Nassiriya, le ferite ancora aperte. “Quella strage cambiò l’Italia”
di Gianluca Di FeoLa foto simbolo dell’attentato vent’anni fa a Nassiriya: la disperazione del militare davanti al cratere aperto dall’esplosione
L’appuntato Andrea Filippa ha capito che quel camion non avrebbe rallentato: puntava dritto contro l’ingresso della caserma. Ha sparato a raffica contro la cabina di guida e sembrava avercela fatta: l’autocisterna si è bloccata proprio davanti al cancello. Poi in meno di un secondo è scoppiato l’inferno. Alle 8 e 40 del 12 novembre 2003 la Base Maestrale di Nassiriya è stata scarnificata dall’esplosione di centinaia di chili di tritolo e tonnellate di combustibile. Sono morti diciannove italiani: dodici carabinieri, cinque uomini dell’esercito e due civili. Venti sono rimasti feriti. Tra le vittime anche nove passanti iracheni, travolti dall’onda di fuoco.
Erano militari di tutte le età e le regioni. Il marescia…
L’appuntato Andrea Filippa ha capito che quel camion non avrebbe rallentato: puntava dritto contro l’ingresso della caserma. Ha sparato a raffica contro la cabina di guida e sembrava avercela fatta: l’autocisterna si è bloccata proprio davanti al cancello. Poi in meno di un secondo è scoppiato l’inferno. Alle 8 e 40 del 12 novembre 2003 la Base Maestrale di Nassiriya è stata scarnificata dall’esplosione di centinaia di chili di tritolo e tonnellate di combustibile. Sono morti diciannove italiani: dodici carabinieri, cinque uomini dell’esercito e due civili. Venti sono rimasti feriti. Tra le vittime anche nove passanti iracheni, travolti dall’onda di fuoco.
Erano militari di tutte le età e le regioni. Il maresciallo Enzo Fregosi era un parà, che aveva fatto parte degli incursori antiterrorismo negli Anni di piombo. Il brigadiere Giuseppe Coletta stava sempre tra i bambini e aveva organizzato raccolte di giocattoli tra i suoi conoscenti. Il capitano Massimo Ficuciello era un giovane ufficiale della riserva: lavorava in banca a Milano, aveva chiesto di partire per l’Iraq: una tradizione di famiglia, perché il padre come il nonno erano stati ai vertici dell’Esercito. Con altri fanti della Sassari quella mattina stava scortando il regista Stefano Rolla e la sua troupe. Nessuno di loro ha avuto scampo.
Una posizione impossibile da difendere
I soldati erano arrivati in Iraq il 15 luglio. Il governo Berlusconi non aveva preso parte all’offensiva americana per abbattere Saddam Hussein ma aveva risposto all’appello dell’Onu per contribuire alla “rinascita democratica del Paese”. Il contingente italiano aveva preso posizione a Nassiriya, in una regione a Sud ricca di campi petroliferi: la maggioranza degli abitanti sono sciiti e – in quella fase – non ostile verso gli occidentali che li avevano liberati dal regime di matrice sunnita. Mentre l’esercito si insedia in una installazione lontana dalla città, i carabinieri scelgono due edifici in centro per stare tra la popolazione. Una posizione che si è rivelata impossibile da difendere: l’autobomba ha dilaniato uomini e cose, rendendo spettrali i resti della Base Maestrale.
L’Italia ha scoperto cos’è il terrorismo islamico
L’Italia ha scoperto cosa è il terrorismo islamico in quel momento, oltre due anni dopo le Torri Gemelle. Per questo Nassiriya rappresenta la fine e l’inizio. La strage ha spazzato via l’illusione che il solo essere italiani ci avrebbe reso immuni dall’odio jihadista; una convinzione che metteva le formazioni islamiste sullo stesso piano dei vecchi nazionalisti gruppi arabi e palestinesi: in quell’istante si è compreso di avere davanti un’ideologia che non faceva distinguo di bandiera o religione, trattando tutti “gli infedeli” come nemici, e che non lasciava spazio a mediazioni. C’era stato un segnale dieci anni prima, con la battaglia somala del Checkpoint Pasta in cui cinque soldati erano stati uccisi. Lo stupore della folla di Mogadiscio diventata all’improvviso violenta contro i soldati che fino allora aveva accolto con il sorriso non era bastato a incrinare la fiducia sull’”immunità dell’italianità”. Dopo Nassiriya tutti hanno dovuto aprire gli occhi.
Il Paese unito nell’impegno nelle missioni di pace
Eppure, nonostante lo scontro in Parlamento che aveva segnato l’inizio della spedizione in Iraq voluta dal governo Berlusconi, il Paese non si è diviso. Anzi, c’è stata una mobilitazione che si è trasformata in consenso politico sostanzialmente bipartisan verso la prosecuzione dell’impegno nelle missioni di pace. È stato l’inizio di una stagione più consapevole dei rischi, ma anche dell’importanza di mantenere la presenza nelle alleanze internazionali e nella necessità di tentare di stabilizzare i fronti di crisi mondiale. Per oltre un decennio i numeri e la rilevanza delle iniziative militari all’estero sono cresciuti in continuazione. Alla ritirata dall’Iraq decisa nel 2006 dall’esecutivo Prodi, seguono infatti l’incremento del contingente in Afghanistan, con la responsabilità dell’intera regione di Herat; l’intervento nel 2006 sul confine tra Libano e Israele; quello del 2011 in Libia contro la dittatura di Gheddafi. La lezione di Nassiriya ha spinto ad allontanare le basi dai centri abitati, senza rinunciare però alla presenza tra la popolazione, togliendo spesso l’elmetto per costruire scuole e creare opportunità di lavoro.
«Sono tornato a partecipare a missioni, in Kosovo, negli Emirati Arabi, in Afghanistan – ha dichiarato il maresciallo Antonio Lombardo, uno dei carabinieri feriti a Nassiriya - : cercavo risposte, avevo bisogno di rimettermi in gioco. Ma il ricordo di quella mattina, dell’immane boato prima e del silenzio surreale subito dopo, non si cancella. Come se fosse ieri. La lesione al timpano con il tempo e con le cure è guarita, le ferite che ci portiamo dentro non si chiuderanno mai».