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Narcojihad

É un nuovo filo che lega gli ayatollah ai grossisti della camorra in Libano. Perché interi container di cocaina sbarcano ora in Europa: Olanda, Italia, Germania. Per arricchire i clan. E finanziare gli arsenali in Medio Oriente
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Ai boss della camorra, soprattutto quelli che muovono tonnellate di droga, piace la bella vita tra ristoranti, locali notturni e fuoriserie vistose. Per questo appare sorprendente la scelta di uno dei broker che hanno riempito di cocaina i clan di Secondigliano: da nove anni si è trasferito a Teheran, forse il posto con meno lussi al mondo e dove basta un chilo di eroina per venire condannati a morte.

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In Iran infatti le pubbliche impiccagioni di spacciatori sono centinaia l’anno. Un rigore che però contrasta con lo scenario che sta emergendo dalle indagini aperte in più Paesi, tale da ipotizzare il coinvolgimento di istituzioni della Repubblica islamica e dei suoi alleati libanesi di Hezbollah nel traffico internazionale di stupefacenti. Non l’oppio che arriva dall’Afghanistan, né il captagon sintetico usato dai miliziani jihadisti ma l’ondata di cocaina che nell’ultimo decennio ha invaso l’Europa. Interi container sbarcati nei porti olandesi, belgi, tedeschi e ital…

Ai boss della camorra, soprattutto quelli che muovono tonnellate di droga, piace la bella vita tra ristoranti, locali notturni e fuoriserie vistose. Per questo appare sorprendente la scelta di uno dei broker che hanno riempito di cocaina i clan di Secondigliano: da nove anni si è trasferito a Teheran, forse il posto con meno lussi al mondo e dove basta un chilo di eroina per venire condannati a morte.

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In Iran infatti le pubbliche impiccagioni di spacciatori sono centinaia l’anno. Un rigore che però contrasta con lo scenario che sta emergendo dalle indagini aperte in più Paesi, tale da ipotizzare il coinvolgimento di istituzioni della Repubblica islamica e dei suoi alleati libanesi di Hezbollah nel traffico internazionale di stupefacenti. Non l’oppio che arriva dall’Afghanistan, né il captagon sintetico usato dai miliziani jihadisti ma l’ondata di cocaina che nell’ultimo decennio ha invaso l’Europa. Interi container sbarcati nei porti olandesi, belgi, tedeschi e italiani che hanno arricchito la criminalità organizzata e probabilmente contribuito a finanziare gli arsenali dei terroristi di tutto il Medio Oriente.

Abbordaggio al mercantile

I detective statunitensi ed europei stanno mettendo insieme le tessere di un mosaico sempre più definito, che unisce le attività a Teheran e le relazioni libanesi dei grossisti della camorra; gli investimenti nell’isola iraniana di Kish di un padrino di Dublino; la collaborazione tra clan olandesi e 007 degli ayatollah. L’ultimo episodio risale a fine settembre. A largo di Cork le forze speciali irlandesi si sono calate da un elicottero e armi alla mano hanno abbordato un mercantile: sigillati tra le paratie c’erano 2.200 chili di cocaina. Durante il viaggio dal Sud America la nave ha cambiato più volte proprietà e nome, in modo da confondere le tracce dei suoi movimenti. Ma il capitano e nove uomini di equipaggio erano iraniani: non semplici marinai, perché gli investigatori ritengono che avessero il controllo del carico e della rotta.

Le indagini stanno cercando di identificare il destinatario della provvista: «Poiché era diretta in Irlanda, ci deve essere un coinvolgimento irlandese…», ha dichiarato il commissario Drew Harris, senza scoprire le carte. Per la stampa locale il sospettato è Daniel Kinahan, una figura straordinaria che ha creato la più potente holding mondiale della cocaina. È considerato l’inventore di una “Macro mafia” basata sull’alleanza con il broker campano Raffaele Imperiale, l’olandese Ridouan Taghi, con il cileno Richard “Rico” Riquelme Vega e il bosniaco Edin Ga?anin.

Cinque uomini d’oro che si incontravano negli attici dei grattacieli di Dubai per spartirsi un terzo del mercato europeo. Dietro la loro incredibile ascesa però si nasconderebbe ebbe un lato oscuro: l’ombra del sostegno logistico e finanziario di entità legate agli Hezbollah libanesi e alla stessa teocrazia iraniana.

