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La sorella di Giulia contro Salvini: “Dubbi su Filippo, violenza di Stato”

(ansa)
Il ministro dopo l’arresto del ragazzo: “Se colpevole nessuno sconto di pena”. L’indignazione di Elena Cecchettin: “Non è sicuro della sua colpevolezza perché il ragazzo è bianco e di buona famiglia”
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VIGONOVO (Venezia) – Per sua sorella. E per tutte le altre. Elena Cecchettin esce di casa e affronta le telecamere. «Stare qui a piangere, con le mani in mano, non serve a nulla: dobbiamo proteggere le ragazze del presente e del futuro perché Giulia questo avrebbe voluto». Su Instagram la seguono più di ottantamila persone ma non basta il numero dei follower a spiegare il senso della sua battaglia. Che ieri mattina rilancia con poche parole: «Io non starò mai zitta. Non mi farete mai tacere». Poi l’attacco al ministro Matteo Salvini, «che dubita della colpevolezza di Turetta perché bianco, di “buona famiglia”. Anche questa è violenza, violenza di stato», tanto da costringere il vicepremier a replicare con un nuovo post. Il giorno prima un’altra accusa: «Non c’è un solo posto dove, come donna, puoi essere sicura in Italia».

Non chiamatelo “sfogo”. È l’urlo di una ragazza di 24 anni che fa breccia su una generazione intera e non solo, un dolore privato che diventa denuncia collett…

VIGONOVO (Venezia) – Per sua sorella. E per tutte le altre. Elena Cecchettin esce di casa e affronta le telecamere. «Stare qui a piangere, con le mani in mano, non serve a nulla: dobbiamo proteggere le ragazze del presente e del futuro perché Giulia questo avrebbe voluto». Su Instagram la seguono più di ottantamila persone ma non basta il numero dei follower a spiegare il senso della sua battaglia. Che ieri mattina rilancia con poche parole: «Io non starò mai zitta. Non mi farete mai tacere». Poi l’attacco al ministro Matteo Salvini, «che dubita della colpevolezza di Turetta perché bianco, di “buona famiglia”. Anche questa è violenza, violenza di stato», tanto da costringere il vicepremier a replicare con un nuovo post. Il giorno prima un’altra accusa: «Non c’è un solo posto dove, come donna, puoi essere sicura in Italia».

Non chiamatelo “sfogo”. È l’urlo di una ragazza di 24 anni che fa breccia su una generazione intera e non solo, un dolore privato che diventa denuncia collettiva e chiama in causa la politica. Elena Cecchettin, prima di tre figli, studia microbiologia a Vienna. Una studentessa, come lo era Giulia. Una settimana fa torna a casa, varca l’ingresso della villetta di famiglia a Vigonovo, abbraccia il papà, il fratello, i parenti. Si carica sulle spalle il fardello dell’angoscia, della scomparsa: «Voglio solo abbracciare la mia sorellina». Ricorda quei «ricatti emotivi» di Filippo verso Giulia, quel suo essere «possessivo, geloso». Racconta di quel concerto a Milano, dov’era andata con la sorella, e lui che tempestava di messaggi entrambe.

Intanto le ore passano e la paura cresce. Giovedì scorso, il giorno della laurea di Giulia, lei appende al cancello tre nastri rossi. Elena pensa, ricostruisce, elabora. Giulia aveva confidato alle amiche di aver avuto «veramente paura di Filippo», e non era mai successo, si erano lasciati ad agosto, dopo un anno e mezzo, lui insisteva per vedersi comunque, lei acconsentiva quasi per sfinimento, intanto scriveva la tesi e pensava al futuro.

Sogni finiti in un bagagliaio, e poi in un canale. Però no, non è finita. «Per te bruceremo tutto», urla Elena sui social, perché «se domani tocca a me, voglio essere l’ultima», e «vogliamo un giorno in cui non conosceremo già la fine della storia», nel Paese dei femminicidi ogni 72 ore, «amministrazione quotidiana di uno stato fallito». E allora «non starò mai zitta». Per questo Elena, rilanciando la scrittrice Carlotta Vagnoli, chiama in causa anche il «ministro dei trasporti, che dubita della colpevolezza di Turetta perché bianco e di buona famiglia», e il cui partito «insieme a Fdi, che però ha scelto l’astensione, a maggio ha votato contrariamente alla ratificazione della convenzione di Istanbul», un trattato internazionale contro la violenza sulle donne e domestica. «Così, nel caso voleste altri motivi per comprendere quanto il femminicidio sia un omicidio di Stato». «Un minuto di silenzio per Giulia non serve, non è necessario, bisogna prendere questa cosa come esempio per trasformare la vita e il destino di altre ragazze», scandisce, «serve una sorta di rivoluzione culturale».

Filippo, aggiunge in serata su Rete 4, non è un «mostro» ma «un figlio sano della società patriarcale che è pregna della cultura dello stupro, quell’insieme di azioni volte a limitare la libertà della donna, come controllare un telefono, essere possessivi. Il femminicidio non è un delitto passionale, è un delitto di potere. Bisogna prevedere l’educazione sessuale e affettiva in maniera da prevenire questi fatti». È solo l’inizio. Oggi, a Padova (19.30, Porta Portello), c’è una manifestazione “contro la violenza patriarcale, di genere e transfobica”. Elena scrive: «Vi aspetto in tanti». Tacere non si può più: «Fate in modo che Giulia sia l’ultima vittima

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