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Cancro, organi avatar coltivati in provetta. “Così avremo cure su misura”

Organoidi di fegato usati per studiare i tumori. Credit Dr. Benedetta Artegiani/Princess Máxima Center for pediatric oncology

 
La ricerca finanziata dall’Airc, che oggi porta in piazza i cioccolatini della ricerca. “Test su una cinquantina di pazienti. Risultati promettenti, presto saranno estesi”
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È un po’ come vivere in universi paralleli. A un malato di cancro è data la chance di saltare in quello dove la cura funziona meglio. Gli universi di cui parliamo sono chiusi in provette che in realtà misurano pochi millimetri. Per chi ha un tumore, però, valgono un mondo.

Gli organoidi sono copie identiche, coltivate in laboratorio, degli organi colpiti dalla malattia. Dire identiche può sembrare un’esagerazione: sono grumi di cellule tumorali non più grandi di mezzo centimetro. L’aspetto importante però è che gli organoidi vengono fatti crescere partendo dalle cellule del tumore di un paziente. Ne riproducono fedelmente la malattia. E possono essere replicati in decine di copie.

«Li usiamo per provare tutte le terapie alternative che abbiamo a disposizione» spiega Luca Tiberi, professore di terapia del cancro all’università di Trento. «Prendiamo tutti gli organoidi di un paziente ottenuti in laboratorio. Ogni tre (uno solo non darebbe certezze) aggiungiamo un farmaco o una combinazi…

È un po’ come vivere in universi paralleli. A un malato di cancro è data la chance di saltare in quello dove la cura funziona meglio. Gli universi di cui parliamo sono chiusi in provette che in realtà misurano pochi millimetri. Per chi ha un tumore, però, valgono un mondo.

Gli organoidi sono copie identiche, coltivate in laboratorio, degli organi colpiti dalla malattia. Dire identiche può sembrare un’esagerazione: sono grumi di cellule tumorali non più grandi di mezzo centimetro. L’aspetto importante però è che gli organoidi vengono fatti crescere partendo dalle cellule del tumore di un paziente. Ne riproducono fedelmente la malattia. E possono essere replicati in decine di copie.

«Li usiamo per provare tutte le terapie alternative che abbiamo a disposizione» spiega Luca Tiberi, professore di terapia del cancro all’università di Trento. «Prendiamo tutti gli organoidi di un paziente ottenuti in laboratorio. Ogni tre (uno solo non darebbe certezze) aggiungiamo un farmaco o una combinazione di farmaci. Poi osserviamo la reazione, scegliamo la terapia più efficace e la somministriamo al paziente». Tiberi si occupa di tumori al cervello, ma sono stati creati organoidi anche per colon, retto, pancreas, fegato, vescica, prostata, ovaio, mammella, stomaco, esofago e polmoni.

In Italia la maggior parte degli studi è finanziata dall’Airc, l’Associazione italiana per la ricerca sul cancro, che oggi offre i “cioccolatini della ricerca” in 2mila piazze (l’elenco sul sito Airc). Con un contributo di 13 euro alla ricerca si riceve una scatola di cioccolatini con un opuscolo sulla prevenzione e sui passi avanti delle cure. «Senza Airc questi studi di frontiera sarebbero semplicemente impossibili» dice Tiberi.

Come ogni tecnica di frontiera, gli organoidi non sono ancora disponibili per tutti. «Finora abbiamo fatto test su una cinquantina di pazienti» spiega Giovanni Tonon, professore all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. «Abbiamo brevettato una piattaforma per rendere più veloce la comparazione delle varie terapie. Credo che l’uso degli organoidi potrebbe diffondersi presto».

La tecnica degli universi paralleli ha ancora molti limiti, ma dà risposte che i ricercatori definiscono promettenti alla domanda: qual è la terapia migliore per ogni paziente?

«Le cellule tumorali che coltiviamo in laboratorio provengono dalla biopsia del chirurgo» spiega Tiberi. «Non sappiamo perché, ma in alcuni casi con quel materiale si riescono a creare 50 o 60 organoidi e in altri nessuno». La percentuale di successo si aggira attorno al 70%, stima Tonon, che aggiunge: «Ci sono anche altri limiti. Gli organoidi non riproducono il microambiente del tumore: cellule immunitarie e vasi sanguigni. Nonostante questo, rispondono a un’esigenza che l’oncologia sente da decenni: capire in anticipo quale terapia somministrare a ogni paziente, risparmiando tempo ed effetti collaterali. Oggi si seguono protocolli standard. Adeguare la cura alla singola persona sarà un enorme passo avanti».

Lo studio sugli organoidi inizia a toccare anche i tumori del sangue. Anna Kabanova, ricercatrice di Toscana Life Sciences, si occupa ad esempio di leucemia linfatica cronica. «I nostri organoidi sono aggregati di linfociti B, le cellule colpite da questo tumore. Li usiamo per studiare il metabolismo della malattia».

Kabanova, laureata in Russia, grazie a un finanziamento Airc è arrivata a Siena, dove il 14 e 15 novembre si svolgerà un convegno internazionale (30 i paesi partner) dedicato proprio alla medicina personalizzata.

I fondi pubblici per questo tipo di studi sono però solo briciole. «Mi chiedo perché – suggerisce Tiberi – a ricerche condotte con fondi donati dall’Airc debba essere applicata l’Iva. Perché un laboratorio deve pagare il 22% su materiali usati per trovare una cura contro i tumori?»

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