Lavoro, competenze digitali indispensabili per trovare lavoro e restarci. In difficoltà gli over 50
di Enrico FerroC’è un allarme sottovalutato e riguarda il mondo del lavoro: il gap tra domanda e offerta con competenze digitali non è più colmabile tra generazioni. Serve un modello formativo di massa per la fascia d’età che va dai 40 ai 60, per consentire a queste persone di rimanere sul mercato. Il rischio imminente è la loro definitiva espulsione dal sistema occupazionale. E’ quanto emerge dalla ricerca condotta da Paolo Gubitta, professore ordinario di Organizzazione aziendale all’Università di Padova e direttore scientifico dell’Osservatorio Professioni Digitali e Lavori Ibridi nello stesso ateneo. Sono state analizzate tutte le domande di competenze digitali delle imprese in Italia, nel periodo che va dal 2017 al 2022 (fonte Unioncamere). E l’incrocio con quelle che, invece, sono le competenze reali in campo non può non allarmare. Tecnologie 4.0 e linguaggi informatici sono il pane quotidiano ma una grossa fetta di lavoratori non li sa maneggiare. Sarà il tema principale dell’undicesima edizione di Digital Meet, che si terrà dal 23 al 28 ottobre in decine città di tutta Italia.
Competenze digitali per trovare lavoro e restarci
La ricerca di Gubitta inquadra un contesto chiaro. Oggi le competenze digitali sono diventate una condizione per trovare lavoro e per restare al lavoro. E mentre le generazioni nate dopo il 1980 sono già dotate di skill digitali, perché si sono formate in un contesto a crescente digitalizzazione e interconnessione, le generazioni precedenti, che sono ancora nel mercato del lavoro, devono essere supportate.
Le persone dai quaranta ai sessant’anni sono il target di una alfabetizzazione digitale di massa, perché possano rimanere occupati e occupabili. Tra l’altro non bastano più generiche soft skill (autonomia, fiducia in se stessi, flessibilità, resistenza allo stress, precisione, capacità organizzative) ma servono hard skill, vere e proprie competenze che si acquisiscono soltanto con lo studio. Come è stato negli anni Sessanta, quando il boom economico è stato sostenuto dalla Legge 1859 del 1962 che introdusse l’obbligo di scuola media inferiore per l’alfabetizzazione di massa, scrivono i ricercatori dell’Università di Padova, così oggi un Paese che vuole essere competitivo e responsabile per l’economia del futuro deve puntare sulle “competenze digitali” assumendole come “competenze di cittadinanza”.
Pandemia come opportunità per sviluppare digital skill
Il campo della ricerca sulle competenze digitale – proposto da Digital Meet - è molto vasto e ha preso in considerazione sei anni di evoluzione della domanda di lavoro di aziende di diverse dimensioni e in tutta Italia. Dal 2017 al 2022, la domanda di lavoro per la quale è richiesto il possesso della capacità di utilizzare “competenze digitali” è passata dal 57,7% al 64% (+11%).
Nello stesso periodo, è rimasta sostanzialmente stabile quella relativa ai “linguaggi matematici e informatici” (da 50,9% a 51,9%), mentre è cresciuta in modo contenuto quella relativa all’applicazione di “tecnologie 4.0” (da 34,2% a 37.5%). Di fatto, per due persone su tre, il possesso di competenze digitali è una condizione “sine qua non” per essere occupabili.
Il dato che balza agli occhi è quello che della classe aziendale di dimensioni da 50 a 499 dipendenti, dove si registra un incremento di posizioni con il possesso di competenze digitali (da 61,7% nel 2017 a 67,9% nel 2022) e un decremento di quelle in cui si richiedono capacità di utilizzare linguaggi matematici e informatici (da 54,3% a 52,8%). Va anche sottolineato che tra il 2017 e il 2022, c’è di mezzo la pandemia da Covid 19, che è stata un’occasione “forzata” per un grande apprendimento di massa e che potrebbe essere un riferimento concreto di come procedere ottimizzando risorse e evitando errori.
La polarizzazione delle maestranze
Le macchine fanno sempre di più lavori che facevano le persone e questo sembra produrre un “effetto spiazzamento”. Ovvero, quando si digitalizzano alcuni processi, alcune attività cognitive vengono internalizzate dalle macchine e non richiedono più uno sforzo umano per la loro elaborazione, analisi e interpretazione. Questo spiega perché le aziende mostrano un “andamento asimmetrico”: alla diminuzione o stasi della richiesta di esperti di “linguaggi matematici e informatici” corrisponde una crescita a favore delle “competenze digitali”. Semplicemente se in passato “i calcoli” li facevano le persone, oggi sono eseguiti dalle macchine, dall’Intelligenza Artificiale, pertanto – paradossalmente – alle persone è richiesto uno sforzo inferiore per accedere a certi mestieri, dall’altro questo può portare alla polarizzazione delle maestranze: chi sa solo fare e chi sa sia fare, sia analizzare e interpretare.
