Elena e Chiara, sorelle: i femminicidi di Giulia Cecchettin e Giulia Tramontano e una nuova consapevolezza
di Oriana LisoElena Cecchettin, Chiara Tramontano. Soltanto il caso vuole che entrambe abbiano perso una sorella di nome Giulia. Ma non è un caso, è statistica, che una sorella debba piangerne un’altra. E in questi giorni in cui leggevo e ascoltavo le parole di Elena Cecchettin pensavo a Chiara Tramontano. Due donne, ragazze ancora, che si sono prese il carico della fatica di far capire che la loro sorella non era andata via volontariamente prima, di rilanciare la speranza delle ricerche durante, di elaborare il lutto poi.
Della scomparsa di Giulia Cecchettin e del suo omicidio ora certificato dal corpo ritrovato – ma nessuno aspettava quello, credo, per saperlo – ho sentito parlare in questi giorni chiunque, fuori dalla mia bolla di lavoro. Ragazzine che guardavano quella faccia così simile alla loro, ragazzi che non riuscivano a concepire il pensiero di uno della loro età che ammazzava la ex fidanzata. Madri, padri. Perché se è innegabile che la storia dei ragazzi scomparsi di Vigonovo avesse tut…
Elena Cecchettin, Chiara Tramontano. Soltanto il caso vuole che entrambe abbiano perso una sorella di nome Giulia. Ma non è un caso, è statistica, che una sorella debba piangerne un’altra. E in questi giorni in cui leggevo e ascoltavo le parole di Elena Cecchettin pensavo a Chiara Tramontano. Due donne, ragazze ancora, che si sono prese il carico della fatica di far capire che la loro sorella non era andata via volontariamente prima, di rilanciare la speranza delle ricerche durante, di elaborare il lutto poi.
Della scomparsa di Giulia Cecchettin e del suo omicidio ora certificato dal corpo ritrovato – ma nessuno aspettava quello, credo, per saperlo – ho sentito parlare in questi giorni chiunque, fuori dalla mia bolla di lavoro. Ragazzine che guardavano quella faccia così simile alla loro, ragazzi che non riuscivano a concepire il pensiero di uno della loro età che ammazzava la ex fidanzata. Madri, padri. Perché se è innegabile che la storia dei ragazzi scomparsi di Vigonovo avesse tutti gli elementi per diventare ‘la’ storia, per quasi una settimana abbiamo guardato quelle facce, quelle di Giulia Cecchettin e di Filippo Turetta, e quelle dei loro familiari, dicendoci nel profondo: “Purché non capiti a me”.
Elena, quindi. Che sta usando le sue parole e quelle altrui per mettere fuori il dolore che ha dentro. Storie Instagram con versi di poetesse, attiviste, con le foto con sua sorella, con la conta dei femminicidi.
“Io non starò mai zitta. Non mi farete mai tacere”. “Per te bruceremo tutto”, “La mia tristezza è sepolta insieme alle sorelle uccise, non mi resta che rabbia”, “Vogliamo un giorno in cui non conosceremo già la fine della storia, fino ad allora lotteremo anche per te”, “Rest in power”, e poi quel “È stato il vostro bravo ragazzo”. Che è la frase disturbante, certo, perché proietta la colpa non solo sull’ex fidanzato della sorella, ma sul contesto, e in quante e quanti stiamo condividendo quella frase su un muro, non “proteggete le vostre figlie” ma “educate i vostri figli”. Non basta, non è educazione ma anche comprensione. Non è solo dolore di sorella quello di Elena: è una accusa allargata, anche a noi che nei giornali continuiamo a usare le categorie del raptus, del gesto inspiegabile, della gelosia. E non solo nei giornali: “Filippo voleva bene a Giulia”, detto dall’avvocato della famiglia Turetta, non è proprio la frase più felice da dire.
Il padre di Giulia, Gino Cecchettin, racconta a Rosario Di Raimondo: “Certo, io pensavo a Giulia, volevo il suo ritorno. Per me è finita qui”. Ma poi aggiunge, parlando dell’altra sua figlia: “Elena ne farà la battaglia della sua vita. Ma anch’io voglio fare qualcosa, è giusto così. Per Giulia e per tutte le altre che potranno trovarsi nella sua condizione”.
