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La figlia della droga salvata dalla nonna. “Nacque a Rogoredo, ora l’inferno è lontano”

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Azzurra, 5 anni, fu concepita da una tossicodipendente che viveva a Milano. La bambina è stata cresciuta dalla mamma della ragazza. E sta bene
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CAGLIARI — Questa bambina è figlia della droga, ma è viva, e sta persino bene. Concepita 5 anni fa nel bosco di Rogoredo, la più grande piazza di spaccio di Milano, d’Italia, d’Europa. Figlia di un padre pusher, che forse è morto. Di una madre che si chiama Maria, intercettata mentre cercava una dose. La storia sembrava solo una leggenda malvagia, “a Rogoredo c’è anche una ragazza incinta. È una tossica, ha la pancia grossa così. Partorirà tra le siringhe…”. Era vero. Tossica, 25 anni, incinta al sesto mese. Ma non ha partorito nel bosco, sua figlia è nata alla Clinica Mangiagalli. Una sopravvissuta.

‘Ho salvato mia nipote’

«Quante volte ho detto a Maria che doveva andare in ospedale, sennò sarebbe successo per terra, tra l’immondizia, nell’orrore di quel posto». Rossella ha 60 anni ed è una nonna-mamma comunque felice, e anche orgogliosa: «Non sono riuscita a salvare mia figlia, ma almeno ho salvato mia nipote». La bambina si chiama Azzurra, assomiglia alla madre nei capelli, nel t…

CAGLIARI — Questa bambina è figlia della droga, ma è viva, e sta persino bene. Concepita 5 anni fa nel bosco di Rogoredo, la più grande piazza di spaccio di Milano, d’Italia, d’Europa. Figlia di un padre pusher, che forse è morto. Di una madre che si chiama Maria, intercettata mentre cercava una dose. La storia sembrava solo una leggenda malvagia, “a Rogoredo c’è anche una ragazza incinta. È una tossica, ha la pancia grossa così. Partorirà tra le siringhe…”. Era vero. Tossica, 25 anni, incinta al sesto mese. Ma non ha partorito nel bosco, sua figlia è nata alla Clinica Mangiagalli. Una sopravvissuta.

‘Ho salvato mia nipote’

«Quante volte ho detto a Maria che doveva andare in ospedale, sennò sarebbe successo per terra, tra l’immondizia, nell’orrore di quel posto». Rossella ha 60 anni ed è una nonna-mamma comunque felice, e anche orgogliosa: «Non sono riuscita a salvare mia figlia, ma almeno ho salvato mia nipote». La bambina si chiama Azzurra, assomiglia alla madre nei capelli, nel taglio della bocca, nello sguardo. Non nel sorriso, ma solo perché Maria non sorrideva più. Appena tornata dalla materna, dove ha disegnato le zucche per Halloween, strilla «ho fame!». Ha voglia di giocare, di correre. E alla domanda «com’è fatta la tua famiglia?», risponde che «c’è mamma Maria, ma è lontana. C’è mamma-nonna, c’è papi-nonno». Una volta alla settimana Rossella e il marito Ugo chiamano Maria, che vive in una comunità nel nord Italia, e le fanno salutare la bambina, «sempre alla presenza della psichiatra che la segue nella struttura». Maria non la incontra, non la tocca dal giorno del parto, la giudice ha deciso così, forse un giorno cambierà idea. Ha affidato la neonata prima a una casa-famiglia, poi ai nonni. «All’ultima udienza ci ha detto “voi due, siete grandicelli…”. Mi sono sgolata, per dire che ce l’avremmo fatta». Non essendo questa una favola a lieto fine, se non a metà, tutto è stato estremamente difficile, «e io lo voglio raccontare. Molti genitori sono disperati, ma esiste una speranza».

Ma «della droga ormai non si parla più. È un problema abbandonato. E i genitori si sentono abbandonati». Rossella ha attraversato più volte quel mondo nero, entrando con le sue gambe nello “zoo”, «le “sentinelle” mi vedevano da lontano e gridavano “chi sei? Vai via!”. Io urlavo “sono la mamma di Maria, ditele che la sto cercando”». L’ha trovata e persa molte volte «perché lei scappava sempre. Da casa, dalle comunità, dagli ospedali, attirata da quel mondo di zombie». È difficile raccontare la smania di chi cerca la dose, la camminata da burattino di chi va incontro allo spacciatore, la calma sovrannaturale del dopo, quando la droga circola in corpo. «All’inizio aveva paura delle siringhe, e l’eroina la fumava. Poi, non gliene importava più niente».

