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“Mia mamma uccisa da papà davanti ai miei occhi. Oggi mi laureo per lei, contro la violenza di genere”

Maria Elisabeth Rosanò con i genitori adottivi

 
Il racconto di Maria Elisabeth Rosanò, rimasta orfana a sei anni. A Catanzaro ha discusso una tesi sugli abusi in famiglia: “Nessun bambino dovrebbe vivere il mio stesso dolore”
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«Mamma, sono sempre stata al tuo fianco per difenderti, per sostenerti. Tu non hai potuto farlo, ma tua figlia è sempre qui»: con questo messaggio racchiuso tra le righe dei ringraziamenti della tesi con cui si è appena laureata in Sociologia a Catanzaro, Maria Elisabeth Rosanò, 25enne calabrese, volge il pensiero a sua madre Anja, barbaramente uccisa, quasi 20 anni fa, per mano dell’uomo che amava nonché padre dei suoi figli, a Campana, paesino della Presila cosentina.

Cosa ricorda di quel giorno?

«Avevo 6 anni, stavo giocando nella mia cameretta quando vidi mio padre imbracciare il fucile da caccia e uccidere mia madre. Sanguinante, si avvicinò a me e ai miei due fratelli maggiori e ci sussurrò “è arrivata la mia fine”, giurandoci amore eterno».

In quel momento la sua vita è stata stravolta, è diventata un’orfana di femminicidio.

«Ai tempi non esisteva il reato di femminicidio, tanto che mio padre – costituitosi subito – grazie a varie attenuanti scontò soltanto 2 anni di carcere. L…

«Mamma, sono sempre stata al tuo fianco per difenderti, per sostenerti. Tu non hai potuto farlo, ma tua figlia è sempre qui»: con questo messaggio racchiuso tra le righe dei ringraziamenti della tesi con cui si è appena laureata in Sociologia a Catanzaro, Maria Elisabeth Rosanò, 25enne calabrese, volge il pensiero a sua madre Anja, barbaramente uccisa, quasi 20 anni fa, per mano dell’uomo che amava nonché padre dei suoi figli, a Campana, paesino della Presila cosentina.

Cosa ricorda di quel giorno?

«Avevo 6 anni, stavo giocando nella mia cameretta quando vidi mio padre imbracciare il fucile da caccia e uccidere mia madre. Sanguinante, si avvicinò a me e ai miei due fratelli maggiori e ci sussurrò “è arrivata la mia fine”, giurandoci amore eterno».

In quel momento la sua vita è stata stravolta, è diventata un’orfana di femminicidio.

«Ai tempi non esisteva il reato di femminicidio, tanto che mio padre – costituitosi subito – grazie a varie attenuanti scontò soltanto 2 anni di carcere. La vera odissea, invece, iniziò per me che, improvvisamente, mi sono ritrovata da sola, in un orfanotrofio. Di volta in volta venivo affidata a una famiglia diversa. Non avevo neanche il tempo di affezionarmi che venivo rispedita indietro come un pacco. Ho creduto di essere io il problema finché, a 9 anni, sono rinata tra le braccia di Mirella e Domenico che sono diventati i miei genitori adottivi».

Prima non aveva ricevuto sostegno da parte di associazioni o istituzioni?

«Purtroppo no, mi sentivo abbandonata al mio destino. Mi fa ancora male pensare agli assistenti sociali che cercarono di distoglierli dall’adozione, dicendo loro che ero troppo vivace e li avrei fatti dannare. Ma fortunatamente i miei genitori sono stati tenaci».

Questa carenza di professionalità e sensibilità vissuta in prima persona ha contribuito a indirizzare i suoi studi verso la facoltà di sociologia?

«Esattamente, ho sentito l’urgenza di colmare questo vuoto assistenziale. Ho coltivato questa mia propensione verso l’impegno sociale, cercando di dare voce alla testimonianza di mia madre, per aiutare le persone che si trovano a vivere la stessa situazione, per contribuire a costruire una società più responsabile e attenta ai bisogni delle vittime di violenza, ma anche dei bambini, la cui sofferenza spesso è invisibile».

La sua tesi di laurea non poteva che essere un approfondimento sulla “Violenza di genere nel contesto domestico”.

«Partendo dalla mia storia personale, analizzo le figure che ruotano attorno al fenomeno in continua crescita, i servizi di prevenzione e supporto alle vittime, le normative esistenti che, nonostante i passi avanti, non sono mai abbastanza efficaci».

Oltre che a sua madre biologica, i suoi ringraziamenti sono rivolti anche ai suoi genitori adottivi.

«Se sono arrivata fin qui è anche e soprattutto grazie a loro che mi hanno sostenuta in ogni mia scelta. Anche quando, appena maggiorenne, ho voluto incontrare mio padre biologico per cercare un frammento mancante nei miei ricordi di bambina. Non appena ha giustificato l’omicidio di mia madre con la rabbia per un suo ipotetico tradimento, ho deciso di non avere più alcun rapporto con colui che mi ha privato dell’amore più grande e avrebbe dovuto scontare molti più anni in carcere. Invece, continuo a sentire i miei fratelli che, più grandi di me, si sono costruiti il loro futuro da soli».

Ora, finalmente, è tempo di sorrisi. Cosa vede all’orizzonte?

«Mi godo il traguardo raggiunto e spero di poter lavorare presto in un centro antiviolenza per mettere la mia esperienza e le mie competenze a disposizione delle troppe vittime. Non smetto mai di denunciare l’assenza delle istituzioni. Nessun bambino dovrebbe vivere il dolore che ho dovuto affrontare, di cui tuttora porto addosso le conseguenze, tra paure e attacchi di panico. Nessuno mai si dovrebbe sentire come me: una valigia che viaggiava da una casa all’altra, senza sapere dove potesse fermarsi e finalmente aprirsi».

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