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La Consulta su Regeni: “Nessuna immunità per il reato di tortura”

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Le motivazioni della sentenza: “Inaccettabile la paralisi per l’ostruzionismo egiziano”
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Se il processo per le torture e la morte di Giulio Regeni fin qui non è ancora cominciato è soltanto per «la mancata comunicazione da parte dello Stato egiziano degli indirizzi dei propri dipendenti ha impedito». Un atteggiamento doloso, pensato appositamente dal governo egiziano per non far cominciare il dibattimento. Un atteggiamento, però, che «non è accettabile» per chi ha, come l’Italia, il «dovere di salvaguardare la dignità umana» in un «processo imposto dalla Convenzione contro la tortura, in linea con il diretto internazionale generale».

Se non fosse stato ancora chiaro, con il deposito delle motivazioni, ieri la Corte Costituzionale ha inflitto l’ennesimo colpo a quella politica che da quasi otto …

Se il processo per le torture e la morte di Giulio Regeni fin qui non è ancora cominciato è soltanto per «la mancata comunicazione da parte dello Stato egiziano degli indirizzi dei propri dipendenti ha impedito». Un atteggiamento doloso, pensato appositamente dal governo egiziano per non far cominciare il dibattimento. Un atteggiamento, però, che «non è accettabile» per chi ha, come l’Italia, il «dovere di salvaguardare la dignità umana» in un «processo imposto dalla Convenzione contro la tortura, in linea con il diretto internazionale generale».

Se non fosse stato ancora chiaro, con il deposito delle motivazioni, ieri la Corte Costituzionale ha inflitto l’ennesimo colpo a quella politica che da quasi otto anni, da quando nel gennaio del 2016 il ricercatore italiano fu ucciso al Cairo, non riesce a prendere una posizione contro il governo di al Sisi che ha garantito, di fatto, le parole sono ancora della Corte, «una fattuale immunità extra ordinem, incompatibile con il diritto all’accertamento processuale».

Un’«immunità» che però ora, in nome del diritto e del giusto processo, non potrà più essere garantita. Il processo Regeni, dunque — dopo due anni di stop — dettati dalla decisione della Corte di Assise di Roma (confermata dalla Cassazione) di bloccare tutto in mancanza della notifica agli imputati — dovrà cominciare. La Cassazione ha infatti detto al giudice per l’udienza preliminare che l’articolo 420 bis, comma 3, del codice di procedura penale, quello sulla base del quale fin qui tutto era stato bloccato, è incostituzionale. Lo è perché non prevede che il giudice proceda anche senza la notifica per i delitti di tortura di Stato a cui fa riferimento la Convenzione di New York. E, in particolare, quando questo accade a causa della mancata assistenza del Paese di appartenenza dell’imputato, come appunto nel caso Regeni. «Ferma la presunzione di non colpevolezza, non può negarsi che si siano determinate obiettivamente le condizioni di una fattuale immunità extra ordinem, incompatibile con il diritto all’accertamento processuale, quale primaria espressione del divieto sovranazionale di tortura e dell’obbligo per gli Stati di perseguirla».

A sollevare l’eccezione di illegittimità costituzionale era stato, ad aprile scorso, il procuratore di Roma Franco Lo Voi, con accanto l’aggiunto Sergio Colaiocco che dal 2015 lavora sull’omicidio Regeni. Sembrava una mossa disperata dopo che i tribunali e soprattutto la politica (che nonostante le promesse non era riuscita a ottenere la collaborazione dell’Egitto) avevano di fatto messo il processo in un binario morto. E invece è arrivato il diritto con la pronuncia della Consulta — a firmare la sentenza è Stefano Petitti con la presidente, Silvana Sciarra — a permetterà, forse già prima della fine dell’anno, di mandare a giudizio il generale Sabir Tariq, i colonnelli Mohamed Athar Kamel e Helmi Uhsam e il maggiore Magdi Ibrahim Sharif, gli uomini della Nsa, il servizio civile egiziano, accusati di aver torturato fino a ucciderlo Giulio Regeni.

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