Le forze speciali irlandesi abbordano il mercantile che trasporta due tonnellate di cocaina

Il most wanted irlandese

Non a caso, l’irlandese Kinahan è in assoluto il ricercato numero uno della Dea: nella primavera 2022 l’antidroga statunitense ha messo su di lui una taglia da cinque milioni di dollari e lo considera più pericoloso di qualsiasi narcos messicano o colombiano. Il Dipartimento di Stato lo ha trattato come un dittatore nemico, mettendo sanzioni sulle sue società e vietando l’ingresso negli States a seicento persone in rapporti con lui, inclusi i pugili della sua scuderia sportiva. Kinahan infatti ha dominato pure gli incontri di boxe, ingaggiando persino il campione dei pesi massimi Tyson Fury. Tutto alla luce del sole, rimanendo nell’hotel più costoso del pianeta: il Burj al Arab, un grattacielo a forma di vela diventato l’icona di Dubai, dove ha celebrato anche il suo matrimonio riunendo gli altri baroni della cocaina. Nel giro di cinque anni, la pressione internazionale ha poi costretto le autorità emiratine a intervenire e porre fine alla vita dorata dei narcocapitalisti: Imperiale e Taghi sono stati arrestati ed rispediti in patria. L’irlandese invece è riuscito a scappare.

È scomparso nel nulla, nonostante la taglia da primato e l’accanimento di Washington: «Smantellare la sua organizzazione criminale – ha sottolineato l’ambasciatrice USA in Irlanda Claire Cronin in una conferenza stampa - è una priorità per il presidente Biden». C’è però un Paese dove un latitante può essere certo di sfuggire alle squadre speciali statunitensi: l’Iran, appunto. I giornali di Dublino hanno scritto di un esilio nella Repubblica islamica, senza offrire riscontri. Più consistente l’inchiesta di Nicole Tallant, la più famosa giornalista investigativa irlandese, sul riciclaggio dei suoi immensi fondi nell’isola di Kish, il paradiso turistico iraniano. Un atollo corallino nel Golfo Persico con resort, parchi acquatici, shopping center e spiagge bianche che ignorano il cupo oscurantismo degli ayatollah. Lì operano boutique finanziarie che – spesso facendo sponda su banche emiratine o di Hong Kong – riescono a trasferire denaro ovunque in maniera molto discreta.

Caccia all’oppositore

Il regime di Teheran sembra avere un debito di riconoscenza verso Kinahan e verso il suo alleato Taghi, l’olandese d’origine marocchina che ha trasformato il porto di Rotterdam nel più frenetico canale d’ingresso della droga ed è accusato di decine di omicidi. Nel 2015 ad Almere, non lontano da Amsterdam, è stato assassinato Ali Motamed, un migrante che da oltre trent’anni faceva l’elettricista nei Paesi Bassi. Solo durante il processo è stato reso noto che il suo vero nome era Mohammad Reza Kolahi Samadi. Nel giugno 1981 le autorità iraniane lo avevano condannato in contumacia per l’attentato che ha ucciso settanta persone durante una riunione del Partito Repubblicano Islamico: tra loro Mohammad Beheshti, il vice dell’ayatollah Khomeini. Da allora era in testa alla lista di morte degli 007 di Teheran. Nel 2017 con la stessa tecnica all’Aja viene abbattuto Ahmad Mola Nissi, leader di un gruppo d’opposizione iraniano cui era stato concesso l’asilo politico. Due anni dopo il ministro degli Esteri olandese Stef Blok ha ordinato l’espulsione di due diplomatici di Teheran: «Ci sono forti indizi del coinvolgimento dei loro servizi segreti nei due omicidi». Informazioni raccolte dall’intelligence, che i rigorosi tribunali dei Paesi Bassi hanno tenuto fuori dai fascicoli processuali. L’uccisione di Mola Nissi è rimasta senza colpevoli. Invece i due killer di Reza Kolahi sono stati identificati e condannati grazie ad una telecamera che ha ripreso gli appostamenti davanti all’abitazione della vittima: si è scoperto che ad assoldarli era stato Naoufal Fassih, un trafficante di coca d’origine maghrebina legato al padrino Taghi, retribuito con 130mila euro. Fassih dopo il delitto è scappato in Irlanda e si è nascosto a Dublino. Lo hanno arrestato in uno dei condomini vicino alla storica fabbrica della birra Guinness, una zona dominata proprio dal clan Kinahan.

