Cronaca

“La donna è cacciatrice”. La lezione di parità dell’uomo preistorico

Una pittura paleolitica (Shtterstock)

Una pittura paleolitica (Shtterstock)

 

Le bioantropologhe americane Sarah Lacy e Cara Ocobock: “Cade la tesi sessista corroborata dall’analisi scientifica del corpo”. A chi fatica a immaginare la selvaggina preistorica inseguita da instancabili donne-terminator si può ricordare che Diana, molto prima di essere l’inquieta principessa di Galles, era pur sempre la dea della caccia

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L’uomo in posa fiera, con una clava in pugno e un capretto abbattuto nell’altra, e la donna in disparte, accovacciata su un cesto pieno di bacche, e con un lattante in braccio. Abbiamo visto così il Paleolitico nei sussidiari e nei musei: l’uomo cacciatore – protagonista attivo della Storia – e la donna passiva e accuditrice. Ma una crescente mole di studi oggi suggerisce che non è andata proprio così: le donne partecipavano alla caccia, e anzi avevano dei vantaggi sugli uomini in certe attività venatorie.

“L’uomo cacciatore e la civiltà”

Già in estate uno studio aveva mostrato che su 63 società di cacciatori-raccoglitori di cui esiste documentazione, il 79% vede una partecipazione delle donne alla caccia. A portare nuova linfa all’idea è ora un doppio studio pubblicato su American Anthropologist dalle bioantropologhe americane Sarah Lacy e Cara Ocobock. «La tesi dell’uomo cacciatore è prevalente dal 1968, quando gli antropologi Richard Lee e Irven DeVore pubblicarono Man the hunter, saggio in cui si legge: “La vita dell’uomo come cacciatore ha fornito tutti gli ingredienti per raggiungere la civiltà: la variabilità genetica, l’inventività, la comunicazione vocale, il coordinamento della vita sociale”.

"Una tesi sessista”

«Oggi l’archeologia e la fisiologia contraddicono questa tesi sessista», spiega Lacy. Per le due studiose, la letteratura scientifica sulla vita nell’era Paleolitica (da 2,5 milioni a 12.000 anni fa) mostra una – rivelatrice – assenza di indizi su una rigida divisione del lavoro tra sessi nella caccia. «Anzi: se guardiamo le sepolture rituali, dove il corpo era accompagnato dagli strumenti usati in vita, non vediamo differenze tra uomini e donne», sottolinea Lacy. «E i resti scheletrici dell’antichità, ad esempio quelli dei Neanderthal, mostrano gli stessi tipi di logoramenti, di traumi e di fratture sia negli uomini che nelle donne, indizio che i due sessi svolgessero le stesse attività: cacciare e raccogliere bacche».

“Le donne Ainu cacciavano con i cani”

È vero che nei maschi di Neanderthal del Paleolitico Superiore (iniziato 50.000 anni fa) si vedono lesioni dei tendini nelle braccia con una frequenza doppia nell’arto destro rispetto al sinistro (è il cosiddetto “gomito del lanciatore”), ma ciò non significa che la donna non cacciasse: «Già in quell’epoca si usavano armi da lancio come l’atlatl, un propulsore che amplifica la forza di chi lancia e consente alle donne di colpire prede a distanza». Qualche indizio è fornito anche da popoli come gli Ainu, nel Nordest asiatico: «Studi negli anni ’60 mostrano come le donne Ainu usassero cacciare grandi animali con l’aiuto dei cani. Altri studi indicano che se gli uomini del popolo Matsi, nell’Amazzonia, coinvolgono le donne si procurano più selvaggina di quella che si procaccerebbero da soli. E le donne del popolo Martu, in Australia, portano a casa quantità maggiori di selvaggina rispetto agli uomini», spiega Lacy.

Lo studio del corpo

La tesi della donna cacciatrice è corroborata anche dallo studio del corpo. «La donna, per la sua fisiologia, è particolarmente adatta ai lunghi inseguimenti di animali», spiega Cara Ocobock. «Un punto di forza in questo senso sono gli estrogeni (ormoni che hanno anche gli uomini, ma in quantità molto inferiori): facilitano l’uso degli acidi grassi come riserva di energia, con benefici per le attività che richiedono resistenza. Gli acidi grassi offrono più calorie per grammo rispetto al glicogeno, che invece viene usato di preferenza dall’organismo maschile ed è più adatto agli sforzi brevi e intensi». Inoltre i muscoli delle donne hanno più acidi grassi: «Ciò le rende meno sensibili alla fatica sulle grandi distanze», osserva Ocobock. «Infatti le donne riescono meglio degli uomini a tenere una velocità costante durante le corse di 10 km e le maratone». Le donne hanno anche più fibre muscolari di tipo 1 rispetto agli uomini, altro vantaggio nei lunghi inseguimenti. A chi fatica a immaginare la selvaggina preistorica inseguita da instancabili donne-terminator si può ricordare che Diana, molto prima di essere l’inquieta principessa di Galles, era pur sempre la dea della caccia.

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