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Ex colonie marine: i templi della propaganda fascista ora trasformati in hotel di lusso o ridotti a ruderi, fantasmi di quelle estati da caserma

 Ginnastica per fortificare i corpi e renderli rispondenti agli ideali mussoliniani 

 
Nel libro ‘Andare per colonie estive’, lo studioso Stefano Pivato narra le vicende delle gigantesche costruzioni che sorsero lungo i litorali italiani dall’inizio del Novecento
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Sulla Riviera romagnola riposano da decenni, balene spiaggiate in decomposizione a pochi metri dalla battigia, ognuna è uno iato che segna i pochi "corridoi a mare" nella selva di hotel. Senza più vetri alle grandi finestre, come lo scheletro della Novarese di Miramare, o la “Bolognese” stesa lì accanto. Sull’altro versante, quello tirrenico, sono invece maestosi involucri di hotel di lusso a Calambrone, in provincia di Pisa.

Cartolina postale raffigurante la colonia «Bolognese» a Rimini, circa 1940 (coll. priv.)

 

È una storia lunga quasi un secolo, quella delle colonie marine, istituite dalla metà dell’800 per accogliere i bambini malati di scrofolosi, i rachitici, i convalescenti. Il mare, il sole e il cibo come ricostituente perché “un Paese appena unito ha bisogno di un esercito, se muoiono i bambini non ce la fa, bisognava curare il corpo dell’Italia” racconta lo storico St…

Sulla Riviera romagnola riposano da decenni, balene spiaggiate in decomposizione a pochi metri dalla battigia, ognuna è uno iato che segna i pochi "corridoi a mare" nella selva di hotel. Senza più vetri alle grandi finestre, come lo scheletro della Novarese di Miramare, o la “Bolognese” stesa lì accanto. Sull’altro versante, quello tirrenico, sono invece maestosi involucri di hotel di lusso a Calambrone, in provincia di Pisa.

Cartolina postale raffigurante la colonia «Bolognese» a Rimini, circa 1940 (coll. priv.)

 

È una storia lunga quasi un secolo, quella delle colonie marine, istituite dalla metà dell’800 per accogliere i bambini malati di scrofolosi, i rachitici, i convalescenti. Il mare, il sole e il cibo come ricostituente perché “un Paese appena unito ha bisogno di un esercito, se muoiono i bambini non ce la fa, bisognava curare il corpo dell’Italia” racconta lo storico Stefano Pivato, che nel suo libro Andare per colonie estive (edito da Il Mulino), ripercorre un pezzo di storia del nostro Paese attraverso queste architetture e le vite a cui hanno fatto da sfondo.

L’ingresso della colonia «Villa Rosa Maltoni Mussolini» di Calambrone (Pisa)

 

Meraviglie architettoniche

“È una storia dell’infanzia, del fanciullo che diventa un soggetto sociale, protagonista e vittima del ‘900 - spiega Pivato - dopo le due guerra mondiali, gli orfani di guerra e i figli dei mutilati non erano mai stati così tanti”. In mezzo, il ventennio in cui il regime fascista fece erigere decine di monumentali e “stupefacenti” costruzioni razionaliste dei più grandi architetti dell’epoca, come Giuseppe Vaccaro, che firmò la colonia Agip di Cesenatico, Busiri Vici la futuristica “XXVIII ottobre” a Cattolica, una flotta in formazione con un’ammiraglia e i “siluri”, che Mussolini venne a inaugurare personalmente in motoscafo da Riccione.

Spazi giganteschi, camerate da centinaia di letti: “Si sbizzarrirono usando il cemento armato, un nuovo materiale - ricorda Pivato - l’architettura ribadiva il concetto dell’’armonico collettivo’, lo stare tutti insieme. La “Torre Balilla” di Marina di Massa, progettata da Bottino, ha un’unica camerata che si sviluppa sulle rampe, senza soluzione di continuità per 14 piani”.

Il complesso della colonia "Le Navi" di Cattolica

 

Il fanciullo, del quale lo Stato si prendeva cura, veniva pesato all’inizio e poi alla fine, educato con la ginnastica e un ordine che Giorgio Bocca, traumatizzato dal periodo alla “Bolognese” di Rimini, definirà “da caserma”. E poi bisognava stupire, i bambini e i genitori, con la potenza delle nuove costruzioni tirate su in pochi mesi. Significavano consenso per il duce in Romagna, per Galeazzo Ciano in Toscana e per Roberto Farinacci sulle rive del Po. Pivato racconta la vita dei piccoli ospiti anche attraverso i loro stessi racconti, dai diari conservati all’archivio di Pieve Santo Stefano. Ricordi spesso poco felici, per l’abbandono della famiglia e della vita cameratesca. Da qui la minaccia “ti mando in colonia!”.

Il “sacco delle colonie”

Dal dopoguerra in poi cambia tutto, all’Opera nazionale balilla si sostituisce la Pontificia opera di assistenza: “Gli ambienti diventano più piccoli, secondo il principio della famiglia cattolica - prosegue lo storico - le vigilatrici a contatto con i bambini. Purtroppo sono quelle più numerose, brutte, costruite con sabbia di mare, molte a rischio crollo. Un delitto”. È quello che Pivato definisce “il sacco delle colonie”, l’85 per cento costruite con il boom economico, tra gli anni 50 e 60, da privati che sfruttarono l’occasione affittando a enti come le Acli. E poi trasformate in piccoli hotel e pensioni quando il boom consentì alle famiglie di trascorrere una vacanza tutti insieme. O abbandonate, stesso destino di molti esempi notevoli del ventennio. Un bel documentario di Riccardo Marchesini, Di che colonia sei?, con il bollino della Film commission dell’Emilia Romagna, racconta la loro presenza silenziosa tra Cattolica e Ravenna.

La colonia "Novarese" di Rimini, 1934 - Archivio fotografico Biblioteca Gambalunghiana, Rimini

 

Tra le poche eccezioni, sul litorale romagnolo, ci sono proprio la Agip di Cesenatico e la “XXVIII ottobre” di Cattolica, che ospita l’Acquario più grande dell’Adriatico. Più recenti, la colonia Enpas di Cesenatico, firmata da Paolo Portoghesi, e la Enel di Riccione, una delle poche eredità dell’”utopista” Giancarlo De Carlo, ricoperta di piastrelle di ceramica blu cobalto. Di proprietà privata, da trent’anni cade pezzo dopo pezzo. “A Calambrone, le sette sorelle, colonie magnifiche, sono tutti hotel o residence di lusso - conclude Pivato - sulla costa adriatica il turismo è popolare, le tariffe degli hotel non permettono investimenti di questo tipo. Molti enti le hanno regalate ai comuni che però non sanno che farsene”.

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