Come si fa a riconoscere questa condizione prima che sia tardi? Lo psicoterapeuta Alberto Pellai, che ha scritto un libro che si intitola “Ragazzo mio. Lettera agli uomini veri di domani” spiega a Viola Giannoli: «Io credo che ci troviamo davanti a una tremenda debolezza nel percorso di individuazione. Dentro a questi copioni di “bravissimo ragazzo obbediente” non si è costruita quell’autonomia e quella competenza di sé che ci fa capire chi siamo. Tanto che un ragazzo può pensare di essere sé stesso solo se legato a un’altra persona. Da questo consegue una paura tremenda, una disperazione spaventosa nel perdere il legame d’amore. E questa massa di sentimenti esplode poi in rabbia perché non si sa stare in contatto con la propria tristezza. Si tratta di analfabetismo emotivo: i primi veri dolori, che per un adolescente possono essere la ragazza che ti lascia, non si sa come maneggiarli».
Abbiamo letto di quella richiesta che ci sembra assurda, non laurearti adesso ma aspetta che ci arrivi anche io, abbiamo letto di quella volta che Elena tolse il telefono di mano a Giulia perché Filippo la bombardava di messaggi e non riusciva neanche a godersi un concerto. Dice Pellai, parlando di educazione alle relazioni:
«Questo è un tema enorme, che riguarda come crescere i nostri figli e figlie e farli attraversare i tempi dell’adolescenza e dell’adultità. Ed è preoccupante il deserto in cui stanno venendo su, soprattutto i maschi, ai quali chiediamo sempre di stare dentro l’azione, lo sport, il gaming e non dentro la relazione. Anche nei percorsi di prevenzione sulla violenza di genere parliamo di maschi che uccidono e ragazze vittime, facendo passare una narrazione che vede solo il maschile attivo che colpisce e il femminile che si deve difendere».
Anche Alessandro Impagnatiello, fino al momento in cui non è stato trovato il cadavere di Giulia Tramontano, la sua fidanzata, incinta all’ottavo mese, gettato come quello di Giulia Cecchettin in mezzo alle sterpaglie, rientrava in quell’immaginetta, lavoro famiglia amici faccia pulita che mai e poi mai potrebbe aver fatto una cosa simile. E invece. Chiara Tramontano lo ha capito dal primo momento che era stato lui, lo sapeva ma ha mantenuto le speranze fino all’ultimo. Sul suo profilo Facebook continua a parlare con Giulia. “Spesso faccio un gioco, immagino che tu mi abbia chiamato il 27 maggio, che io abbia preso un treno Genova-Milano e poi due biglietti per scappare insieme”.
Penso a queste ragazze, a loro che restano. Anni fa avevo intervistato parenti di persone morte in situazioni violente, la serie si intitolava proprio “Cosa resta a chi resta”. Spero non solo la rabbia. Penso a cosa potremmo fare: uno sciopero del 25 novembre, giornata contro la violenza sulle donne, ma nel senso di annullare tutto, nessuna celebrazione, nessun incontro, niente, perché non può fiorire tutto il 25 novembre e tornare nell’ombra il giorno dopo.
La poesia, citata da Elena Cecchettin e da tante donne in queste ore, è dell’attivista peruviana Cristina Torres Cáceres. Eccola:
Se domani non rispondo alle tue chiamate, mamma.
Se non ti dico che vengo a cena. Se domani, il taxi non appare.
Forse sono avvolta nelle lenzuola di un hotel, su una strada o in una borsa nera.
Forse sono in una valigia o mi sono persa sulla spiaggia.
Non aver paura, mamma, se vedi che sono stata pugnalata.
Non gridare quando vedi che mi hanno trascinata.
Mamma, non piangere se scopri che mi hanno impalata.
Ti diranno che sono stata io, che non ho urlato, che erano i miei vestiti, l'alcool nel sangue.
Ti diranno che era giusto, che ero da sola.
Che il mio ex psicopatico avesse delle ragioni, che ero infedele, che ero una puttana.
Ti diranno che ho vissuto, mamma, che ho osato volare molto in alto in un mondo senza aria.
Lo giuro, mamma, sono morta combattendo.
Lo giuro, mia cara mamma, ho urlato forte così come volavo alto.
Ti ricorderai di me, mamma, saprai che sono stata io a rovinarlo quando avrai di fronte tutti quelli che urleranno il mio nome.
Perché lo so, mamma, non ti fermerai.
Ma, per quello che vuoi di più, non legare mia sorella.
Non rinchiudere le mie cugine, non privare le tue nipoti.
Non è colpa tua, mamma, non è stata nemmeno mia.
Sono loro, saranno sempre loro.
Combatti per le loro ali, quelle ali che mi tagliarono.
Combatti per loro, che possano essere libere di volare più in alto di me.
Combatti per urlare più forte di me.
Possano vivere senza paura, mamma, proprio come ho vissuto io.
Mamma, non piangere le mie ceneri.
Se domani sono io, mamma, se non torno domani, distruggi tutto.
Se domani tocca a me, voglio essere l'ultima.