I debiti

E «quanti panini ho portato. All’inizio per lei, poi li regalavo anche agli altri. E quanti soldi ho distribuito, per avere una rete di “amici” che mi avvisassero di come stava, quando dovevo tornare in Sardegna». Nel paese in cui vive questa famiglia — artigiani, quasi in pensione — pochissimi ne conoscono la tragedia. «La bambina va tutelata, non solo perché è minore. Se non esistesse, non avrei problemi a parlare con nome e cognome», ma c’è, quindi non si scrive il Comune, e nemmeno i nomi veri. «Scriva che abbiamo dei debiti. Le comunità non sono tutte uguali, è difficile trovare quella giusta. E se non c’è posto? A un certo punto siamo andati in una privata. Costava 4200 euro al mese, ma almeno l’hanno tenuta un po’».

Di soldi ne sono andati via tanti, «ho conosciuto una ragazza, infermiera e tossica, la pagavo in cambio di telefonate. Lei mi ha detto che Maria era incinta. Sono arrivata a Linate sicura di riportarla a casa. Era sporca e stracciata, diceva che era solo un gonfiore. E se ne è andata. Allora ho tirato fuori un biglietto da 50 euro, l’ho sventolato, lei l’ha preso e mi ha seguita fino all’ospedale per la visita ginecologica». Rossella è vissuta a Milano per mesi, inseguendo Maria nella metropolitana dove faceva l’elemosina, nelle strade della periferia, verso San Giuliano, dove si è spostato lo “zoo” dopo la bonifica del bosco. «Sono anche rimasta senza soldi, una volta ho dormito in un parcheggio sotterraneo, con il trolley vicino. Un’altra volta mi ha ospitata un pizzaiolo egiziano. Gli facevo pena». E «sono stata anche da Maria, che per un po’ ha abitato con il suo compagno spacciatore. Quanta cocaina ho visto passare in quella cucina...». I carabinieri «sapevano sempre dove mi trovavo, se mi sentivo in pericolo li chiamavo. E anche dopo, quando l’ho ripersa, se la trovavano mi avvertivano, salvo poi lasciarla andare. “È maggiorenne, non possiamo trattenerla”». Così, tornava nel bosco «e ci sedevamo a terra tra le siringhe, le dicevo “vuoi morire, tu e il bambino?”. Era indifferente, anche quando ha partorito. Infatti poi è scappata».

La paura del dopo

In questi anni, molti sono stati sordi e ciechi, come se gli passassero davanti troppe Marie e Rosselle, «ma ho anche riconoscenza verso alcuni, come l’avvocata Raimonda Aliu, e Giovanni Messina, del Nucleo emergenza sociale della polizia locale di Milano». E la casa-famiglia, i primari della Mangiagalli e del reparto psichiatria di Niguarda, il dottor Mosca… E il carcere Vallette di Torino, «dove è finita a scontare una pena. Lì è cambiato tutto: ha ripreso a studiare, ha lavorato. L’hanno disintossicata. Ha realizzato di avere una figlia. Sono riconoscente al carcere!». Prima della comunità attuale, ci sono stati Tso, fogli di via, «Maria mangiava dai cassonetti, era ridotta così». E se anche non lo è più, la ragazza inselvatichita e rabbiosa che era, «noi abbiamo paura di quando uscirà. Il giudice deciderà se ridarle Azzurra, ma lei è debole, fragile come tutti i tossici, anche chi ne è uscito. Temiamo le ricadute». Da quando è stata in carcere, Maria scrive una lettera al giorno. «Cara mamma, io lo so che non mi avete mai abbandonata…». Rossella ha un pacco così di lacrime e rimpianti, ma tutto è impregnato dal ricordo della grande violenza che ha colpito tutti, a cominciare da Maria. «Ha iniziato al liceo, i ragazzi fumavano erba… Lei è andata oltre. Con l’eroina è diventata aggressiva, ci menava per avere i soldi, le solite cose che sanno i genitori. Poi ha deciso di andare a Milano, e lì si è persa», nel bosco che 5 anni fa ha dato un unico frutto buono, ma è stato l’unico.

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