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Giulia Cecchettin, gli incubi del testimone chiave: “Non dormo più, dimenticatemi”

Assistette alla prima lite tra i due giovani e riferì che se ne erano andati su una Punto nera. “Quando ho saputo che Giulia era scomparsa sono andato a parlare con suo padre. Ora mi cercano tutti ma io sono distrutto: non ce la faccio più”
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VIGONOVO (Venezia) — «Basta, basta, basta». È la parola che ripete più spesso e francamente si fa fatica a dargli torto. Saluta con gentilezza, ha la divisa da lavoro, la barba curata e un alone nero attorno agli occhi. La notte riesce a dormire dopo quello che è successo? Non servono parole, fa un cenno deciso, un «no» con la testa, e chissà quante volte rivive quei momenti, sente quelle urla, vede quella macchina nera sparire nella notte.

Il super testimone

Per tutta Italia è ormai «il vicino di casa» oppure il «super testimone», l’uomo che non si è girato dall’altra parte, che ha chiamato i carabinieri, che è andato dal padre di una ragazza scomparsa – quando ancora si sperava che Giulia Cecchettin potesse varcare di nuovo quel cancello dove ora la ricordano i fiori – per raccontargli cosa aveva visto. Ma è una persona normale, non lontana dalla quarantina, con una vita simile a tante altre, il condominio a Vigonovo, paese di provincia dove vive da quattro anni, l’impiego in una …

VIGONOVO (Venezia) — «Basta, basta, basta». È la parola che ripete più spesso e francamente si fa fatica a dargli torto. Saluta con gentilezza, ha la divisa da lavoro, la barba curata e un alone nero attorno agli occhi. La notte riesce a dormire dopo quello che è successo? Non servono parole, fa un cenno deciso, un «no» con la testa, e chissà quante volte rivive quei momenti, sente quelle urla, vede quella macchina nera sparire nella notte.

Il super testimone

Per tutta Italia è ormai «il vicino di casa» oppure il «super testimone», l’uomo che non si è girato dall’altra parte, che ha chiamato i carabinieri, che è andato dal padre di una ragazza scomparsa – quando ancora si sperava che Giulia Cecchettin potesse varcare di nuovo quel cancello dove ora la ricordano i fiori – per raccontargli cosa aveva visto. Ma è una persona normale, non lontana dalla quarantina, con una vita simile a tante altre, il condominio a Vigonovo, paese di provincia dove vive da quattro anni, l’impiego in una catena commerciale a mezz’ora da casa, una compagna, un figlio piccolo, la passione per le moto, l’inflessione che tradisce la provenienza del sud. E oggi, invece? Marco M. ha oscurato il suo profilo Facebook, ha strappato l’adesivo con il suo nome e cognome dal citofono per non essere trovato, nell’anonimato era e nell’anonimato vorrebbe tornare. Come a urlare: dimenticatemi.

«Vivo una pressione mediatica non indifferente, mi hanno chiamato in un milione – racconta adesso con una voce bassa, esausta e quasi disperata –. Come mi devo sentire, secondo lei? Sto come starebbe chiunque in una situazione del genere. Sì, domenica scorsa sono andato dal papà di Giulia dopo che ho visto girare gli appelli sui social che parlavano della sua scomparsa. Ma non ne voglio parlare, sono distrutto da questa vicenda, averla vissuta è davvero brutto».

Il ricordo di quelle ore

Cos’ha vissuto davvero lo sa soltanto lui, ma dalle carte dell’inchiesta sul femminicidio di Giulia Cecchettin è possibile almeno immaginarlo. Il suo balcone affaccia a centocinquanta metri dal parcheggio dell’asilo di Vigonovo dove la studentessa viene aggredita la prima volta dal suo ex fidanzato Filippo Turetta, alle undici e un quarto della sera dell’11 novembre: racconta di sentire una voce femminile gridare «così mi fai male» e chiedere aiuto, vede uno sconosciuto colpire a calci una sagoma a terra e poi una Fiat Punto nera andare via a tutta velocità.

Riferisce tutte queste cose ai carabinieri al telefono, in diretta, solo che non riesce a prendere un numero di targa, nemmeno una lettera o una cifra, la distanza da casa sua non è certo poca, e poi è notte e tutto succede in poco tempo. «Non ne voglio parlare, davvero», risponde se gli si chiede di quegli attimi. Il pomeriggio dopo, domenica, quasi perde il fiato. Scorre i social, vede un post della famiglia di Giulia Cecchettin: la studentessa non è tornata, quella notte, chi sa qualcosa contatti questi numeri, e lui si alza, esce di casa, si lascia alle spalle il suo condominio, attraversa la strada e dopo un centinaio di passi citofona a casa della famiglia di Giulia. Racconta cosa ha visto e Gino, il papà, che già era andato a fare denuncia in caserma, forse in quel momento capisce tante, troppe cose.

Gli incubi in testa

Così Marco M. se ne torna a casa con i suoi incubi in testa e le immagini dell’aggressione della sera prima che prendono una forma. Ancora non lo sa ma si è trasformato in un “super testimone”. Ai giornalisti sotto casa che hanno suonato al suo citofono (ancora compariva il nome), l’altro ieri diceva: «Sono molto scosso, distrutto da questa vicenda. Averla poi anche vissuta è brutto, non voglio rilasciare dichiarazioni come ho già detto a molti, molti vostri colleghi. Sono provato, mi stante contattando tutti, c’è una pressione mediatica... è davvero difficile. Non voglio dire altro, davvero, non voglio rilasciare altre dichiarazioni».

E oggi? Vuol dire qualcosa di quella sera, di quello che è successo dopo, di come è andata? «Basta. Buon lavoro».

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