✕

L’intelligenza artificiale per cambiare le foto: oggetti spostati, volti sorridenti, arrivano i ricordi perfetti. Ma sempre più finti

Prima dell’avvento dei social, del tutto liberi dal retropensiero che saremmo stati esposti a una moltitudine di sguardi estranei su Internet, eravamo, in qualche modo, più autentici. Oggi c’è Magic Editor per trasformarci “magicamente”
3 minuti di lettura

Niente più musi lunghi nelle foto: l’intelligenza artificiale li cancella. Saremo tutti perfettamente sorridenti, da oggi, grazie alle potenti funzioni di fotoritocco dei nuovi smartphone Google Pixel 8 e Pixel 8 Pro, oggi sfoggiate in spot televisivi che qualche osservatore definisce già distopici per come fanno presagire un futuro in cui la realtà diventa un concetto fluido e inafferabile. Uno di questi è assai eloquente e distopico: si vede una famigliola di tre persone appoggiate a un recinto, ma mentre madre e figlia sfoggiano una bella espressione sorridente, il padre appare preso di sorpresa, immortalato in una posa che rovina il clima gioioso dello scatto.

Ma per fortuna c’è il Magic Editor (nome che rievoca alla memoria le parole di Arthur C. Clarke: “Qualsiasi tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”) e in particolare la funzione “Best take”, che permette di scorrere altre foto dove …

Niente più musi lunghi nelle foto: l’intelligenza artificiale li cancella. Saremo tutti perfettamente sorridenti, da oggi, grazie alle potenti funzioni di fotoritocco dei nuovi smartphone Google Pixel 8 e Pixel 8 Pro, oggi sfoggiate in spot televisivi che qualche osservatore definisce già distopici per come fanno presagire un futuro in cui la realtà diventa un concetto fluido e inafferabile. Uno di questi è assai eloquente e distopico: si vede una famigliola di tre persone appoggiate a un recinto, ma mentre madre e figlia sfoggiano una bella espressione sorridente, il padre appare preso di sorpresa, immortalato in una posa che rovina il clima gioioso dello scatto.

Ma per fortuna c’è il Magic Editor (nome che rievoca alla memoria le parole di Arthur C. Clarke: “Qualsiasi tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”) e in particolare la funzione “Best take”, che permette di scorrere altre foto dove appare lo stesso soggetto, il padre, e scegliere tra queste una sua espressione sorridente per rimpiazzare quella infelice. Risultato finale: tre volti perfettamente gioiosi, anche se in un momento che non è mai esistito “davvero così”. Con uno scambio di teste che l’intelligenza artificiale del programma, smussando qualsiasi possibile incongruenza nei dettagli dell’immagine, rende del tutto irrintracciabile a posteriori.

Il Magic Editor permette poi in pochi secondi di rimuovere a piacimento persone da una fotografia (una funzione che avrebbe fatto molto comodo ai fotoritoccatori sovietici che rimuovevano dalle foto con Stalin i dirigenti comunisti caduti in disgrazia), o cambiare la disposizione o le dimensioni relative degli oggetti nell’inquadratura. La nuova e diabolica facilità in questi fotoritocchi ha fatto dire a Ren Ng, docente di informatica alla University of California, sul New York Times, in un articolo intitolato “Le foto stanno diventando più finte”: «Questo è un momento davvero importante, che cambierà molto nel mondo dell’immagine: se ci addentriamo con sicumera in questo futuro, una fotografia non sarà più un fatto visivo». Al dibattito prendono parte anche gli entusiasti - come il docente di fotografia Tom Ashe, interpellato da Wired - che ritengono che «questi strumenti democratizzano ancora di più la capacità delle persone di fabbricarsi l’immagine che desiderano, senza doversi accontentare di ciò che c’era nello scatto originario».

Il problema principale, per gli osservatori più critici, è che la foto risultante non corrisponde più a un momento realmente vissuto. Non è più, insomma, una testimonianza oggettiva del passato: è invece una versione rimodellata e combinata di più momenti slegati tra loro. Avrà ancora senso, una volta che tutti i cellulari saranno dotati di funzioni analoghe, interrogare le fotografie per cercare la verità di certi momenti? Per l’intellettuale americano Rob Horning la domanda è mal posta: «Non dobbiamo confondere la realtà con la rappresentazione e la documentazione: quando ritocchi una fotografia, stai ritoccando una fotografia e non la realtà» spiega Horning. «Da questo punto di vista non condivido l’allarmismo: in fondo tutte le fotografie sono in qualche modo contraffatte, se le paragoniamo ai momenti vissuti che vogliono rappresentare». La cosa che preoccupa di più l’intellettuale è un’altra: di ritocco in ritocco, le nostre fotografie potrebbero diventare ancora più anonime e omologate, ancora meno personali di quanto oggi già siano sotto l’influenza dei social media. «Oggi, quando ci scattano una foto, siamo ben consci che potrebbe finire facilmente, se condivisa sui social media, a far parte di una conversazione digitale del tutto al di fuori del nostro controllo» spiega Horning. «Perché una volta online, quella foto può essere vista da un’infinità potenziale di persone sconosciute».

Questa consapevolezza istintiva rende oggi le nostre espressioni più neutre: «Sapendo in anticipo che quella fotografia sarà vista anche da chi non sa nulla di noi, avvertiamo il bisogno di far sì che ogni singola nostra foto dia di noi un’immagine così semplificata da essere interpretabile senza sforzo da chiunque» osserva Horning. «Come se, oltre a rappresentare il ricordo di una persona in un luogo e un tempo preciso, ogni fotografia dovesse anche essere una biografia istantanea». Ovvero un riassunto, una presentazione standardizzata di sé che quella persona offre al mondo. Una specie di “curriculum visivo istantaneo”, che strumenti come il Magic Editor ci invitano a ritoccare per renderlo ancora più neutro, scevro delle imperfezioni e dei segni della vita, e più appetibile a masse indifferenziate di sconosciuti.

«Tutte le nostre pose fotografiche, nell’era dei social, sono già oggi più controllate, più generiche. Più diplomatiche, in un certo senso» commenta Horning. «Invece le fotografie che precedono la diffusione di massa di Internet, se le ripeschiamo in un baule in soffitta, ci sembrano più specifiche, più capaci di descrivere la singolarità di un attimo, di cogliere e rappresentare uno stato d’animo preciso». In una parola, in quelle foto sembravamo tutti impegnati a vivere in maniera piena ed esclusiva quel momento specifico – una scampagnata, una festa di compleanno - del nostro tempo. Del tutto liberi dal retropensiero che saremmo stati esposti a una moltitudine di sguardi estranei su Internet, eravamo, in qualche modo, più autentici. Dovremo ridefinire, sotto l’impulso della tecnologia, il significato della parola autenticità? «Gli strumenti di intelligenza artificiale generativa non cancelleranno le nostre memorie, ma dal rullino del futuro potrebbero mancare quei piccoli elementi che ci aiutano a ricordare certi momenti come sono davvero accaduti» chiosa il giornalista esperto in tecnologia Charlie Warzel su The Atlantic. «Oggi una foto resa perfetta dall’intelligenza artificiale ci sembra seducente, ma il suo fascino può sparire quando la rivedi anni dopo: un rullino perfetto non è un rullino che è pieno di foto perfette».

Leggi i commenti