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Caso Indi Gregory, Borgna: “È disumano uccidere la speranza di quei genitori”

Intervista allo psichiatra: “La madre e il padre andavano ascoltati: chi ha diritto di decretare se una vita è degna di essere vissuta? Se l’Italia offriva una possibilità di cura si poteva tentare. Ho sempre difeso esistenze che ad altri sembravano perdute”
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«Bisognava ascoltare i genitori, seguire anche quell’ultima speranza di cura per Indi, quale diritto avevano i giudici inglesi di staccare le macchine contro la volontà della famiglia? Chi ha diritto di decidere se una vita è degna o no di essere vissuta?».

Eugenio Borgna ha 93 anni, alla psichiatria ha dedicato tutta la sua vita, così alla cognizione del dolore e alla difesa della fragilità. Sul destino della piccola Indi, otto mesi, nata con una malattia mitocondriale rarissima, legata a un respiratore fin dalla nascita, tracheotomizzata, alimentata con un sondino naso gastrico, sottoposta a molteplici interventi, dice con gravità: «Sono dalla parte della speranza anche se questa fosse stata un’illusione».

Un terreno delicatissimo professor Borgna. Tracciare confini netti può sembrare sempre arbitrario. Non crede però che di fronte a una vita così sofferente i giudici abbiano scelto per il bene della bambina?

«No, assolutamente. Per due motivi. Se un grande ospedale come il Bambin G…

«Bisognava ascoltare i genitori, seguire anche quell’ultima speranza di cura per Indi, quale diritto avevano i giudici inglesi di staccare le macchine contro la volontà della famiglia? Chi ha diritto di decidere se una vita è degna o no di essere vissuta?».

Eugenio Borgna ha 93 anni, alla psichiatria ha dedicato tutta la sua vita, così alla cognizione del dolore e alla difesa della fragilità. Sul destino della piccola Indi, otto mesi, nata con una malattia mitocondriale rarissima, legata a un respiratore fin dalla nascita, tracheotomizzata, alimentata con un sondino naso gastrico, sottoposta a molteplici interventi, dice con gravità: «Sono dalla parte della speranza anche se questa fosse stata un’illusione».

Un terreno delicatissimo professor Borgna. Tracciare confini netti può sembrare sempre arbitrario. Non crede però che di fronte a una vita così sofferente i giudici abbiano scelto per il bene della bambina?

«No, assolutamente. Per due motivi. Se un grande ospedale come il Bambin Gesù di Roma si era offerto di accogliere Indi, mettendo a rischio la propria reputazione, perché vietare ai genitori di fare quest’ultimo tentativo? È disumano uccidere la speranza, anche se si rivelasse un’illusione».

Un’illusione fatta di dolori indicibili a giudizio dei medici inglesi.

«I medici italiani però avevano aperto uno spiraglio di speranza. Ritenendo di poter migliorare le condizioni di Indi. Portandola nel nostro paese avremmo compiuto un gesto di umanità sia verso i genitori che verso la bambina. Forse non c’era più nulla da fare ma in questo modo i genitori avrebbero avuto pace. E quante volte anche le prognosi più infauste di una équipe medica vengono smentite da una équipe diversa? Qui però c’è in gioco il senso stesso della dignità della vita».

In che senso? Indi aveva otto mesi ed era in una condizione terminale.

«Ma quale diritto avevano i giudici di decidere se la sua vita fosse o meno degna di essere vissuta? Nella mia professione ho sempre difeso esistenze che per altri erano vite a perdere».

Negli ospedali psichiatrici?

«Sì, quando erano pieni di malati abbandonati, considerati dei rifiuti. Pur se curati molti non sono guariti, magari hanno vissuto poco, ma è stata loro restituita la dignità. Anche allora parte della medicina, di fronte alla non guarigione, proponeva l’abbandono dei pazienti. Se ci fosse stata anche una possibilità di cura su mille per Indi andava perseguita».

Dunque in casi così disperati chi può decidere del destino di un bambino?

«I genitori. Dovevano essere aiutati e ascoltati. La legge inglese ha calpestato ogni forma di umanità».

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