Da Castellamare a Teheran

C’è un altro personaggio molto meno noto che ha messo radici a Teheran: Gaetano Schettino, un ex gommista di Castellammare di Stabia. È stato indicato dagli inquirenti italiani come “uomo di fiducia” di Raffaele Amato, il capo degli Scissionisti che ha scatenato la sanguinosa faida di Scampia, e come uno dei più grandi mediatori internazionali di cocaina. Nel 2014 si è trasferito nella Repubblica islamica e due anni dopo è stato arrestato all’aeroporto di Dubai, proprio mentre era in partenza verso Teheran. Dopo 40 giorni la polizia emiratina lo ha rilasciato per scadenza dei termini e da allora si ritiene sia rimasto latitante in Iran.

Negli atti giudiziari, Schettino viene ritratto soprattutto come stretto collaboratore di Raffaele Imperiale, un altro protagonista di rilevanza planetaria degli affari narcotici: secondo i magistrati è stato a lungo il monopolista dell’importazione di cocaina in Campania. Figlio di un facoltoso costruttore e con buoni studi, Imperiale ha cominciato giovanissimo a gestire locali ad Amsterdam e poco alla volta si è imposto nella filiera della droga più richiesta, consegnandone quantità enormi alle famiglie della camorra e della ‘ndrangheta: è diventato celebre perché aveva in casa due Van Gogh rubati in un museo olandese. Fino all’espulsione nel 2022, la sua base operativa era a Dubai: il viaggio di Schettino negli Emirati sarebbe servito proprio per incontrarlo.

Schettino e Imperiale sono praticamente cresciuti insieme in via di Ponte Persica, lo stradone che unisce Castellammare di Stabia e Pompei: tra i camorristi di Scampia, Raffaele Imperiale veniva chiamato proprio “Lello di Ponte Persica”. Sono inseparabili: Schettino definisce Imperiale «mio fratello» e consolida il legame dando al primogenito il nome Raffaele. Ha fama di essere un buon mediatore e saperci fare con le lingue: spagnolo, inglese e addirittura l’arabo. Non è un uomo d’azione, ma si vanta della potenza delle armi a disposizione del suo gruppo: «Noi abbiamo dei mostri…».

L'arresto di Imperiale a Dubai

Nel 2005 risulta ufficialmente tra le persone presenti nel casinò di Barcellona quando viene ammanettato Raffaele Amato: finisce in cella per resistenza a pubblico ufficiale. Anni dopo, un pentito rivelerà che quello in realtà era Imperiale: agli agenti catalani aveva esibito i documenti dell’amico. Schettino viene spesso mandato in missione a Madrid e lui al telefono descrive alla moglie il lusso del cinque stelle Regency Hesperia, che in bassa stagione gli costa 500 euro a notte. Quello della signora è l’unico cellulare che i magistrati riescono a registrare: Gaetano e Raffaele sono ossessionati dal pericolo di microspie e intercettazioni, chiamano spesso tecnici per verificare che non ci siano cimici nelle auto e usano solo telefoni criptati. La star del narcotraffico considerava Schettino la persona più fedele, a cui delegare le trattative milionarie sulle partite di droga: “Schettino è stato il portavoce di Imperiale – scrive il gip ordinandone l’arresto - , tiene i contatti e organizza le basi logistiche in Spagna, dove depositare lo stupefacente proveniente dal Sud America”. Quando i capi degli Scissionisti chiedono di spostarlo stabilmente in Spagna, Imperiale si oppone: «««««Gaetano deve stare a Napoli». Aveva bisogno che controllasse i suoi affari mentre si trovava a Dubai.

Questo rende particolarmente straordinaria la scelta di lasciarlo partire per Teheran. Secondo i nostri investigatori, che non hanno formalizzato alcuna accusa, ci sarebbe una spiegazione. Il compito di Schettino sarebbe stato quello di garantire forniture dirette di oppiacei dall’Iran: il pioniere di una nuova rotta per diversificare l’offerta di droga nel mondo. E questa attività doveva essere finanziata attraverso l’hawala.

