La longevità perduta dopo la pandemia. “Il segreto nella lotta a obesità e diabete”
di Elena DusiL’Italia ha il long Covid. L’emergenza pandemia è finita a maggio, ma l’aspettativa di vita nel nostro paese stenta a riprendersi. Se dieci anni fa ci battevamo per un posto sul podio della longevità con Giappone, Corea del Sud, Francia e Spagna, oggi siamo scesi al 14esimo posto nella classifica dell’aspettativa di vita della World Bank e al decimo in quella dell’Onu.
Il Covid tra 2020 e 2021 ha causato in Italia la perdita secca di un anno di vita media, ma a oggi il calo è stato recuperato a metà. «Finita la pandemia, ci saremmo aspettati un ritorno ai valori normali in tempi rapidi. Non abbiamo una spiegazione chiara del perché la nostra aspettativa di vita stenti a riprendersi» riflette Daniele Vignoli, professore di demografia all’università di Firenze e coordinatore di Age-It, il più grande polo di ricerca sulle sfide dell’invecchiamento in Italia, con 350 ricercatori e un finanziamento del Pnrr di 114 milioni di euro.
Varato il 15 settembre all’ateneo fiorentino, Age-It ha già…
L’Italia ha il long Covid. L’emergenza pandemia è finita a maggio, ma l’aspettativa di vita nel nostro paese stenta a riprendersi. Se dieci anni fa ci battevamo per un posto sul podio della longevità con Giappone, Corea del Sud, Francia e Spagna, oggi siamo scesi al 14esimo posto nella classifica dell’aspettativa di vita della World Bank e al decimo in quella dell’Onu.
Il Covid tra 2020 e 2021 ha causato in Italia la perdita secca di un anno di vita media, ma a oggi il calo è stato recuperato a metà. «Finita la pandemia, ci saremmo aspettati un ritorno ai valori normali in tempi rapidi. Non abbiamo una spiegazione chiara del perché la nostra aspettativa di vita stenti a riprendersi» riflette Daniele Vignoli, professore di demografia all’università di Firenze e coordinatore di Age-It, il più grande polo di ricerca sulle sfide dell’invecchiamento in Italia, con 350 ricercatori e un finanziamento del Pnrr di 114 milioni di euro.
Varato il 15 settembre all’ateneo fiorentino, Age-It ha già la prima sfida: perché l’Italia non è più campionessa di longevità? Gustavo De Santis, professore di demografia all’università di Firenze e coordinatore di Age-It per gli indicatori di mortalità, mette sul tavolo i numeri. «Nel 2019, prima del Covid, l’aspettativa di vita per i maschi era di 81,1 anni. Il picco più basso durante la pandemia è stato di 79,8. Ora abbiamo recuperato solo fino a 80,5». All’appello mancano 0,6 anni: 8 mesi di vita. «Le donne avevano un’aspettativa di vita di 85,4 anni. Durante il Covid sono scese a 84,5 e ora sono a 84,8».
Il divario di longevità fra i due sessi, che prima del Covid si stava richiudendo (aveva raggiunto un massimo di 6 anni), è tornato stabile, dal momento che la pandemia ha causato più vittime tra gli uomini. «Ma in altri paesi – prosegue Vignoli – non vediamo una fatica nel risalire la china come in Italia».
A ottobre 2022 Nature Human Behaviour ha pubblicato una ricerca dell’università di Oxford e dell’Istituto Max Planck per la ricerca demografica sul rimbalzo dell’aspettativa di vita in Europa dopo il Covid. In Norvegia la vita si è addirittura allungata rispetto al 2019 (lo stesso, fuori Europa, è accaduto a Corea del Sud e Taiwan). Francia, Belgio, Svizzera, Danimarca, Finlandia e Svezia sono tornate rapidamente ai livelli pre-Covid.
Ad arrancare in modo simile all’Italia sono Spagna, Germania e Gran Bretagna, mentre l’Europa orientale è ancora in fase di calo (Bulgaria e Slovacchia in primis). La vita si accorcia anche negli Stati Uniti, dove i dati sulla mortalità portano la zavorra di malattie metaboliche, omicidi e overdosi.
Perché l’Italia fatichi più degli altri a recuperare la sua proverbiale longevità resta oggetto di speculazione. «Può darsi che l’aspettativa di vita abbia un limite naturale» suggerisce De Santis. «Dal 2000, quando eravamo a 80 anni, è aumentata in media di 3 mesi ogni anno. Non poteva continuare, avremmo raggiunto età esagerate. Ammesso che un tetto esista, in ogni caso, non sappiamo a quale età possa essere fissato».
In Europa, nota Eurostat, da quando si è esaurita l’emergenza Covid siamo tornati a vedere un eccesso di mortalità solo una volta: quest’estate, forse a causa del caldo. Il clima potrebbe far sentire il suo peso sulla salute, ma fra gli indagati figura anche un sistema sanitario azzoppato da carenza di fondi e personale.
Il tema spinoso in Age-It è affidato a Gianluca Aimaretti, professore di endocrinologia all’università del Piemonte orientale, presidente della Società italiana di endocrinologia e medico all’Ospedale Maggiore della Carità a Novara. «Il tema dell’assistenza sul territorio è importante per tutti, ma in particolare per gli anziani. Il 70% di loro ha malattie croniche che richiedono cure e controlli continui. A loro non servono ospedali eccezionalmente specializzati, ma medici di famiglia sempre reperibili, case di comunità, un’assistenza che prosegua a casa dopo un eventuale ricovero. Basterebbe combattere obesità e diabete per far risalire l’aspettativa di vita, e non di poco».
Di questo non si può dare la colpa al Covid. «I primi segni di rallentamento - sottolineano sia De Santis che Vignoli - erano comparsi nei dati italiani sulla longevità già poco prima della pandemia».
Per assistere gli anziani, poi, ci vorrebbero i giovani. Ma se il fronte della longevità arranca, quello della natalità è fermo al palo. Nella storia la fine di ogni crisi ha visto un aumento delle nascite. «Con il Covid è avvenuto in pochi paesi del Nord Europa» spiega Vignoli. «Ma certo non da noi. In Italia piccoli segnali positivi si sono visti solo 9 mesi dopo la fine dei lockdown, per il rinnovato ottimismo. Ma col ritorno delle restrizioni le nascite tornavano puntualmente a calare».
A sorreggere la grande volta degli anziani insomma ci sono pilastri fragili: le nuove generazioni che si assottigliano. «Da quarant’anni abbiamo meno di 1,5 figli a coppia. Il risultato è che oggi a mancare sono i genitori, prima ancora dei figli» dice il coordinatore di Age-It. «Senza di loro si entra in una spirale di denatalità che ha conseguenze anche sull’assistenza agli anziani. Dalla spirale è possibile uscire, ad esempio valorizzando il ruolo strategico delle migrazioni».