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I genitori incontrano Filippo Turetta in carcere: “È nostro figlio, non lo abbandoniamo”

Elisabetta Martini e Nicola Turetta, genitori di Filippo

 (ansa)
Un’ora di faccia a faccia, prima volta dopo l’omicidio. “Dobbiamo farci forza, grazie per come vi prendete cura di lui”. Il padre di Giulia prepara il messaggio per i funerali di domani: “Sto cercando di dire le cose che sento al meglio”
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Vigonovo (Venezia) — In una fredda mattina di dicembre due famiglie escono di casa e vanno incontro a dolori imparagonabili. Gino Cecchettin, il papà di Giulia, porta i fiori al cimitero di Saonara, dove riposa la moglie Monica e dove, domani, darà l’ultimo addio alla figlia. Nella testa cerca le parole per il «messaggio» che leggerà ai funerali. Nicola Turetta ed Elisabetta Martini, i genitori di Filippo, entrano nel carcere di Verona e incontrano il ragazzo per la prima volta da ventuno giorni, da quando ha ucciso con «ferocia inaudita» l’ex fidanzata. Strade diverse per destini diversi.

Così eccoli, a mezzogiorno, il papà e la mamma di Filippo superare il cancello dell’istituto penitenziario. Non hanno borsoni, al figlio hanno già fatto avere vestiti e scarpe. Sono «impietriti», spaventati. Chi li accoglie dà loro un consiglio: «Abbracciatelo, è traumatizzato dall’idea che lo abbiate abbandonato». Non l’hanno abbandonato. «È mio figlio, comunque lo rivedrò», aveva detto il padre.…

Vigonovo (Venezia) — In una fredda mattina di dicembre due famiglie escono di casa e vanno incontro a dolori imparagonabili. Gino Cecchettin, il papà di Giulia, porta i fiori al cimitero di Saonara, dove riposa la moglie Monica e dove, domani, darà l’ultimo addio alla figlia. Nella testa cerca le parole per il «messaggio» che leggerà ai funerali. Nicola Turetta ed Elisabetta Martini, i genitori di Filippo, entrano nel carcere di Verona e incontrano il ragazzo per la prima volta da ventuno giorni, da quando ha ucciso con «ferocia inaudita» l’ex fidanzata. Strade diverse per destini diversi.

Così eccoli, a mezzogiorno, il papà e la mamma di Filippo superare il cancello dell’istituto penitenziario. Non hanno borsoni, al figlio hanno già fatto avere vestiti e scarpe. Sono «impietriti», spaventati. Chi li accoglie dà loro un consiglio: «Abbracciatelo, è traumatizzato dall’idea che lo abbiate abbandonato». Non l’hanno abbandonato. «È mio figlio, comunque lo rivedrò», aveva detto il padre. Il personale del carcere ha una parola di conforto anche per loro: «Fatevi forza». Nicola e Elisabetta annuiscono. Poi una raccomandazione: meglio non parlare delle notizie che là fuori si susseguono.

L’incontro dura un’ora in una sala per i colloqui. Ci sono quindici tavoli rotondi e tante sedie perché qui dentro si incontrano anche quaranta persone tutte insieme. Ora sono soltanto loro tre. Si abbracciano, piangono. Non si vedono dall’11 novembre, il giorno della morte di Giulia. Filippo era uscito di casa, aveva mandato un messaggio alla mamma: «Ceno fuori». Tre ore dopo stava uccidendo la studentessa con «manifesta disumanità». Adesso, cosa si dicono lo sanno soltanto loro. Sul tavolino che hanno scelto rimangono tanti fazzoletti di carta e l’incontro a un certo punto s’interrompe, un po’ perché il tempo è passato, un po’ perché il peso di questi minuti è sempre più difficile da sopportare. Nicola ed Elisabetta se ne vanno, il papà si rivolge alle guardie: «Grazie per prendervi cura di nostro figlio». Tra visite e telefonate, potranno avere contatti con lui ogni due giorni (come gli altri detenuti). Filippo torna in cella, pare che anche gli altri detenuti del reparto infermeria ormai lo abbiano accettato: quando c’è lui, abbassano il volume della tv e nascondono i giornali per non fargli sentire le notizie.

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E quanta forza deve farsi Gino Cecchettin? Davanti casa sua, a Vigonovo, la gente porta ancora i fiori, la facciata del municipio è un monumento alla memoria della studentessa e lui – gli occhi tristi, una gentilezza disarmante – racconta quasi con un sorriso che prepara un messaggio da leggere domani, nella basilica di Santa Giustina a Padova, quando alle 11 diecimila persone, forse di più, parteciperanno ai funerali e guarderanno il grande poster con Giulia sull’altalena vestita di rosso: «I fiori davanti casa non sappiamo più dove metterli, questa partecipazione mi fa tanto piacere, abbiamo scelto quella chiesa apposta. Sto preparando un messaggio, spero arrivi a più persone possibili. Ci lavoro da una settimana: chiedetemi di elettronica, ma con le parole...sto cercando di dire le cose al meglio». Le troverà, le parole, le ha già trovate: «Parlate, denunciate, fidatevi», quelle che ha usato il 25 novembre nella Giornata contro la violenza sulle donne. «Voglio che tutti i giorni ognuno di noi guardi nella propria vita cosa fare per migliorarla», aveva detto davanti agli studenti dell’Università di Padova, dove Giulia stava per laurearsi in ingegneria biomedica: domani, per le esequie, lezioni sospese fino alle 14. A Saonara le scuole chiudono un’ora e mezza prima. Un comitato in Prefettura, oggi, metterà a posto i dettagli.

Dopo l’interrogatorio fiume di nove ore di Turetta, le indagini continuano per dare riscontro alle sue parole. Dalla fuga solitaria in Germania – si cerca di capire se qualcuno lo abbia aiutato, ad oggi non ci sono elementi in questo senso – alla premeditazione che lui nega, parlando di qualcosa che gli è «scattato» in testa, fino al momento esatto in cui ha inferto la coltellata mortale. Ogni parola, ogni dettaglio è passato ai raggi X. Per capire se debba ancora spiegare qualcosa.

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