Femminicidio di Giulia Cecchettin, la magistrata Paola Di Nicola: “Uomini incapaci di riconoscere la libertà e l’autonomia delle donne”
di Viola Giannoli“Nel nostro Paese e nel mondo ancora non viene riconosciuta l’intangibilità della libertà e dell’autonomia delle donne. Quella che noi chiamiamo gelosia, quello che chiamiamo controllo altro non è che l’imposizione di un potere maschile”. Sono parole chiare quelle di Paola Di Nicola Travaglini, già consulente giuridica della Commissione femminicidio e giudice della Corte di Cassazione, che si occupa da anni di contrasto alla violenza maschile sulle donne.
Un’altra donna uccisa, una ragazza, che effetto le fa?
“Lo avevo capito subito, sin dal primo giorno. Non posso entrare nel merito del caso specifico né delle responsabilità finché non saranno conclusi tutti i gradi di giudizio ma una cosa certa oggi la sappiamo: una ragazza è morta. E ogni donna che muore è una sconfitta per l’intero Paese perché vuol dire che il contesto culturale e sociale non è stato in grado di predisporre gli strumenti necessari per garantire l’autonomia e la libertà femminile”.
Ottantatré femminicidi dall…
“Nel nostro Paese e nel mondo ancora non viene riconosciuta l’intangibilità della libertà e dell’autonomia delle donne. Quella che noi chiamiamo gelosia, quello che chiamiamo controllo altro non è che l’imposizione di un potere maschile”. Sono parole chiare quelle di Paola Di Nicola Travaglini, già consulente giuridica della Commissione femminicidio e giudice della Corte di Cassazione, che si occupa da anni di contrasto alla violenza maschile sulle donne.
Un’altra donna uccisa, una ragazza, che effetto le fa?
“Lo avevo capito subito, sin dal primo giorno. Non posso entrare nel merito del caso specifico né delle responsabilità finché non saranno conclusi tutti i gradi di giudizio ma una cosa certa oggi la sappiamo: una ragazza è morta. E ogni donna che muore è una sconfitta per l’intero Paese perché vuol dire che il contesto culturale e sociale non è stato in grado di predisporre gli strumenti necessari per garantire l’autonomia e la libertà femminile”.
Ottantatré femminicidi dall’inizio dell’anno, uno ogni quattro giorni. Ogni volta c’è indignazione, rabbia, promesse, ma le donne continuano a morire. Perché siamo sempre allo stesso punto qui a parlarne?
“Perché il contesto sociale e culturale non tollera la libertà femminile. E non riesce a vedere per tempo la dimensione educativa maschile che ancora esprime una intolleranza grave nei confronti della capacità, della competenza e dell’indipendenza delle donne. Il sistema educativo nel suo complesso non sta funzionando”.
La violenza maschile è ancora in qualche modo tollerata?
“Certo. Perché tutti i comportamenti che prevedono l’imposizione della regola di ruolo - cioè quella secondo la quale le donne devono essere limitate, fragili, non devono avere ambizioni, devono essere dedite alla cura, non devono avere socialità, insomma non possono essere libere - vengono normalizzati. E normalizzarli vuol dire non vedere la discriminazione verso le donne e specialmente verso le giovani donne. Vuol dire non vedere quei comportamenti come fattore di rischio. Prendere il cellulare della fidanzata, controllare i suoi messaggi, non farla uscire, non farle vedere le amiche è tutto indice di una relazione violenta. Che può non portare a un femminicidio, ma che può anche portare a un femminicidio”.
Il racconto di comportamenti violenti descritti come “gelosia” contribuisce alla normalizzazione di cui lei parla?
“Assolutamente sì. Noi riteniamo naturale in Italia e nel mondo non riconoscere l’indipendenza femminile come un valore e un diritto inalienabile previsto dalla Costituzione e dalle fonti sovranazionali. E quindi tutti i comportamenti controllanti, limitanti, ridimensionanti, che riguardano le vite delle donne e in particolare delle ragazze li riqualifichiamo nei termini di gelosia, fragilità emotiva degli uomini, frustrazione, che nulla hanno a che fare con il fenomeno della violenza maschile. Non è gelosia se ti impedisco di studiare, di lavorare, di vestirti come vuoi, di separarti. È imposizione della volontà maschile sulla donna. Parlare di gelosia deforma la lettura di quella relazione. E se io deformo quella lettura e la naturalizzo usando il termine gelosia non leggo per tempo il rischio. E non sono in grado, come contesto culturale, sociale, familiare o istituzionale, di creare gli anticorpi per uomini e donne”.
Le ragazze tacciono ancora troppo le loro paure nei confronti di ragazzi, amici, compagni violenti?
“Io credo molto nelle nuove generazione. E dal rapporto della Commissione femminicidio è emerso che le giovani sono molto a rischio perché correttamente pretendono di essere libere. Ma questo non sempre corrisponde alla capacità maschile di riconoscere e accettare la loro libertà. Per le ragazze è normale chiudere una relazione violenta subito. Il fatto che magari non denuncino subito non dipende da una sottovalutazione ma dal loro vivere il senso di libertà. Le donne sono profondamente coraggiose, l’atto di lasciare un fidanzato controllante è un atto di rottura che sancisce la propria libertà e non può mai essere colpevolizzante, perché è un diritto. Fondamentale però è che sia soprattutto il contesto rimuovere e allontanare il violento”.
L’Italia è uno degli unici 5 Paesi in Europa a non fare educazione sessuale e affettiva a scuola. In Parlamento è ferma una proposta di legge per l’educazione affettiva a scuola, 16 prima di questa sono naufragate, il ministro dell’Istruzione Valditara ha un piano in cantiere non ancora partito. C’è un deficit educativo scolastico secondo lei?
“Il profilo educativo è essenziale per sradicare la violenza contro le donne. I luoghi di educazione sono diversi: la scuola , la famiglia, le parrocchie, i contesti amicali, le associazioni sportive, le associazioni musicale. Ognuno di questi deve farsi portavoce di un nuovo modello educativo che al centro deve avere il riconoscimento della libertà femminile. E su questo la scuola e l’università devono avere un ruolo da protagoniste”.