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Da Roma a Tel Aviv, i riservisti italo-israeliani: “Partire è un nostro dovere”

Fiumicino, famiglie e riservisti in partenza per Tel Aviv (Foto: Francesco Fotia - AGF)

 
Dalla capitale e da altre città italiane il ritorno a casa di famiglie, turisti e soldati richiamati al fronte. Come Noa, che doveva andare all’università e ora si ritroverà al fronte
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ROMA – Fiumicino, ore 7.30, terminal 3, il primo volo El Al con a bordo i riservisti richiamati alla guerra da Benjamin Nethanyahu decolla per Tel Aviv. Sono 300 e più gli italo-israeliani sui 300mila soldati esteri partiti per il fronte. Si affollano al gate dalle prime ore di ieri e altri, alla spicciolata, arriveranno fino a sera per imbarcarsi sugli unici voli rimasti per Israele.

La scelta della soldatessa di 22 anni

Noa ha 22 anni, i capelli lunghissimi e neri e un doppio passaporto: «Partire è un mio dovere». Ha fatto il liceo scientifico a Roma, poi il servizio di leva come portavoce dell’esercito israeliano, la vita in una base militare. Con la mamma è tornata in Italia per qualche giorno, per le feste di Sukkot, con in mano due biglietti di ritorno. Avrebbe dovuto cominciare adesso l’università, Relazioni internazionali alla Reichman University di Herzliya. «Tanti erano qui per Sukkot — racconta — e chi come me aveva un biglietto sul volo del mattino lo h…

ROMA – Fiumicino, ore 7.30, terminal 3, il primo volo El Al con a bordo i riservisti richiamati alla guerra da Benjamin Nethanyahu decolla per Tel Aviv. Sono 300 e più gli italo-israeliani sui 300mila soldati esteri partiti per il fronte. Si affollano al gate dalle prime ore di ieri e altri, alla spicciolata, arriveranno fino a sera per imbarcarsi sugli unici voli rimasti per Israele.

La scelta della soldatessa di 22 anni

Noa ha 22 anni, i capelli lunghissimi e neri e un doppio passaporto: «Partire è un mio dovere». Ha fatto il liceo scientifico a Roma, poi il servizio di leva come portavoce dell’esercito israeliano, la vita in una base militare. Con la mamma è tornata in Italia per qualche giorno, per le feste di Sukkot, con in mano due biglietti di ritorno. Avrebbe dovuto cominciare adesso l’università, Relazioni internazionali alla Reichman University di Herzliya. «Tanti erano qui per Sukkot — racconta — e chi come me aveva un biglietto sul volo del mattino lo ha ceduto ai riservisti combattenti che devono tornare immediatamente nelle loro unità al fronte. Gli altri aspettano di partire, cercano un nuovo biglietto. È nostro dovere farlo». Sabato dormiva a casa dei suoi quando alle 5 del mattino di Shabbat ha chiamato la zia da Gerusalemme. L’attacco di Hamas, la guerra e ora l’assedio totale contro Gaza, senza più acqua, luce, benzina, cibo, con i bombardamenti e l’esercito pronto a entrare. «Faccio tutto quello che posso per aiutare a partire subito i soldati combattenti al fronte. Voglio tornare anche io nell’unità dell’esercito in cui ero prima – ripete la soldatessa Noa come se non avesse paura - Usate pure il mio nome, ma niente foto dei soldati riservisti».

Un popolo in missione

Alla vista delle telecamere l’atmosfera si fa tesa. C’è chi urla, chi fa segno di abbassarle con la mano. Djeka, un chassidico ebreo, riporta la calma. Sta tornando a Gerusalemme: «Siamo un popolo in missione», dice. «Ognuno può vedere ciò che Hamas sta facendo. Non c’era mai stata un’operazione così grave e su così larga scala — spiega — Dobbiamo sbarazzarci di Hamas una volta per tutte e ripulire Gaza dai terroristi». «Clean up», «clean up», Djeka lo ripete più volte, con un segno della mano. «Io sto tornando per questo, Israele è la mia patria, ora vado a stare dalla mia famiglia, ad aiutare i miei fratelli e a vedere cosa posso fare, sono disposto ad arruolarmi nell’esercito, qualsiasi cosa la farò».

I giovani portatori d’acqua

Due ragazzini italo-israeliani di 16 anni aiutano chi è in partenza, portano acqua, banane, arance, coca cola, mandarini. «Saremmo dovuti rientrare per cominciare le scuole, ma aspettiamo ancora un po’, lasciamo il posto agli altri». Ci sono famiglie, coppie, bambini, nonni, tantissime ragazze. Cantano “People of Israel is alive”. Tra loro ci sono anche un’altra decina di riservisti, lo sguardo duro, le bocche serrate, si tengono a distanza. Da Trieste ne sono partiti altri, “persone che hanno scelto di vivere in Israele e per le quali la chiamata fa parte della quotidianità”, precisa il rabbino.

La versione del “vecchio” Nathan

Matan non andrà, ha 44 anni, «sono troppo vecchio», ma ha un cognato già al fronte. «Sono orgoglioso dei giovani che stanno tornando per difendere la Nazione ed i confini. Non è la prima volta che così tanti riservisti tornano per Israele, ma una mobilitazione così grossa non la vedevo da anni nonostante decine di voli cancellati». Ha bisogno di parlare, di spiegare: «La chiamano guerra, ma questa non è un guerra, è un’azione di terrorismo. Hamas è un’organizzazione terroristica, diversa dal popolo palestinese, anzi dovrebbero capire anche loro che da sempre Hamas sta facendo solo male a chi vive a Gaza. Noi siamo siamo spaventati ma anche sicuri e fermi nella nostra volontà di difenderci e combattere. E io sono orgoglioso del mio Paese». Le parole si sciolgono in pianto, il pianto in un abbraccio della sua famiglia, l’abbraccio nell’applauso dei cento di Fiumicino. Si apre il gate, è ora di andare: «Non sappiamo cosa ci aspetta a casa, ma combatteremo».

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