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Intervista a Emi Bondi, presidentessa della Società italiana di psichiatria: “Le fragilità covano in famiglia. Filippo Turetta potrebbe essere il figlio di chiunque di noi”

Emi Bondi, presidentessa della Società italiana di Psichiatria

 

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Questo caso ha colpito di più perché “tutto quello che davamo per scontato nei nostri figli si è frantumato davanti all’immagine di un ragazzo di 22 anni che ha covato dentro di sé un odio così feroce verso la persona che amava da averla disumanizzata”
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“La fragilità dei ragazzi è un aspetto ancora troppo trascurato. L’immaturità affettiva e relazionale, l’incapacità di gestire le frustrazioni, la crisi di identità degli adulti: tutti elementi, collegati, che li portano a vivere concentrati su sé stessi. Non imparano che l’amore non si può imporre, e non sanno gestire la rabbia”. Emi Bondi, presidentessa della Società italiana di psichiatria, premette: “Non possiamo entrare nello specifico dell’omicidio di Giulia Cecchettin, perché non conosciamo direttamente il caso e vi sono indagini specifiche in corso”.

Si può, però, cercare di capire cosa ci sia nella mente di un ragazzo di 22 anni che uccide la sua ex fidanzata.

“Sicuramente la prima cosa è che nell’animo di ciascuno di noi ci possono essere sentimenti di rabbia e odio, ma che solo in alcuni individui questi diventano agiti aggressivi, scaricando sull’altro la propria rabbia: ci sono e ci sono sempre stati, diversamente non ci spiegheremmo tutte la atrocità che vengono commesse…

“La fragilità dei ragazzi è un aspetto ancora troppo trascurato. L’immaturità affettiva e relazionale, l’incapacità di gestire le frustrazioni, la crisi di identità degli adulti: tutti elementi, collegati, che li portano a vivere concentrati su sé stessi. Non imparano che l’amore non si può imporre, e non sanno gestire la rabbia”. Emi Bondi, presidentessa della Società italiana di psichiatria, premette: “Non possiamo entrare nello specifico dell’omicidio di Giulia Cecchettin, perché non conosciamo direttamente il caso e vi sono indagini specifiche in corso”.

Si può, però, cercare di capire cosa ci sia nella mente di un ragazzo di 22 anni che uccide la sua ex fidanzata.

“Sicuramente la prima cosa è che nell’animo di ciascuno di noi ci possono essere sentimenti di rabbia e odio, ma che solo in alcuni individui questi diventano agiti aggressivi, scaricando sull’altro la propria rabbia: ci sono e ci sono sempre stati, diversamente non ci spiegheremmo tutte la atrocità che vengono commesse. Al di là quindi dei fattori individuali, che portano alla violenza o al ripiegamento in sé stessi, vi sono sicuramente fattori che fanno sì che oggi i ragazzi, soprattutto i maschi, siano più fragili e immaturi”.

Perché, secondo lei?

“Indubbiamente i modelli culturali di riferimento del maschile e del femminile sono diversi. Ci sono fattori legati all’educazione in famiglia, per esempio, e forse conta in questo senso anche la tendenza che vedo a non abituare i figli a gestire le frustrazioni, a caricarli delle nostre aspirazioni. Genitori non si nasce, e i figli non sempre si raccontano”.

Lei parla di fragilità, ed è una parola che ricorre molto in questi giorni. E’ quello che vede nei ragazzi che cura?

“L’affettività è un processo legato alle relazioni con gli altri che si forma in base alle esperienze che facciamo, prima con i genitori, i fratelli e le sorelle, poi con gli amici, i compagni. Più stiamo con gli altri, più esperienze affettive facciamo più impariamo questo tipo di linguaggio e relazioni. Ma oggi i ragazzi sono sempre più soli, il 46% delle coppie italiane ha un solo figlio, le relazioni con i coetanei passano sempre più da una dimensione non reale ma virtuale. Questo li fa crescere senza una dimensione di confronto. E spesso con genitori che scambiano il loro ruolo per quello di amici: invece dovrebbero dare regole, obiettivi, anche per formare nei figli la capacità di trasgredire. Non vuol dire essere autoritari, ma autorevoli sì”.

Questo vale più per i ragazzi che per le ragazze?

“Oggi noi donne, con una grande fatica, siamo andate più avanti degli uomini. Le giovani donne che vedo sono più proiettate verso l’autonomia, sono più brave. I loro coetanei sono rimasti indietro, sono più insicuri, faticano a formare una identità autonoma, cercano sempre una via d’uscita dalle responsabilità”.

Qui, però, c’è di più. E’ quella idea di patriarcato di cui parliamo tanto in questi giorni?

“Penso che ci sia tanta fragilità, e tanta immaturità affettiva in questi ragazzi. Noi donne sappiamo raccontare le emozioni, parliamo per ore con le amiche per sfogarci. Gli uomini sono molto meno capaci di esprimersi, sono stati abituati all’idea che un maschio non piange, e così quando succede qualcosa che emotivamente li sconvolge – se il soggetto è molto fragile – quell’evento lavora dentro di loro, in maniera negativa, anche con effetti drammatici”.

Nonostante il numero dei femminicidi e le tante altre storie drammatiche, questo caso sembra aver colpito di più. Come se lo spiega?

“Tutto quello che davamo per scontato nei nostri figli – una maggiore consapevolezza della parità, il rispetto dell’altro – si è frantumato davanti all’immagine di un ragazzo di 22 anni che ha covato dentro di sé un odio così feroce verso la persona che amava da averla disumanizzata. Questo ragazzo poteva essere figlio di chiunque di noi, questo ci porta a chiederci chi è davvero quel ragazzo chiuso nella camera accanto. In questo momento credo che tantissimi genitori di figli maschi si stiano ponendo questa domanda”.

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