Il termine arabo compare spesso anche nei verbali di Imperiale, che dopo l’espulsione in Italia ha iniziato a collaborare dal carcere con la magistratura: ne ha parlato in maniera generica, per descrivere il modo in cui spostava profitti e pagamenti milionari. L’hawala è il trasferimento di denaro basato sulla fiducia, una sorta di passaparola che permette di recapitare soldi in ogni nazione senza lasciare tracce. «Un aspetto interessante di questa come di altre inchieste di Repubblica è il proprio ruolo dell’hawala – sottolinea Federico Varese, professore di criminologia a Oxford -. Questo antico modo di trasferire denaro, citato già nel Corano, è preferito oggi ad altri metodi moderni e sofisticati. L’hawala, fondata sulla parola del banchiere, è un sistema arcaico per il ventunesimo secolo, ma mafiosi e criminali internazionali sono sospettosi verso strumenti esoterici come le criptovalute, che non capiscono».

È un dato comune a tutte le grandi organizzazioni che devono agire nel segreto assoluto: hanno la necessità di non venire tracciate e non finire nelle banche dati informatiche. Non solo quelle mafiose: «Stati come Iran e Russia – dichiara il professor Varese - sono a tutti gli effetti stati-canaglia, i quali impiegano in maniera sistematica i loro apparati al servizio di traffici illegali». E, a livello internazionale, la rete più potente dell’hawala è quella che fa capo agli Hezbollah libanesi, attiva in tutti i continenti.

Tutte le strade portano a Beirut

Se si legge a ritroso la carriera di Raffaele Imperiale, si scopre che il suo esordio nel commercio di droga è avvenuto ad Amsterdam grazie al boss fiammingo Rick Van der Bunt, che i camorristi chiamavano “Il Biondo”. Viene citato spesso negli atti giudiziari, mentre più raramente si nomina il socio e alter-ego del “Biondo”: Robert Mink Kok, detto “Il Pensatore”, considerato il più feroce e abile criminale olandese. Lo stesso Imperiale in un memoriale consegnato ai magistrati nel 2016 ricorda di essere riuscito a ottenere la prima partita di cocaina da Van der Bunt «attraverso l’intermediazione di un comune conoscente in Olanda, di origine indonesiana». È Mink Kok l’origine delle sue fortune: un uomo molto ben introdotto nelle trame di Beirut. Ha sposato infatti una donna libanese con una famiglia inserita nelle attività più segrete di Hezbollah. Suo cognato è Ali Koleilat Dalbi, ammanettato nel 2014 a Bruxelles dalla Dea per traffico di cocaina e riciclaggio, poi estradato negli Usa perché si temeva che i terroristi volessero assassinare il procuratore o rapire un diplomatico belga per farlo liberare. Per il governo degli States Ali Koleilat rivestiva un ruolo apicale del movimento sciita: era già stato sottoposto a sanzioni per avere venduto armamenti al dittatore liberiano Charles Taylor.

Non solo. Robert Mink Kok è in affari con i Kinahan dai primi anni Novanta, introducendo il fondatore del clan nei terminal dei Paesi Bassi. È stato condannato e detenuto a lungo a Beirut dal 2011, proprio per le spedizioni di cocaina in Olanda. Nel 2016, dopo la scarcerazione, ha ospitato in Libano uno dei ladri che avevano rubato ad Amsterdam i due Van Gogh acquistati da Imperiale. E in un’intervista tv ha detto che il criminale campano gli avrebbe proposto di comprare i capolavori trafugati.

Kok adesso è in un penitenziario olandese. È stato catturato a Beirut nel febbraio 2022 su richiesta dell’Aja assieme al genero Najim Z.: in casa avevano un arsenale. Entrambi sono stati condannati per narcotraffico. Ma il TCI, l’unità d’intelligence della polizia olandese, sostiene che Najim Z. fosse il direttore della lavanderia di denaro che ripuliva i soldi del padrino Taghi sempre attraverso l’hawala. Le strade della “Macro Mafia” tornano di nuovo a incrociarsi in Libano.

