L’accusa di Sibilla, suicida in Svizzera “Chi non ha soldi costretto a soffrire”
di Maria Novella De LucaSibilla ha scelto la libertà. Era bellissima, aveva 58 anni e due figli. Il più grande, Vittorio, alla fine di ottobre è salito con lei su un aereo per accompagnarla in Svizzera a morire. Insieme a loro Marco Perduca dell’Associazione Luca Coscioni di cui Sibilla Barbieri, attrice e regista, era consigliera. Madre e figlio insieme in un estremo atto d’amore. Aveva un cancro all’ultimo stadio Sibilla, viveva a Roma, si era ammalata dieci anni fa e nell’agosto scorso, quando già le sue condizioni erano di sofferenza estrema e di nessuna speranza, aveva chiesto alla sua Asl di riferimento (Roma1), di poter accedere al suicidio assistito, così come prevede la sentenza emessa dalla Consulta dopo il caso di Dj Fabo.
Non vuole la sedazione profonda Sibilla, non vuole le cure palliative. Vuole mettere fine, con un solo gesto, a giorni troppo atroci. Ma la Asl, dopo le verifiche effettuate a settembre, aveva negato a Sibilla il diritto di morire in Italia, a casa sua, accanto gli affetti più …
Sibilla ha scelto la libertà. Era bellissima, aveva 58 anni e due figli. Il più grande, Vittorio, alla fine di ottobre è salito con lei su un aereo per accompagnarla in Svizzera a morire. Insieme a loro Marco Perduca dell’Associazione Luca Coscioni di cui Sibilla Barbieri, attrice e regista, era consigliera. Madre e figlio insieme in un estremo atto d’amore. Aveva un cancro all’ultimo stadio Sibilla, viveva a Roma, si era ammalata dieci anni fa e nell’agosto scorso, quando già le sue condizioni erano di sofferenza estrema e di nessuna speranza, aveva chiesto alla sua Asl di riferimento (Roma1), di poter accedere al suicidio assistito, così come prevede la sentenza emessa dalla Consulta dopo il caso di Dj Fabo.
Non vuole la sedazione profonda Sibilla, non vuole le cure palliative. Vuole mettere fine, con un solo gesto, a giorni troppo atroci. Ma la Asl, dopo le verifiche effettuate a settembre, aveva negato a Sibilla il diritto di morire in Italia, a casa sua, accanto gli affetti più cari. Secondo l’équipe medica Sibilla Barbieri non avrebbe avuto tutti i requisiti previsi dalla sentenza della Consulta per la morte volontaria. Pur in presenza di una patologia irreversibile fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili e naturalmente con la totale capacità di autodeterminarsi, la commissione aveva ritenuto che mancasse il requisito della «dipendenza da trattamento di sostegno vitale».
Sibilla era invece dipendente da ossigenoterapia e da farmaci per il dolore che, se interrotti, avrebbero portato velocemente a una morte dolorosa. In una situazione del tutto analoga – a testimonianza della scelta incomprensibile della Asl romana – in Veneto, nel luglio scorso, Gloria, anche lei paziente oncologica terminale, non solo aveva ottenuto il via libera dall’azienda sanitaria, ma la stessa Asl aveva consegnato a Gloria il farmaco e la strumentazione per il suicidio assistito avvenuto poi sotto il controllo di Mario Riccio, il medico che aiutò a morire Piergiorgio Welby. Oggi Vittorio, il giovane figlio di Sibilla, che fa parte dei “dissobedienti civili” che accompagnano i malati in Svizzera, si autodenuncerà insieme a Perduca e Cappato ai carabinieri per “assistenza al suicidio”.
Prima di salutare la vita Sibilla aveva registrato uno straordinario, commovente testamento civile, in cui accusa con nettezza lo Stato italiano di averla costretta ad emigrare per morire. «Ho deciso liberamente e consapevolmente di ottenere aiuto dalla Svizzera, possiedo i 10mila euro necessari e posso ancora andarci fisicamente anche se sono al limite. Ma tutte le altre persone condannate a morire da una malattia e che non possono perché non hanno mezzi e sono sole, o che non hanno le informazioni? Questa è una grave discriminazione a cui lo Stato dovrebbe porre rimedio».
Un lucido j’accuse quello di Sibilla, implacabile nel raccontare la sua condizione fisica, il suo copro aggredito dalle metastasi. «La Asl ha deciso che non rientro nei casi possibili per il suicidio assistito perché non sono attaccata a macchinari per il sostegno vitale, ma pochi malati terminali di cancro sono attaccati a sostegni e anche questa è una discriminazione gravissima». Poi l’addio. «Ho fatto tutte le cure possibili ma non ha funzionato. Non ho più tempo. Mi dispiace per i miei figli, avrei voluto proteggerli. Ma ho scelto di vivere libera fino alla fine, ho scelto di disobbedire. Voglio ringraziare l’associazione Coscioni e voi per avermi ascoltato al posto dello Stato».