torace e traumi in più parti del corpo. È ricoverato in terapia intensiva, non intubato. La moglie è morta. Si chiamava Antonela Perkovic. Era al sesto mese di gravidanza.

Guma e Antonela erano saliti all’altare il 9 settembre.Venezia doveva essere un magico viaggio di nozze. Dall’appartamento nuziale a Spalato al Camping Hu di Marghera con un sogno: godersi l’incanto della città più romantica d’Italia, le luci, il giro in gondola. «Auguri a tutti e due e buona fortuna». Lo aveva scritto su Facebook l’amico Carsten Meyer, sotto il fumetto di due sposi e un “Just Married”. Che impressione, adesso, scorrere i commenti al post nuziale “Marko&Antonela”. Che effetto sinistro. E le foto, anche: i capelli scuri di lei che scivolano sul viso, una coroncina bianca, i fiori, lui in smoking. Sentite il cugino dello sposo: «Caro Guma, tanti auguri a te e alla tua sposa in vita futura». Il futuro non ha aspettato. La vita di Antonela si è spezzata tra le lamiere del bus della morte, nell’inferno che ha schiuso le sue porte sotto il cavalcavia della Vempa, martedì sera.

La Spoon river di Mestre

Il secondo incidente in pullman più tragico nella storia recente italiana. Ventuno croci, ventuno storie, venti turisti stranieri in vacanza più l’autista trevigiano che guidava la navetta della compagnia “La Linea” volata sui binari della ferrovia. Ventuno corpi allineati, da 30 ore, nell’obitorio dell’Angelo di Mestre. L’ospedale tecnologicamente più avanzato d’Italia, un gioiello di architettura con la vela di vetro e acciaio, i giardini pensili sulle terrazze degradanti.

Ma la gelida contabilità del disastro, adesso, stende un velo nero. Si chiamavano Alberto Rizzotto, 40 anni, da Conegliano; Liubov Shyshkarova, 30 anni, ucraina; Jonathan Siddharta Grasse, 28 anni, tedesco di Resenburg; Vasil Lomakyn, settantenne, ucraino; Tetiana Beskorovainova, 65 anni, ucraina; Iryna Pashenko, 30 anni, ucraina; Yuliia Niemova, stessa età e stessa nazionalità, e poi gli altri. «Sono stati tutti identificati», conferma a sera il prefetto di Venezia, Michele di Bari. Nove ucraini, quattro rumeni, tre tedeschi, un italiano (l’autista), una croata, due portoghesi, una donna sudafricana. Tra le vittime ci sono anche due bambine, una di pochi mesi, l’altra di due anni.

Difficile identificare i corpi

Fonti mediche spiegano che «identificare i corpi, in alcuni casi, è stato molto complicato». Alcuni erano talmente deteriorati che dare loro un nome sembrava un’impresa: c’è voluto il test del Dna. Dal bus diventato tomba sono usciti comunque dati cristallizzati che sono stati consegnati a consoli e diplomatici (Germania, Croazia, Romania), in un via vai per tutto il giorno nei vari ospedali. Il primo dato è il massacro ucraino. Nove morti e cinque feriti. Buona parte di questi turisti erano scappati dalla guerra, si erano rifugiati in Croazia: quando il destino che si accanisce due volte. Arrivati in gruppo al Hu Camping in Town, una comitiva. Dice Andrii Kartysch, console generale dell’Ucraina a Milano: «Siamo in contatto con tutti i familiari. I feriti sono ricoverati negli ospedali di Mestre, Treviso e Padova. Tutti in terapia intensiva». Il secondo dato e la giovane età delle vittime. Quasi tutte sotto i 50 anni, moltissime sotto i 40.

Grave una bambina di tre anni

Se in questa storia ci fosse un purgatorio laico, un luogo di transito tra l’inferno che si è aperto sotto il ponte che passa sul fascio di binari tra Porto Marghera e la stazione di Mestre e la salita al cielo, sarebbe l’obitorio del dell’Angelo. Da lontano pare una finta collina. Invece è un edificio basso, la facciata rosa. Le salme sono tutte qui. In ospedale è stata allestita una sala per accogliere i familiari delle vittime della strage. Arrivano una dozzina di persone. Dall’Ucraina, dalla Germania, dalla Croazia. Un pool di psicologi ha iniziato a lavorare sullo shock. Ecco i genitori di Lucie, la ragazza francese, 21 anni, fidanzata con Jonathan Siddharta Grasse. Lui non c’è più, lei è in rianimazione all’ospedale di Dolo. Tra i sopravvissuti feriti anche quattro figli rimasti senza genitori, due sono fratelli. «Ci preoccupa molto una bimba di tre anni ricoverata al centro grandi ustionati di Padova», dice Chiara Berti, direttrice dell’ospedale di Mestre.

Gli eroi scalzi

Poi ci sono loro, i survivors. Quelli estratti dalla gabbia infuocata anche grazie all’aiuto dei due eroi scalzi, Godstime Erheneden, 30 anni, nigeriano, e il suo collega Boubacar Tourè, 27enne gambiano. Sono gli operai Fincantieri che hanno visto il bus piegarsi su sè stesso e finire sotto il cavalcavia. «Ci siamo caricati sulle spalle una donna, poi un uomo». Godstime, rimasto senza scarpe, si è ributtato un’altra volta tra le fiamme, in mezzo a urla e pianti. Ha preso in braccio una bambina di due anni sentendo la madre che gridava disperata: «My daughter, my daughter». «Chissà se quella bambina ce l’ha fatta». No, non ce l’ha fatta. A Mestre è quasi sera. All’ospedale dell’Angelo si presentano i familiari dei due sposini croati. Un mese dopo il matrimonio, i genitori di Antonela le prepareranno il funerale.

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