Un anno fa, nell’ultimo mandato di cattura dei giudici napoletani, il Paese dei Cedri viene indicato come uno dei poli della ragnatela di Imperiale: “La sua rete di riciclaggio – hanno scritto i magistrati - ha ramificazioni in Italia, Francia, Paesi Bassi, Regno Unito, Irlanda del Nord, Ungheria, Croazia, Emirati, Libano, Hong Kong e Singapore”. Nonostante a Dubai abbia assoldato specialisti dei bitcoin ed esperti dei paradisi bancari, il magnate della cocaina preferisce metodi più concreti che guardano a Levante. Con i contanti incassati dalle vendite di droga a camorristi e ‘ndranghetisti, compra chili di lingotti d’oro in tutta Italia: ne acquista talmente tanti da far alzare i prezzi sulla piazza di Napoli e per questo si rivolge a gioiellieri senza scrupoli pure in Veneto e in Friuli. Poi manda il metallo prezioso in Germania, consegnandolo ad affaristi turchi che tramite Istanbul bonificano l’equivalente su conti negli Emirati. In maniera misteriosa, però, preferirebbe avere i lingotti direttamente nella capitale ottomana: «A noi l’oro serve in Turchia – scrive a uno dei suoi sodali su un cellulare cifrato nel settembre 2020 -. La cosa buona sarebbe pagarlo a Napoli e riceverlo in Turchia. Sarebbe formidabile».

Non è l’unico canale vecchio stile. Spesso pure in Campania affida milioni cash a misteriosi «cambisti» che non parlano italiano: li contatta sulle solite chat criptate e si presentano a prelevare il contante con vetture munite di doppio fondo a Napoli, Firenze o Roma. L’unico di questi corrieri fermato dalla Finanza con mezzo milione di euro è un siriano di Aleppo, Ayman Kazmouz.

Il camorrista sulla via di Damasco

Le strade di guerra che portano dalla Turchia alla Siria sono il teatro della caduta di Bruno Carbone, l’allievo che poteva superare il maestro. Impara in Olanda da Raffaele Imperiale il sillabo del narcotraffico, poi si trasferisce come lui negli Emirati e si fa suo partner nella gestione di grandi carichi. Un astro nascente, capace di brillare di luce propria grazie a referenti d’alto rango: la storica famiglia Nuvoletta, quella emergente dei Ciccarelli che hanno trasformato il Parco Verde di Caivano nella più ricca piazza di spaccio d’Europa e infine il clan Leone del Rione Traiano. La sua scalata sembra chiudersi il 20 dicembre 2019: viene sorpreso all’aeroporto di Dubai con un passaporto falso. Foto e impronte digitali permettono di identificarlo come il ricercato, ma i funzionari partiti da Roma per notificare l’ordine di arresto si trovano davanti ad una sorpresa: nella cella c’è un pizzaiolo italiano, del tutto diverso nel volto e nelle impronte. Carbone era sparito, con una beffa che dimostrava la potenza delle sue relazioni occulte e che gli aveva permesso di prolungare la latitanza nel lusso dei grattacieli.

Tanta tracotanza si dissolve due anni dopo. La cattura show di Imperiale da parte delle forze speciali emiratine gli fa capire che il clima è cambiato. È paranoico, si sente spiato e pedinato. Vola via da Dubai con un jet privato pagando 60mila euro e va a Bodrum, in Turchia, dove può contare su amici influenti. Ma non osa sfidare gli scanner facciali dell’aeroporto di Istanbul. Allora uno degli uomini di Taghi, Hanas Zamouri, lo convince ad andare in Siria per imbarcarsi su un aereo per il Sud America: a Damasco sa a chi rivolgersi, l’aveva già fatto in passato. Così si mettono in viaggio attraverso il Paese devastato dalla guerra, dove il Nord è diviso tra fazioni rivali d’ogni matrice. Le sentinelle turche li bloccano sul muro del confine, ma una telefonata dei loro protettori gli permette di proseguire. Un autista li preleva e il tour prosegue nella terra di nessuno. E lì accade l’imprevisto: Carbone e il suo sodale si ritrovano nelle mani di Hayat Tahrir al Sham, il “Comitato di Liberazione del Levante”, una costola di Al Qaeda fondata da un religioso saudita, che di recente ha rotto con gli eredi di Bin Laden e cerca di presentarsi come “moderata”. Oggi domina con quasi 10mila guerrieri islamisti una fetta consistente della regione di Idlib: lottano sia contro il regime di Damasco e i suoi alleati di Hezbollah che contro le milizie armate dei turchi.

