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(reuters)

Quelle tre ore di terrore a Campi Bisenzio, così ho visto il fiume inghiottire la mia terra

Il temporale, il vento e il livello del fiume che in poco tempo si solleva di sei metri e travolge tutto. La devastazione raccontata dallo scrittore: ora so com’è l’inferno
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Adesso, a 48 anni, posso dire di aver visto in faccia il terrore. Abito a Campi Bisenzio da molti anni, ci ho fatto le scuole elementari, poi le medie, e infine ho comprato casa. Conosco le strade, i tabernacoli, so dirti dove un tempo c’era una fattoria e poi ci hanno costruito un outlet. Oggi però, per la prima volta, ci sono zone in cui non riconosco i luoghi, devo concentrarmi in cerca di punti di riferimento, l’acqua copre tutto, a perdita d’occhio, a nord della città è un unico immenso lago e mi torna in mente che Collodi per il pescecane di Pinocchio si era ispirato proprio alla grande palude che ai suoi tempi qui regnava come un mare. Appunto, un mare.

(ansa)

La mia esperienza col terrore è iniziata giovedì pomeriggio. La perturbazione era stata annunciata come la più potente tempesta mai arrivata a queste latitudini, più simile a un uragano che a un vortice depressionario, e dunque anche sul …

Adesso, a 48 anni, posso dire di aver visto in faccia il terrore. Abito a Campi Bisenzio da molti anni, ci ho fatto le scuole elementari, poi le medie, e infine ho comprato casa. Conosco le strade, i tabernacoli, so dirti dove un tempo c’era una fattoria e poi ci hanno costruito un outlet. Oggi però, per la prima volta, ci sono zone in cui non riconosco i luoghi, devo concentrarmi in cerca di punti di riferimento, l’acqua copre tutto, a perdita d’occhio, a nord della città è un unico immenso lago e mi torna in mente che Collodi per il pescecane di Pinocchio si era ispirato proprio alla grande palude che ai suoi tempi qui regnava come un mare. Appunto, un mare.

(ansa)

La mia esperienza col terrore è iniziata giovedì pomeriggio. La perturbazione era stata annunciata come la più potente tempesta mai arrivata a queste latitudini, più simile a un uragano che a un vortice depressionario, e dunque anche sul mio smartphone avevo visualizzato gli allarmi, gli inviti alla prudenza, i codici gialli e arancioni. Ma sono onesto, non ci avevo creduto più di tanto, nonostante i danni che Ciaran aveva disseminato in Francia prima di spingersi fino qui, nel rettangolo stesso della mia finestra.

Che potrà mai essere? Quante volte ho visto piovere, anche violentemente? E poi è novembre, il mese del grigio plumbeo e dell’autunno bagnato, non mi sento di reclamare un’ulteriore propaggine di estate, già anomala nel suo regalarmi passeggiate in maglietta fino a Ognissanti. Però. Però in effetti stavolta sembra davvero diverso.

Si sono fatte le 15 quando un vento furioso inizia ad abbattersi sulla zona, contro il cielo che si è fatto a ovest di una cupezza innaturale, fra il nero inchiostro e una sfumatura che non so descrivere se non con il ricordo di quando, a undici anni, nell’ora di educazione artistica, sbagliai a dosare le tempere e mi venne fuori sul foglio un cielo assurdo, color melanzana, incredibile. Ecco, sì: incredibile. Infatti. Più o meno un’ora dopo inizia il diluvio. Violentissimo, al punto tale che due grondaie non resistono alla portata dell’acqua e mi si staccano di netto dalla facciata, tirandosi dietro l’intonaco.

Nel cortile il flusso torrentizio verso i tombini trascina di tutto, mentre un oleandro di tre metri dentro un enorme vaso si ribalta e vaga come fosse una piantina di geranio, portato dal vento. Penso “è un temporale, adesso smetterà”, ed è la rassicurazione che ha sempre funzionato, in quarant’anni dacché ci trasferimmo qui, come una specie di formula magica da ripetere per esorcizzare la paura ancestrale di quando ti senti inerme, e come un mantra “adesso smette”, “adesso smette”, “adesso smette”…

La bufera continua, invece. Per ore, continua. Ed io inizio a preoccuparmi, un po’ perché stanno per venirmi a prendere per portarmi a Roma, e un po’ perché questa zona, lo so, è un reticolo di acque di ogni tipo, stiamo in un triangolo fra l’Arno e il Bisenzio, disseminato di canali e di forre, un intrecciarsi di argini e di torrenti che fino dall’era dei Medici è stato addomesticato dall’uomo come una belva finalmente imbrigliata. Resisterà?

Sono le 18 quando esco a controllare il Bisenzio dal ponte vicino a casa, e noto che è già all’altezza del tronco d’albero su cui a volte mi siedo portando fuori il cane. Oltrepasso il fiume, raggiungo il bar, prendo un caffè, quanto basta per ripassare dopo neppure mezz’ora, e resto senza parole perché in così poco tempo il livello è già cresciuto di almeno due metri (quando vedrò il grafico idrometrico, ormai a notte tarda, avrò la conferma di un evento sconvolgente, con le acque che si quintuplicano in 3 ore).

Alle 18,45, sotto una pioggia ancora ininterrotta, do la mandata alla serratura di casa e mi dirigo a Roma per il mio impegno televisivo, senza immaginare cosa troverò al rientro, più o meno alle 2, quando lo stato di emergenza è già stato dichiarato dal sindaco e il Bisenzio ha esondato nel cuore stesso della città. Mi scrivono amici, è un rincorrersi di messaggi, c’è chi sta portando in salvo gli anziani ai piani superiori, interi isolati sono senza corrente elettrica e senza telefono, l’acqua è oltre il metro e le auto si incastrano le une sulle altre.

