Filippo Turetta, l’interrogatorio: la confessione, la voce bassa, i “non ricordo”. E di nuovo la richiesta di vedere i genitori
dal nostro inviato Rosario Di RaimondoVENEZIA – L’interrogatorio dura nove ore e nessuno si ferma neppure per mangiare. A un certo punto, dall’ufficio del carcere di Verona riservato agli interrogatori dei magistrati, viene chiesta dell’acqua. Filippo Turetta stavolta confessa, parla, collabora pur se a fatica e tra i “non ricordo”. Su un punto sembra non cedere: “Mi è scattato qualcosa in testa”, sono le parole che usa per spiegare quei venticinque minuti durante i quali Giulia Cecchettin, la ragazza che sosteneva di amare, ha il tempo di vedere in faccia il suo destino. Frase che può essere letta in un altro modo: “Sì, ho ucciso la mia ex fidanzata”, “l’ho vista morire”, ma non avevo un piano. Che significherebbe premeditazione. Quindi il rischio dell’ergastolo.
Il suo tono di voce è sempre basso, il racconto talvolta incerto. Si ferma, riprende il racconto, chiarisce i dettagli su cui punta l’attenzione il pubblico ministero Andrea Petroni, titolare dell’inchiesta. Ribadisce la confessione che aveva fatto martedì scors…
VENEZIA – L’interrogatorio dura nove ore e nessuno si ferma neppure per mangiare. A un certo punto, dall’ufficio del carcere di Verona riservato agli interrogatori dei magistrati, viene chiesta dell’acqua. Filippo Turetta stavolta confessa, parla, collabora pur se a fatica e tra i “non ricordo”. Su un punto sembra non cedere: “Mi è scattato qualcosa in testa”, sono le parole che usa per spiegare quei venticinque minuti durante i quali Giulia Cecchettin, la ragazza che sosteneva di amare, ha il tempo di vedere in faccia il suo destino. Frase che può essere letta in un altro modo: “Sì, ho ucciso la mia ex fidanzata”, “l’ho vista morire”, ma non avevo un piano. Che significherebbe premeditazione. Quindi il rischio dell’ergastolo.
Il suo tono di voce è sempre basso, il racconto talvolta incerto. Si ferma, riprende il racconto, chiarisce i dettagli su cui punta l’attenzione il pubblico ministero Andrea Petroni, titolare dell’inchiesta. Ribadisce la confessione che aveva fatto martedì scorso davanti alla gip Benedetta Vitolo, che aveva ordinato l’arresto per la “ferocia inaudita” e la “manifesta disumanità” che hanno portato al femminicidio di Giulia. Quel giorno, però, tutto durò mezz’ora, poche frasi non casuali lette da un fogliettino stretto fra le mani: “Sono affranto, dispiaciuto per la tragedia che ho causato. Non voglio sottrarmi alle mie responsabilità ma pagare quello che è giusto per aver ucciso la mia ex fidanzata. Sto cercando di ricostruire nella memoria un ricordo, cosa è scattato in me quella sera. Sin da subito volevo consegnarmi e farmi arrestare, questa era la mia intenzione”.
Invece, dopo aver abbandonato il corpo di Giulia tra le rocce del lago di Barcis, ha proseguito la sua fuga di mille chilometri fino in Germania, lungo l’autostrada A9 dov’è stato arrestato. Ora è qui, reduce da un’altra notte nel reparto di infermeria, isolato dagli altri detenuti, sotto regime di “grande sorveglianza”. Deve ancora vedere i genitori, l’unica richiesta che ha fatto sin dall’inizio, posticipata verosimilmente per una strategia difensiva. Prima l’interrogatorio, prima un segnale di collaborazione e chissà, magari di pentimento.
Così il racconto torna a quel pomeriggio dell’11 novembre. Filippo e Giulia si vedono, lei non ne può più del suo fare assillante, dei suoi ricatti emotivi, vorrebbe “sparire” ma ha “paura che dia di matto”, come racconta alle amiche, tanto che oggi gli avvocati della famiglia Cecchettin parlano di “stalking psicologico”. Vanno al centro commerciale di Marghera, lei deve comprare delle scarpe per la laurea in programma dopo pochi giorni, lui forse non sopporta questo suo traguardo. Mangiano al fast food, la studentessa paga con la sua carta di credito, poi un altro giretto a piedi e di nuovo in macchina per Vigonovo.
Alle 23.18 arriva una telefonata al 112: il testimone sente una voce femminile gridare “aiuto” e urlare “mi fai male” nel parcheggio davanti casa, vede una Punto nera sgommare via. A bordo, Giulia e Filippo. Trentadue minuti dopo, in base agli esiti dell’autopsia, quella macchina è già in fuga. A bordo, il corpo senza vita di una ragazza di 22 anni. Tutto questo Turetta ripercorre davanti al pm, e dice che “ho perso la testa, mi è scattato qualcosa”, un po’ come il suo papà Nicola che sostiene gli sia partito un “embolo”. Nulla di pianificato, non può che essere la linea della difesa (avvocati Giovanni Caruso e Monica Cornaviera), ben consapevole di alcuni indizi in mano ai magistrati: quel nastro adesivo comprato giorni prima online, forse usato per non far urlare Giulia; quei coltelli in macchina, quel presunto sopralluogo a Fossò poche ore prima del femminicidio. Basteranno, per chiedere ai giudici il fine pena mai?
Fuori è buio, pm e avvocati lasciano il carcere di Montorio, Turetta rientra nella sua cella che condivide con un detenuto più grande di lui. Nei prossimi giorni potrebbe incontrare i suoi genitori.