I due stranieri sono una preda preziosa. Li mettono all’asta per vedere chi è disposto a pagare il riscatto più alto. Pubblicano online una foto di Carbone in tuta arancione modello Guantanamo e raccolgono le offerte sia dei boss, sia delle istituzioni italiane. Il napoletano chiede invano ai suoi soci di mandargli il denaro, ma alla fine la spuntano i nostri servizi segreti, con una discreta mediazione emiratina: pur di lasciare la prigione della Jihad, un container dove è rimasto incatenato per oltre sei mesi, il broker napoletano a fine ottobre 2022 accetta di tornare in Italia e collaborare con la Giustizia. Secondo le indiscrezioni, Carbone avrebbe rabbonito i carcerieri chiedendogli una copia del Corano: «Mi è servito ad evitare un trattamento disumano. Da quel momento in poi, niente torture e sevizie, all’interno della cella, come se avessi avuto un trattamento di riguardo. Col tempo ho iniziato realmente a credere nel Corano. Mi sono convertito, tuttora sono islamico».

Militari di Hayat Tahrir al Sham

 

Il progetto Cassandra

Questa cornice avventurosa da “Mille e una notte” non scoperchia la grotta dove è custodito il tesoro dei quaranta ladroni moderni, né svela i nomi dei loro esotici protettori. Le Fiamme Gialle stanno continuando ad analizzare i meccanismi che hanno permesso a Imperiale, Carbone e Schettino di volatilizzare centinaia di milioni con la parola magica dell’hawala. Già una volta nel nostro Paese dietro questo termine si è materializzata l’ombra di Hezbollah, sotto le vesti di un imprenditore libanese: Wael Chanboura, per anni titolare di un insospettabile autosalone a Forlì, che si occupava pure degli scambi mafiosi. Come ha ricostruito Miles Johnson del Financial Times nel libro “Chasing Shadows”, nel 2016 Chanboura ha ricevuto a Roma dal capo ‘ndrangheta Salvatore Pititto oltre un milione di euro da inoltrare in Colombia come saldo di una partita di cocaina.

Chanboura era soltanto la pedina di una clamorosa inchiesta segreta lanciata dagli Stati Uniti: il “Project Cassandra” affidato a una squadra speciale della Dea composta da alcuni degli agenti che avevano stanato “El Chapo” Guzman. La loro missione? Spezzare la ragnatela creata da Hezbollah e Iran in Europa e Sud America per finanziarsi con la cocaina e il riciclaggio, puntando al vertice del “Partito di Dio”. Anche Ali Koleilat, il genero di Mink Kok, era stato individuato da questi detective, che avevano stabilito una collaborazione top secret con gli inquirenti francesi, tedeschi, italiani e belgi.

Per nove anni il lavoro è proseguito sotto traccia in maniera riservatissima mettendo a segno una decina di arresti, in apparenza isolati. All’improvviso nel 2016, dopo la cattura di un manager libanese, il governo di Parigi ha rivelato che l’indagine riguardava una struttura di Hezbollah “fondata dal defunto comandante militare Imad Mughniyah, che attualmente opera sotto il controllo di Abdallah Safieddine e di Adham Tabaja”. Il nome di Safieddine ha avuto eco mondiale: è il cugino del leader supremo Hassan Nasrallah, fratello del suo vice Hashem Safieddine e soprattutto ambasciatore a Teheran del movimento sciita. Invece Tabaja è un magnate di Beirut con aziende in tutto il Medio Oriente: gli Stati Uniti lo considerano la “banca del terrorismo” e hanno messo dieci milioni di taglia sulla sua testa.

Il “Project Cassandra” ha portato alla luce come Hezbollah fosse coinvolta al massimo livello negli affari di droga, con la complicità pure di organismi iraniani. Ma dopo il colpo francese, l’operazione segreta viene immediatamente smantellata. Perché? Secondo Politico, l’ordine è partito dalla Casa Bianca: l’amministrazione Obama non voleva che l’istruttoria interferisse sulle trattative con Teheran per il nucleare. E in questo la presidenza Usa aveva il pieno appoggio delle cancellerie europee.

«L’operazione Cassandra, lanciata dalla Dea nel 2007, ha provato che Hezbollah usa il commercio di cocaina in Europa come sorgente di guadagni per sostenere le sue attività internazionali», dichiara a Repubblica Martin Verrier. Ex sottosegretario del governo argentino per la lotta al narcotraffico e docente di metodi per la prevenzione del riciclaggio, Verrier è uno dei maggiori conoscitori dei rapporti oscuri che legano mafie e terrorismo: adesso è senior analyst del think tank britannico Rusi: «C’è una crescente convergenza globale tra le organizzazioni criminali e i gruppi terroristici, che avviene anche in America Latina. Sappiamo dalle indagini argentine, brasiliane, italiane e statunitensi che Hezbollah ha usato questo continente sia per procurarsi la cocaina sia come luogo per ripulire il denaro e finanziare il terrorismo, stabilendo alleanze con gruppi locali come il PCC in Brasile, che è stato anche un fornitore della ‘ndrangheta».