Alle 2,30 esco di nuovo a piedi, intorno a casa mia la gente è per strada e nel buio sentiamo il rumore del fiume come fosse veramente un animale senza briglia, libero di azzannare. Qualcuno urla da una finestra, dice che ha la madre ottantenne isolata in casa nella zona di Capalle, dove pare sia già tutto sommerso da ore. La notte sarà lunga, attaccati sui social mentre la pioggia non accenna a demordere, e per giunta si leva un vento con raffiche squassanti, tanto che rami giganteschi bloccano le strade e la Protezione civile impazzisce fra le idrovore e le motoseghe.

È mattino presto quando, con la luce grigia del giorno, mi rendo conto veramente del disastro. In città il fango è ovunque, e dove non c’è fango è ancora acqua. Persone disperate mi indicano i garage e gli scantinati dove solo un sommozzatore potrebbe infilarsi, le autorità mi raccontano dei dispersi e delle ricerche in corso.

La biblioteca è distrutta, l’antica villa Montalvo ha danni incalcolabili, cataste di automobili sono impilate sui bordi della strada, alcune alzate dalla furia dell’acqua fino a incastrarle sopra muretti di mezzo metro, mi colpisce un autotreno intraversato e semi sommerso sul viale di scorrimento verso nord, ormai completamente mutato in un’indifferenziata distesa d’acqua. Per aiutare i volontari, mi faccio spazio fra i negozi alluvionati, ed è lì che un bambino cinese di tre o quattro anni, con un paio di stivali che gli coprono tutta la gamba, mi sorride e mi mostra i suoi giochi, tutti macchiati di fango, ammassati per strada fuori dalla porta di casa. In mano, con orgoglio, tiene l’Uomo Ragno e sorride come se ci tenesse a far vedere a chiunque passi che “io l’ho salvato”. Poco distante, una signora molto anziana, in vestaglia e ciabatte, tiene in braccio il cagnolino e mi descrive da fuori casa sua, tutta al piano terra, invasa da almeno due metri d’acqua in cui galleggia di tutto. Mi dice, nel tipico accento locale “oh che s’è fatto noiartri di male?...”

Eh già. Penso che adesso immancabilmente si cercheranno le colpe, le omissioni, insomma tutto ciò che attiene a “che s’è fatto noiartri di male”. Ma da quella lista di lacune e di errori, mancherà comunque la fetta più grossa di responsabilità, quella che accomuna tutti quanti nella sufficienza se non nel menefreghismo nei confronti di un’emergenza climatica che distrugge come un esercito nemico. Mi aggiro fra i vicoli e le piazze di questa cittadina che mi ha visto crescere, e ho davanti agli occhi una devastazione che non è così diversa da quella che mi arriva dai teatri di guerra, solo che l’Ucraina e la Palestina si meritano indignazione e scandalo, muovendo magari in noi tifoserie contrapposte, mentre nessuna reale mobilitazione scatta nel contrastare un avversario che certo non ha bandiera e non tiene conferenze stampa, ma ci flagella con missili e razzi sebbene di fango e d’acqua.

Per cui sì, confesso di essermi anche posto questa domanda: se ad aver così infierito sulla mia città fosse stato, stanotte, un drone iraniano o un commando mercenario agli ordini di Putin, cosa accadrebbe adesso? Noi grideremmo per rabbia che dobbiamo reagire, reclameremmo giustizia e avremmo qui le massime istituzioni del Belpaese a farsi riprendere dalle telecamere mentre promettono “non tollereremo che accada ancora”.

Viceversa, siccome la distruzione l’ha apportata il ciclone Ciaran, saremo formidabili a ricostruire (la gente di qui non si rassegna mai) senza percepire chi sia realmente il nemico che ci ha umiliati e sopraffatti in neppure 24 ore, alimentandosi con le nostre politiche kamikaze, con un perpetrato abuso nel rapporto col territorio, con uno stupro generico e depenalizzato del pianeta, di cui in fondo siamo tutti complici nelle scelte di ogni giorno, a partire dal sottoscritto. Quindi, in sintesi, a che serve questo mio dolore davanti al disastro? È pura ipocrisia, se non determina almeno l’insorgere tardivo di una consapevolezza.

E allora, mentre scrivo per voi questa testimonianza dalla rovina, mi viene in mente una provocazione, certamente estrema ma credo più che mai indifferibile: così come abbiamo messo sui pacchetti di sigarette le immagini choc dei polmoni marci e delle tracheotomie, così decidiamoci a trasformare in gigantografie le istantanee di queste apocalissi climatiche, mettendole in bella mostra nei centri dello shopping e sopra i bus, nelle metropolitane, sui banner online.

Non esiste strumento più potente del terrore per mettere in moto la percezione di un rischio che seriamente minaccia tutti quanti. Stavolta è toccato a noi, in questo altrimenti sconosciuto hinterland fra Firenze e Prato, finora assurto alla ribalta nazionale solo per la vertenza della fabbrica Gkn. Anche lì si trattò in fondo di un fatto all’apparenza locale, che si tramutava tuttavia in paradigma universale per la tragedia del lavoro che lo scatenava. Ebbene, adesso non è diverso, dunque facciamo in modo che questo fango non resti soltanto memoria di un incubo per chi lo ha vissuto, ma si declini in cemento di un nuovo edificio collettivo di coscienza ambientale.

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