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Giulia Cecchettin, la rabbia delle ragazze di Padova dove tutto è iniziato: “Ora basta stare zitte”

La manifestazione per Giulia Cecchettin e contro le violenze di genere a Padova

 (fotogramma)
Duemila studenti di Ingegneria si sono ritrovati nel grande cortile dell’università per ricordare la loro collega uccisa da Filippo Turetta: “Le istituzioni devono essere pronte a rispondere e a supportarci ogni volta che chiediamo aiuto”
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Prevale la rabbia, poi ci sono le lacrime. Uno prende il microfono, “mi chiamo Davide, voglio ricordare com’era Giulia, il suo sorriso. E quella volta che l’ho vista addormentata in aula, dopo la lezione. La testa appoggiata sulle braccia…”. E visto che Giulia non tornerà mai più in questo grande cortile, un 2mila studenti di Ingegneria si sono ritrovati per ricordarla. Ma è stata una chiamata all’impegno, piuttosto, e la promessa di restare arrabbiati anche in futuro, “finché non finirà questa catena di femminicidi”. Qualcuno penserà che sono degli ingenui, che non sanno come va il mondo. Che sono giovani. Ma basta ascoltarli, la ragazza che racconta al microfono di quello che succede in una università come questa. Padova, la più antica d’Italia (e quindi del mondo) dopo Bologna, anno di fondazione 1222. E qui poco tempo fa “uno studente ha mostrato agli amici la foto della fidanzata nuda”, potete immaginare gli sghignazzi. Adesso lo sanno tutti, e anche nomi e cognomi dei presenti. …

Prevale la rabbia, poi ci sono le lacrime. Uno prende il microfono, “mi chiamo Davide, voglio ricordare com’era Giulia, il suo sorriso. E quella volta che l’ho vista addormentata in aula, dopo la lezione. La testa appoggiata sulle braccia…”. E visto che Giulia non tornerà mai più in questo grande cortile, un 2mila studenti di Ingegneria si sono ritrovati per ricordarla. Ma è stata una chiamata all’impegno, piuttosto, e la promessa di restare arrabbiati anche in futuro, “finché non finirà questa catena di femminicidi”. Qualcuno penserà che sono degli ingenui, che non sanno come va il mondo. Che sono giovani. Ma basta ascoltarli, la ragazza che racconta al microfono di quello che succede in una università come questa. Padova, la più antica d’Italia (e quindi del mondo) dopo Bologna, anno di fondazione 1222. E qui poco tempo fa “uno studente ha mostrato agli amici la foto della fidanzata nuda”, potete immaginare gli sghignazzi. Adesso lo sanno tutti, e anche nomi e cognomi dei presenti. E ci sono le pacche sul sedere, e il catcalling, e perciò “non si può più stare zitti”, né le femmine né i maschi.

Ci sono le volgarità e le aggressioni quotidiane, spicciole, come dappertutto. E in effetti, visto che succede ovunque, perché mai dovrebbe salvarsi un posto di cultura come questo. Ci sono dei giovani uomini che si comportano così, chissà se i genitori lo sanno. “E se non fosse successo quello che purtroppo è successo, Filippo tra qualche tempo si sarebbe laureato con 110 e lode, e il bacio accademico dell’ateneo”.

Tutti ce l’hanno con l’università, “che non ha avuto il coraggio di definire quello di Giulia un femminicidio, ma solo una scomparsa..”. Anna Tesi, facoltà di Giurisprudenza: “Da tempo chiediamo uno sportello di ascolto antiviolenza, ma non lo abbiamo mai ottenuto. Eppure, è necessario”. Aggiunge che esiste un Sap, supporto psicologico per gli studenti, “ma è troppo piccolo, non basta”. In realtà si chiama Scup, ed è diretto dal professor Claudio Gentili. E Filippo Turetta ha persino chiesto un appuntamento, dopo essere stato lasciato da Giulia, “ma non posso rivelare se abbia poi iniziato un percorso con noi. Sa, c’è la privacy”. Gentili spiega che nel 2022 hanno avuto “1.349 accessi, cioè richieste di studenti. E abbiamo erogato 8.152 colloqui”, cioè sedute di trattamento. Dunque, gli studenti di Padova non stanno così bene. Gli iscritti sono 70mila, e sono poche o tante, 1.349 richieste di aiuto, sostegno, ascolto? “Qui servono percorsi di educazione al consenso e all’affettività”, dice Emma Ruzzon, presidente del Consiglio degli studenti. “L’ateneo deve impegnarsi di più, e questi corsi dovrebbero essere obbligatori, come quelli di inglese”.

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Questa è una università internazionale, nei bar intorno al Portello si sente parlare solo inglese, molti iscritti sono indiani, spagnoli, americani, sudamericani. E ci sono anche loro, nella grande folla che riempie i viali di Ingegneria, la parte più moderna del Bo, dove si studia la scienza, ma poi “una ragazza, prima di scegliere Aerospaziale, ci pensa su tre volte”. E perché? “Perché è una specializzazione considerata maschile. E anche Meccanica e Informatica. Gli studenti sono quasi tutti maschi, è un ambiente ostile verso le donne”. Biomedica, che era il ramo scelto da Giulia, “ha un 60 per cento di femmine e 40 di maschi, ma è un unicum”, dice Giada Aureli, 21 anni, rappresentante di Ingegneria biomedica e del Dipartimento di Ingegneria dell’informazione. E lo sanno tutti, perché “mia madre, che lavora in un’azienda informatica, sente spesso questo ragionamento: ‘Meglio assumere uomini, l’informatica è roba da uomini…’ Naturalmente, lei se ne frega”.

Dal palco, che non è neanche un vero palco, una dice che tutto questo “è per Giulia, e per tutte le altre, 106 donne uccise a oggi”. E che “non è stato un raptus, non è stato un momento di follia”, come si dice quasi sempre, del responsabile di un femminicidio. “Siamo tutti immersi in una struttura patriarcale, siamo educati a tollerare e a giustificare. La pacca sul sedere, il ragazzo che non ti vuole lasciare… E le domande: com’eri vestita, quanto avevi bevuto…”.

Eh, le ragazze di Padova sono molto arrabbiate, e non le placa sapere che quasi in contemporanea la rettrice Daniela Mapelli (prima rettrice di Padova) ha ricordato Giulia, all’inizio di un convegno, “la nostra studentessa, uccisa in maniera così efferata”. Ha poi chiesto un minuto di silenzio, invece qui c’è stato “un minuto di rumore”, 2mila giovani che hanno fatto rumore con le chiavi di casa battute sulle borracce, e applaudendo, e anche fischiando, “vogliamo una vita di rumore, vogliamo alzare la voce ogni volta che assistiamo a comportamenti sessisti e misogini, che le istituzioni siano pronte a rispondere e supportarci ogni volta che chiediamo aiuto”.

E così si è alzato al cielo questo grande frastuono che qualcuno avrà pur sentito, proprio dove era cominciato un amore, Giulia e Filippo, proprio in questi precisi cortili e aule, tre anni fa. Poi non era amore, ma odio, puro odio.

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