Il PCC, Primeiro Comando da Capital, è nato più di trent’anni fa nelle prigioni brasiliane come una confraternita di autodifesa dei detenuti e col tempo ha aperto una delle più ricche rotte transatlantiche delle cocaina: ne mandano in Europa quaranta tonnellate l’anno. L’allarme per la sua crescita è stato sottolineato anche dall’ultima relazione della nostra Direzione Investigativa Antimafia, che ha evidenziato i legami dei boss brasiliani con le cosche reggine e con i miliziani libanesi. E ha acceso un faro sullo “stretto contatto di un cittadino giordano con un boss calabrese riconducibile al sodalizio dei Morabito. Il soggetto, giordano di nascita è soprannominato “il Palestinese” per avere militato nel Fronte popolare di lotta palestinese e collabora con loro almeno dal 1992”.

L’intreccio del male

Nel 2016 il clamore mondiale per la scoperta del network narcotico di Hezbollah fece passare in secondo piano l’esistenza di una branca italiana della lavanderia di denaro sciita. Solo il comunicato della Dea elencava l’arresto a Milano di due piccoli imprenditori libanesi, Jamal e Maya Khalil, implicati nella filiera economica del Partito di Dio. Da allora, per sette anni, sulla connection è caduta una cappa di silenzio. Solo ora si torna a indagare sul rischio che le reti logistiche e finanziarie create dai nuovi protagonisti del mercato della cocaina si siano intrecciate con le attività criminali di gruppi terroristici. «Più che di rischio – spiega a Repubblica il procuratore nazionale antimafia Gianni Melillo -, parlerei di una gigantesca dimensione criminale, nella quale strutture criminali eterogenee per origine, natura e finalità, operano da tempo secondo logiche di progressiva, sempre maggiore integrazione». Secondo il magistrato, che negli scorsi anni alla guida della procura di Napoli ha condotto anche i procedimenti su Imperiale, «le connessioni fra traffico di stupefacenti, riciclaggio e processi di finanziamento del terrorismo sono visibili a varie latitudini: dall’America latina al Medio Oriente, da Pakistan e Afghanistan ai Balcani, dalla Libia all’Africa occidentale e subsahariana. Così come sono visibili gli effetti di accelerazione dei processi di destabilizzazione politica e sociale di intere aree del pianeta collegati a queste evoluzioni dei fenomeni criminali».

Lo scenario globale adesso è segnato dal conflitto in Ucraina, che aumenta il numero di nazioni sottoposte a embargo: la Russia si è rivolta proprio all’Iran per procacciare armi e valuta. Gli ayatollah infatti da decenni hanno allestito una struttura coperta per importare le merci proibite dalle sanzioni. Anche le grandi mafie stanno sfruttando questa situazione? «L’esperienza dimostra – continua Melillo - che conflitti armati ed economie di guerra costituiscono una sorta di habitat ideale della criminalità organizzata, favorendo l’espansione incontrollata di reti logistiche e traffici illegali governati da potenti organizzazioni. Basterebbe pensare a ciò che è avvenuto nei Balcani in correlazione alla dissoluzione violenta della ex Jugoslavia per misurare concretamente il rischio generato, in misura oltremodo più ampia, dai conflitti da tempo in corso nell’Europa Orientale e in Medio Oriente».

Quelli tessuti da Hezbollah e dagli stessi 007 iraniani in Europa o in America Latina non sono patti politici per compiere attentati, ma accordi commerciali, senza ricadute ideologiche: le milizie sciite hanno bisogno di valuta pregiata, dollari ed euro, per armarsi e alimentare le attività illecite internazionali. In cambio offrono appoggio per trasportare droga e denaro attraverso i continenti, grazie alle strutture architettate per violare l’embargo e sfuggire alla caccia delle migliori agenzie di intelligence. I loro referenti sono figure innovative e spregiudicate, che hanno evoluto in chiave manageriale i metodi mafiosi: più broker che padrini, anche se alcuni – come Kinahan e Taghi – mantengono batterie di sicari spietati. Non gli importano la fede o la nazionalità, non vogliono nemmeno sapere cosa o chi si nasconda dietro i loro partner: per loro conta soltanto il profitto. Ma spargendo cocaina a tonnellate e immettendo miliardi nell’economia legale, l’alleanza tra queste due realtà criminali ha una portata eversiva senza precedenti. Non a caso, è stata paragonata alla Spectre dei film di James Bond.

