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Scampia, azzerato l’ultimo clan: racket anche sugli ambulanti

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Sgominato l’ultimo clan di Scampia. Sono 37 le misure cautelari emesse dal gip Nicola Marrone su richiesta della Dda della Procura ed eseguite dai carabinieri che hanno colpito gli Abbinante.

Famiglia storica della camorra dell’area nord di Napoli capace di resistere alle tre faide di Scampia, imporsi sul territorio e dettare legge nel Rione Monterosa come se quelle strade fossero casa propria. Una pressione asfissiante che non risparmiava nessuno. Spaccio di droga e tangenti per pagare le “mesate” agli affiliati e assistere i detenuti.

E anche la spietatezza di chiedere il pizzo di 50 euro a un ambulante che ne guadagnava appena 20. «Vedi che devi fare, venditi la bancarella, fai quello che vuoi» altrimenti «ti devo prendere e buttare nel bidone dell’immondizia» diceva il boss Arcangelo Abbinate al povero ambulante che aveva provato a dargli degli orecchini di bigiotteria anziché soldi.

Gli incassi principali del clan erano legati alla droga, ogni tipo di stupefacente: marijuana, …

Sgominato l’ultimo clan di Scampia. Sono 37 le misure cautelari emesse dal gip Nicola Marrone su richiesta della Dda della Procura ed eseguite dai carabinieri che hanno colpito gli Abbinante.

Famiglia storica della camorra dell’area nord di Napoli capace di resistere alle tre faide di Scampia, imporsi sul territorio e dettare legge nel Rione Monterosa come se quelle strade fossero casa propria. Una pressione asfissiante che non risparmiava nessuno. Spaccio di droga e tangenti per pagare le “mesate” agli affiliati e assistere i detenuti.

E anche la spietatezza di chiedere il pizzo di 50 euro a un ambulante che ne guadagnava appena 20. «Vedi che devi fare, venditi la bancarella, fai quello che vuoi» altrimenti «ti devo prendere e buttare nel bidone dell’immondizia» diceva il boss Arcangelo Abbinate al povero ambulante che aveva provato a dargli degli orecchini di bigiotteria anziché soldi.

Gli incassi principali del clan erano legati alla droga, ogni tipo di stupefacente: marijuana, cocaina, eroina, crack. Smercio che avveniva in maniera “statica” nelle piazze di spaccio attive 24 ore al giorno, ma anche “dinamica” attraverso la consegna su ordinazioni telefoniche nascoste dietro nomi in codice come “maglietta” per indicare lo stupefacente o “Padre Pio”, l’alias dell’acquirente.

Frequente anche il ricorso a pusher “privati” obbligati al pagamento di una quota mensile e tenuti a rifornirsi di quantitativi predeterminati. Ed estorsioni su tutto ciò che si poteva. Il clan imponeva persino il fornitore di mozzarella, pane e di buste per i supermercati. Una pressione asfissiante. Un imprenditore in cambio della fornitura esclusiva di mozzarella e latticini avrebbe dovuto versare mille euro al clan. Un fornitore di pane doveva pagarne 300, altrimenti non poteva neanche avvicinarsi agli alimentari del quartiere. Il gruppo puntava anche ai cantieri con i boss che giravano per il rione Monterosa come sanguisughe in cerca di soldi da spremere. Il blitz ha portato all’esecuzione di un ordine di custodia in carcere per 20 persone, uno ai domiciliari, e 16 divieti di dimora.

In sette sono sfuggiti al blitz e tra loro capi come Francesco Abbinante e Salvatore Mari, detto ‘o tenent, chiamato così per la capacità di organizzare le piazze di spaccio e distribuire i soldi tra gli affiliati. La guida della cosca, però, è questione di famiglia, riservata soprattutto a chi porta il cognome Abbinante. Da Guido, Francesco, Antonio, Arcangelo per finire a Francesco jr, Antonio jr. Nell’inchiesta numerose intercettazioni, riprese con le telecamere e dodici pentiti. Le indagini dei carabinieri hanno permesso di svelare i legami del gruppo anche con i clan di Caivano, “quelli con più droga e potere”, e con i “maranesi”, da cui il clan si riforniva.

Quando a un pusher è stato sequestrato un carico di droga acquistato dai “maranesi”, il clan ha saldato il debito con gli alleati ma poi ha chiesto allo spacciatore 14 mila euro, picchiandolo e minacciandolo di cacciare dal rione la famiglia e poi sequestrandogli l’auto a garanzia del debito. Il pusher fu convinto a versare rate mensili di 500 e 600 euro, soldi che recuperava rubando e rivendendo batterie dalle auto. Tra i vari episodi documentati anche un summit avvenuto nel cimitero di Marano durante un funerale.

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