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Giornata della salute mentale, sintomi quintuplicati e Parlamento assente. “E c’è chi vuole ancora i manicomi”

Due miliardi necessari al settore e dal governo Meloni tagli al comparto. L’allarme di associazioni e personale medico
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ROMA – Di emergenze, in Italia il comparto della salute mentale ci ha fatto l’abitudine. Tanto che, a 45 anni dalla legge Basaglia che ne trasformò il volto, ha imparato a sopravviverci, non senza fatiche però. A segnalarle, nella Giornata mondiale della salute mentale, le stesse associazioni che se ne occupano sul territorio. Sono circa 40 le Ong, ma il parere è stato pressoché unanime: per l’80 per cento di loro, le politiche non sono adeguate e solo il 3 per cento ritiene i finanziamenti sufficienti.

Lo spartiacque dell’emergenza Covid

Incontrate nella sede Rai di Viale Mazzini, le associazioni sono state al centro della ricerca “L’era del disagio” dell’Inc Non Profit Lab. A disegnare la situazione italiana è prima di tutto uno spartiacque, quello dell’emergenza Covid. Dalla pandemia in poi, la rete di Ong ha aumentato i suoi servizi del 70 per cento, a fronte di solo il 43 per cento che usufruisce di finanziamenti pubblici. Un frangente spinoso che, secondo una ricerca di Del…

ROMA – Di emergenze, in Italia il comparto della salute mentale ci ha fatto l’abitudine. Tanto che, a 45 anni dalla legge Basaglia che ne trasformò il volto, ha imparato a sopravviverci, non senza fatiche però. A segnalarle, nella Giornata mondiale della salute mentale, le stesse associazioni che se ne occupano sul territorio. Sono circa 40 le Ong, ma il parere è stato pressoché unanime: per l’80 per cento di loro, le politiche non sono adeguate e solo il 3 per cento ritiene i finanziamenti sufficienti.

Lo spartiacque dell’emergenza Covid

Incontrate nella sede Rai di Viale Mazzini, le associazioni sono state al centro della ricerca “L’era del disagio” dell’Inc Non Profit Lab. A disegnare la situazione italiana è prima di tutto uno spartiacque, quello dell’emergenza Covid. Dalla pandemia in poi, la rete di Ong ha aumentato i suoi servizi del 70 per cento, a fronte di solo il 43 per cento che usufruisce di finanziamenti pubblici. Un frangente spinoso che, secondo una ricerca di Deloitte Consulting in collaborazione con Janssen Italia, richiederebbe almeno 2 miliardi per sanarne gli ammanchi. Un miliardo per i 12mila operatori mancanti, il restante per strutture e servizi.

La cifra necessaria

A confermare la necessità anche 91 direttori di dipartimenti di salute mentale che a gennaio hanno scritto al governo di “destinare al massimo in un triennio oltre 2 miliardi aggiuntivi rispetto ai 4 miliardi attuali, al fine di raggiungere l’obiettivo minimo del 5% del fondo sanitario per la salute mentale”. Un valore ben lontano dal 3,4 per cento attuale, uno dei più bassi d’Europa.

Perché, in mancanza di una rete solida e funzionante, a intervenire sono strumenti di welfare, come per esempio il bonus psicologo. La misura introdotta dal Partito democratico ha ottenuto un’iniziale approvazione durante il governo Draghi per poi incapparsi nella trama del governo Meloni. Dalla prima legge di bilancio, lo scorso dicembre, le intenzioni sono chiare. Nella proposta del governo il bonus infatti scompare. Un emendamento del Pd al Senato ne riesce a ribaltare le sorti, se pur con un terzo dei fondi. Un conto che il governo restituisce salato a posteriori. Dei decreti attuativi per la misura, a distanza di quasi un anno, infatti non c’è ancora traccia.

Effetto “policrisi”: 150mila depressi in più

A farne le spese, oltre i pazienti, è anche lo Stato che, tra spese dirette e indirette, macina il 4 per cento del Pil. Non va meglio la situazione dei cittadini, afflitti da quella che gli psichiatri chiamano ‘policrisi’. Un sommarsi di guerra, pandemia, inflazione e tensioni sociali che agiscono come detonatori del disagio mentale. Ne sono testimoni i numeri di diagnosi e trattamenti. “I sintomi depressivi nella popolazione generale sono quintuplicati e oggi si stima che li manifesti circa una persona su tre, tanto che si ipotizzano fino a 150 mila casi di depressione maggiore in più rispetto all’atteso, con conseguenze dirette su malattie oncologiche, cardiovascolari e polmonari”, ha precisato Claudio Mencacci, presidente onorario della Società italiana di psichiatria. “Soffrire del maggior disagio mentale, oltre ai giovani, sono le categorie fragili come le donne, gli anziani o i ceti sociali più svantaggiati. Fra i disoccupati, per esempio, il rischio di depressione è triplo”.

“Stop ai tagli alla Sanità”

Nella stagione estiva delle devianze, come Giorgia Meloni ha definito in questi mesi dall’obesità alla bulimia, di salute mentale non c’è stata traccia. “Solo disinformazione e indifferenza”, commenta la deputata dem Debora Serracchiani, tra le firmatarie dell’unica proposta di legge sul tema depositata alla Camera. “Lo stesso avviene nella Sanità, dove i tagli nelle regioni colpiscono soprattutto i dipartimenti di salute mentale. Sono mesi che in commissione giustizia chiediamo anche di fare un’indagine conoscitiva sulla salute mentale nelle carceri, ma dal governo una risposta non è mai arrivata”.

La speranza è lo psicologo di base

A rincarare la dose, nella Nadef il governo Meloni non cambia strada. Dal testo presentato dall’esecutivo avvolto dai tagli per il prossimo triennio, la Sanità non rappresenta una priorità e la salute mentale men che meno. Lascia ben sperare invece il progetto di legge sullo psicologo di base, forte del supporto sia della maggioranza che dell’opposizione. Concordi sulla misura, a separare i fronti, per Serracchiani, è però una distanza incolmabile. “Noi vogliamo mantenere i valori della legge del 1978, applicarli o modificarli in base alle esigenze del tempo. C’è chi pensa invece che a servire, nel 2023, siano ancora i manicomi”.

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