«Ci sono tre motivazioni che spiegano questi rapporti – elenca l’ex sottosegretario argentino Vernier - Primo, traggono vantaggi reciproci da network di riciclaggio solidi come emerso nel 2011 dal caso della Lebanese-Canadian Bank, accusata di avere ripulito milioni per conto dei clan della droga. Secondo, i terroristi cercano questi legami per ottenere appoggi in Paesi stranieri. Fonti della polizia federale brasiliana sostengono che Hezbollah ha cercato la protezione del PCC in cambio di armi e di canali per spostare il denaro. Terzo e più allarmante, questa alleanza può fornire ai terroristi la logistica per realizzare operazioni molto lontano dalle loro basi principali».

Il Porto di Gioia Tauro

 

La sponda africana

La commistione tra gruppi islamisti e affari mafiosi da tempo ha trovato un terreno fertile nelle coste dell’Africa occidentale. E pure lì si è estesa una ramificazione delle attività di Raffaele Imperiale. L’ultimo mandato di cattura contro di lui riguarda lo sbarco di centinaia di chili di cocaina nei moli di Gioia Tauro, gestito – secondo le accuse – con i fratelli Antonino e Bartolo Bruzzaniti, legati alla famiglia di ‘ndrangheta Morabito-Palamara. Dopo cinque mesi di fuga, Bartolo Bruzzaniti è stato scovato lo scorso giugno a Beirut dagli agenti dell’Aise. La capitale libanese, un tempo meta classica per i latitanti, dal 2020 è sprofondata in una crisi economica che rende difficile la vita agli stranieri. Bruzzaniti però ha abitato e operato ad Abidjan nella Costa d’Avorio, la sponda africana della rotta della cocaina verso l’Europa. In una chat criptata del 2020 aveva scritto: «Io sono forte in Africa e li posso dirvi che se fate come vi dico e senza via vai non vi prendono…ma io in Africa so quali tasti toccare».

Abidjan ospita una grande colonia libanese. Nella più importante indagine ivoriana per l’importazione di droga sono stati arrestati alcuni soci di Bruzzaniti, emigrati dal Paese dei Cedri e titolari assieme a lui di ristoranti italiani e pasticcerie francesi. Tra loro Hussein Taan, originario del borgo di Zrarieh, spesso definito “la capitale di Hezbollah”. L’inchiesta, segnata da pressioni di esponenti politici e della massoneria locale, si è chiusa nel nulla e non sono mai stati evocati legami con il movimento sciita. La convinzione degli investigatori statunitensi ed europei però è che la città africana sia diventata uno snodo fondamentale nelle spedizioni di droga destinate ai terminal container di Anversa, Rotterdam e Gioia Tauro. E che Hezbollah abbia assunto un peso decisivo in questo business. Lo scorso luglio il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen ha firmato con il governo ivoriano un accordo di collaborazione esteso all’intelligence: «Entrambi i nostri Paesi – ha dichiarato Cohen - affrontano la minaccia terroristica, specialmente la diffusione di Hezbollah».

Sei anni fa Peter Neumann ha pubblicato su Foreign Policy un j’accuse che ha avuto grande risonanza: “La lotta ai canali di finanziamento del terrorismo è fallita”. Ora Neumann, ex rappresentante speciale dell’Osce per il contrasto all’estremismo e docente di studi sulla sicurezza al King’s College di Londra ribadisce a Repubblica: «Non si tratta tanto di contrastare i modi con cui si sovvenzionano, si tratta di combattere le reti jihadiste e chiunque vi sia coinvolto. Nel farlo, l’esame delle operazioni finanziarie può permettere di avere le informazioni di intelligence». Follow the money, anche contro i fondamentalisti: che però sanno cancellare la tracce e inventare coalizioni sorprendenti. Rimaste finora totalmente nell’oscurità.

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