Nassiriya vent’anni dopo, il comandante generale dei carabinieri Teo Luzi: “Le nostre missioni non si sono mai fermate. Siamo di nuovo in Iraq”
di Gianluca Di Feo«Non posso dimenticare il momento in cui ho ricevuto la notizia della strage di Nassiriya. Avevo partecipato a una missione di quel tipo in Bosnia e mi si è stretto il cuore: mi sono tornate in mente le paure ma anche le soddisfazioni di quei pattugliamenti tra popolazioni appena uscite da una guerra». Vent’anni fa Teo Luzi era stato appena promosso colonnello, oggi è il comandante generale dell’Arma e vivrà l’anniversario dell’attentato con i familiari dei dodici carabinieri caduti nell’attentato jihadista. «Di quel giorno mi resta dentro l’immagine della folla immensa che ha reso omaggio alle vittime all’Altare della Patria. C’è stato un pellegrinaggio spontaneo qui al Comando generale: l’ingresso venne sommerso di fiori».
Quanto era forte la sensazione del rischio in quelle attività condotte tra la gente in zone di conflitto?
«In Bosnia all’inizio c’era una percezione di pericolo immanente e la popolazione ci ha accolto con diffidenza, poi gli abitanti hanno capito che eravamo lì p…
«Non posso dimenticare il momento in cui ho ricevuto la notizia della strage di Nassiriya. Avevo partecipato a una missione di quel tipo in Bosnia e mi si è stretto il cuore: mi sono tornate in mente le paure ma anche le soddisfazioni di quei pattugliamenti tra popolazioni appena uscite da una guerra». Vent’anni fa Teo Luzi era stato appena promosso colonnello, oggi è il comandante generale dell’Arma e vivrà l’anniversario dell’attentato con i familiari dei dodici carabinieri caduti nell’attentato jihadista. «Di quel giorno mi resta dentro l’immagine della folla immensa che ha reso omaggio alle vittime all’Altare della Patria. C’è stato un pellegrinaggio spontaneo qui al Comando generale: l’ingresso venne sommerso di fiori».
Quanto era forte la sensazione del rischio in quelle attività condotte tra la gente in zone di conflitto?
«In Bosnia all’inizio c’era una percezione di pericolo immanente e la popolazione ci ha accolto con diffidenza, poi gli abitanti hanno capito che eravamo lì per aiutarli e sono stati calorosi nei nostri confronti. Anche in Iraq nel 2003 ci siamo organizzati con le procedure di sicurezza previste in quella situazione: l’obiettivo era collaborare alla rinascita del Paese».
La Base Maestrale venne attaccata dai terroristi qaedisti proprio perché si trovava nel pieno centro del Paese...
«Le nostre missioni sono sempre umanitarie. Noi andiamo lì per assistere popolazioni che hanno subìto la guerra, contribuendo con fermezza e solidarietà al ripristino della sicurezza. In Iraq però dopo la fine del regime di Saddam Hussein il clima è cambiato nel giro di pochi mesi: le forze straniere, in particolare quelle americane, sono state viste da molti iracheni come occupanti. Pochi giorni prima dell’attentato a Nassiriya venne attaccata persino anche la sede della Croce Rossa di Bagdad: non si spara mai sulla Croce Rossa, ma quei terroristi non rispettavano nessuno».
La reazione davanti all’attentato però è stata compatta in tutto il Paese. Se lo aspettava?
«Noi italiani spesso ci dividiamo e discutiamo ma quel giorno c’è stata una straordinaria dimostrazione di unità nazionale, una delle più intense nella storia repubblicana. L’intero Paese si è stretto intorno alle vittime, all’Arma e a tutte le forze armate, senza distinzioni politiche. C’è stata una solidarietà incredibile, testimoniata dalle lapidi e dalle strade dedicate in tutta la Penisola alla memoria dei caduti. Il loro sacrificio ha fatto riscoprire un valore comune: l’impegno per la pace, che continua a venire portato avanti ancora adesso».
Contrariamente a quello che è accaduto in altre nazioni, la strage non ha fermato le missioni internazionali. Perché?
«Il sacrificio di quegli eroi, che non solo tali solo per noi ma per tutti gli italiani, ci ha spronato ad andare avanti. Abbiamo continuato a portare nel mondo i valori migliori dell’Italia. I contingenti adesso sono diminuiti ma i carabinieri sono comunque presenti in 73 Paesi. Guardano a noi come a un riferimento ma non per l’efficienza o per i risultati da prima pagina, come l’arresto di Matteo Messina Denaro: l’Arma è un modello per la capacità di dialogo con la cittadinanza. Tutti i militari italiani all’estero conquistano il rispetto delle popolazioni, senza distinzioni di religione o di etnia, perché sono portatori di una cultura millenaria fatta di saperi e di umanità, che resta la nostra carta vincente».
E vent’anni dopo i carabinieri sono ancora attivi in Iraq…
«Il governo iracheno ha richiesto i carabinieri per istruire la polizia federale. Lo abbiamo fatto sotto bandiera Nato e poi, dopo una pausa obbligata per la pandemia, le attività sono riprese con un accordo tra le due nazioni. In prospettiva dovremo incrementare l’addestramento a Baghdad di uomini e donne perché continuano a chiedercelo, come fanno tanti altri Paesi».
E in questo momento di profonda crisi il ministro Crosetto ha annunciato che c’è stata la richiesta americana per mandare a Gerusalemme due ufficiali che tengano i rapporti con l’Autorità palestinese...
«Partiranno presto, entro pochi giorni. Ma la nostra presenza in quella terra è antica. Risale al 1917 quando i carabinieri hanno combattuto proprio a Gaza con il corpo di spedizione britannico e poi si sono occupati per alcuni anni della sicurezza di Gerusalemme. Poi c’è stata la missione con gli osservatori Onu a Hebron, nella West Bank, e il controllo del valico di Rafah per conto dell’Unione Europea. Dal 1994 curiamo l’addestramento della polizia dell’Autorità palestinese: ventitré istruttori sono rimasti sul terreno fino al 7 ottobre mentre molti ufficiali palestinesi hanno partecipato ai corsi della scuola Coespu di Vicenza. Questo è stato fatto attraverso un accordo anche con Stati Uniti e Israele. A Gerusalemme infatti c’è una struttura americana che coordina le attività tra le forze dell’ordine israeliane e palestinesi: i due ufficiali sono stati chiesti con urgenza in questo momento drammatico proprio perché hanno dimostrato la capacità di gestire il dialogo».
Persino nel nuovo calendario dell’Arma avete deciso di raccontare un episodio avvenuto nel dramma di Kabul che testimonia i rapporti che nascono nelle missioni...
«Nel momento della fuga da Kabul il capitano dei nostri paracadutisti che nell’aeroporto stava gestendo l’evacuazione degli italiani ha sentito tra la folla assiepata ai cancelli una voce che lo chiamava urlando: “Ho fatto il carabiniere anch’io!”. Era uno degli ufficiali afgani che aveva addestrato a Herat e che rischiava di venire perseguitato dai talebani. Lo abbiamo aiutato a ottenere asilo: ma è sola una delle tante storie che dimostrano la profondità delle relazioni, personali e istituzionali, nate grazie alle missioni nel mondo».