Over 50 in difficoltà
Quindi per le posizioni manageriali o apicali è dato per scontato che si abbiano competenze digitali e conoscenza dei linguaggi matematici e informatici, ma dato l’inverno demografico che viviamo è certo che il gap tra domanda e offerta di lavoro si presenta con un gap che non è colmabile col susseguirsi delle generazioni. Lo scenario è pieno di insidie. I giovani in possesso di competenze digitali accedono a posizioni apicali, ma trovano sempre più over 40-50enni in difficoltà, ma con lunga esperienza di lavoro, e questo può determinare un clima aziendale di contrasti tali da deprimere anche le performance dell’impresa stessa. Le ricerche recenti parlano di “whippersnappers”- sbarbatelli impertinenti – che scavalcano colleghi più attempati, ma con minori o senza skill digitali. Una “situazione esplosiva” se non sarà affrontata con urgenza. In altri ambiti, invece, il calo della domanda di sapersi destreggiare con “linguaggi matematici e informatici” riguarda le posizioni più operative, proprio perché queste vengono incorporate dalle macchine.
Commercio settore più a rischio
Tra i settori il Commercio risulta essere quello più sotto pressione. E’ quello che mostra il bisogno di inserire rapidamente “dosi massicce” di personale in possesso sia di competenze digitali sia di linguaggi matematici e informatici. Gap che può essere colmato soltanto instillando competenze alle persone che già lavorano nel comporto, perché il ricambio generazionale non è sufficiente. Il rischio concreto che il commercio sta correndo è la perdita di un certo numero di imprese piccole che, nell’impossibilità di trovare i profili richiesti dovranno posticipare o annullare i piani di innovazione (digitale) del loro sistema di offerta.
Digital skill necessarie in tutto il Paese
Il dato che balza agli occhi è quello della classe delle aziende che hanno tra 50 e 499 dipendenti, dove si registra un incremento di posizioni con il possesso di competenze digitali (da 61,7% nel 2017 a 67,9% nel 2022) e un decremento di quelle in cui si richiedono capacità di utilizzare linguaggi matematici e informatici (da 54,3% a 52,8%). Questo perché nelle imprese più piccole potrebbero esserci ancora processi a maggiore contenuto di lavoro umano.
Dal punto di vista dei territori, il quadro che emerge è abbastanza omogeneo, nel senso che non si ravvisano sostanziali differenze tra le aree geografiche, Sud e Isole, Nord, Centro. L’omogeneità è almeno in parte spiegata dalle vocazioni settoriali dei territori. Ad esempio, il Lazio ha una forte vocazione per i servizi, che si specchia nella richiesta elevata di “competenze digitali”, così come avviene per il Nord e il Sud per le aziende. La domanda di competenze digitali, ad esempio, in Campania è del 65,2% superiore anche al Veneto (63,4%) e all’Emilia-Romagna (63,3%).
Sei anni di progressi e svolte
Il sessennio 2017-2022 è di particolare interesse sul fronte della domanda di competenze, per diverse ragioni. Quando arriva il 2017, sono passati 6 anni da quell’aprile 2011, quando alla fiera di Hannover viene usato il termine tedesco «Industrie 4.0», un concetto ombrello sotto il quale c’è un esteso programma di introduzione delle tecnologie digitali nei processi manifatturieri. È il punto di avvio della cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale, che prima ci ha aperto le fabbriche intelligenti e ha trasformato intere filiere produttive e poi si è estesa a tutti i meandri della società, cambiando per sempre i nostri comportamenti. Il Governo italiano vara il Piano Nazionale Industria 4.0, che è stato lo strumento-guida per le tante imprese italiane che hanno intuito le potenzialità della digitalizzazione e hanno avuto la visione per realizzarla. Tra il 2017 e il 2022, c’è di mezzo la pandemia da Covid 19 del 2020, che è stata un’occasione forzata per un grande apprendimento di massa. In più, a metà del guado c’è quell’aprile 2021, quando il Governo italiano presenta in via ufficiale alla Commissione UE il Piano nazionale per la ripresa e la resilienza (Pnrr), che include un pacchetto coerente di riforme e investimenti per il periodo 2021-2026. Si tratta di 222,1 miliardi di euro (buona parte a debito), di cui 40,3 (18,1%) per la trasformazione digitale e l’innovazione e altri 59,5 (26,8%) per la rivoluzione verde e la transizione ecologica.
Gli appuntamenti
La presentazione ufficiale di Digital Meet si è tenuta in sala Zuccari al Senato, con la presenza del sottosegretario per l’Editoria Alberto Barachini, del sottosegretario per la Trasformazione digitale Alessio Butti e del senatore Antonio De Poli. Eloquente il titolo dell’incontro: “Dal Commodore ‘64 all’Intelligenza Artificiale, fino al Metaverso.” Al convegno hanno partecipato Gianni Potti, il fondatore di Digital Meet, il capo ufficio strategie del Senato Gianpaolo Araco, il direttore creativo Team XR Uquido Gianpaolo Greco, il presidente di Fondazione Saihub Valter Fraccaro, il presidente di Alumni Padova Gianni Dal Pozzo, l’ad di Fastweb Walter Renna e l’ad di Sogei Cristiano Cannarsa.
Al Teatro Olimpico di Vicenza, il 22 ottobre, ci sarà una lezione magistrale, inedita su “5.0”, di Federico Faggin, fisico, scienziato inventore del primo microprocessore al mondo. Tra i tanti altri relatori al Festival: Nello Cristanini informatico, docente della University of Bath in Gran Bretagna, Alessandro Sperduti, biomatematico esperto di Intelligenza Artificiale dell’Università di Padova, Chia-Mu Yu, docente di sicurezza informatica della National Yang Ming Chiao Tung University, Jacopo Pantaleoni, esperto in calcolo ad alte prestazioni con un lungo trascorso a Nvidia corporation e autore del libro “The Quickest Revolution: An Insider's”.