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“Se domani non torno distruggete tutto”: parla la poetessa peruviana, autrice della poesia diventata simbolo della lotta ai femminicidi

Cristina Torres-Cáceres

 
Intervista a Cristina Torres-Cáceres in esclusiva per Repubblica
3 minuti di lettura

«Ogni volta che sento ripetere i miei versi - Se domani sono io, mamma, se domani non torno, distruggi tutto - qualcosa mi si spezza dentro: vuol dire che ne hanno uccisa un’altra. Ma mi ha emozionato scoprire che a diffonderli in Italia è stata Elena, sorella di Giulia Cecchettin, ennesima vittima di femminicidio. Anch’io ho una sorella, e l’avevo in mente mentre scrivevo».

Cristina Torres-Cáceres 30 anni, architetta, vive a Lima, Perù. Eccola l’autrice della poesia che ha dato nuova voce all’indignazione delle donne italiane. Intervistata da Repubblica è proprio ad Elena che si rivolge: «Il mio abbraccio e le mie parole ti diano forza. La tua battaglia è la mia».

Le sorelle Giulia e Elena Cecchettin

 (ansa)

Le sue parole, qui da noi, stanno ispirando un nuovo movimento. Quando le ha scritte?
«La poesia è del 2017: scritta per Mara Castilla, 19enne messicana assassinata dal tassista ch…

«Ogni volta che sento ripetere i miei versi - Se domani sono io, mamma, se domani non torno, distruggi tutto - qualcosa mi si spezza dentro: vuol dire che ne hanno uccisa un’altra. Ma mi ha emozionato scoprire che a diffonderli in Italia è stata Elena, sorella di Giulia Cecchettin, ennesima vittima di femminicidio. Anch’io ho una sorella, e l’avevo in mente mentre scrivevo».

Cristina Torres-Cáceres 30 anni, architetta, vive a Lima, Perù. Eccola l’autrice della poesia che ha dato nuova voce all’indignazione delle donne italiane. Intervistata da Repubblica è proprio ad Elena che si rivolge: «Il mio abbraccio e le mie parole ti diano forza. La tua battaglia è la mia».

Le sorelle Giulia e Elena Cecchettin

 (ansa)

Le sue parole, qui da noi, stanno ispirando un nuovo movimento. Quando le ha scritte?
«La poesia è del 2017: scritta per Mara Castilla, 19enne messicana assassinata dal tassista che doveva riportarla a casa. Come lei, all’epoca, anch’io usavo le app di taxi convinta fossero più sicure. Dopo la sua morte molte donne denunciarono le molestie degli autisti: in Messico e in Perù, dove il problema è reale e la polizia fa poco. Anzi, s’insultano più le vittime dei carnefici».

Cristina Torres-Cáceres suona i tamburi con il gruppo "Lucha y Tambo" durante una manifestazione

 

Dal Perù all’Italia, il viaggio in rete dei suoi versi è stato lungo...
«Non mi considero una “scrittrice”, semmai, una “poetessa da Facebook” perché è lì che posto ciò che scrivo: commenti a ciò che accade, tutto qua. Non so come la poesia sia uscita dal mio network. Inizialmente, l'avevo condivisa solo con un gruppo ristretto di artiste femministe chiamato “Las Respondonas”. Da lì è approdata in Messico: usata nelle proteste, anche violente, contro i femminicidi. Qualcuno sostenne che erano versi troppo delicati per quel tipo di contestazioni, senza sapere quanto ammiravo la forza delle donne messicane. Così dissi pubblicamente che appartengono a chiunque ci si identifichi, rilanciabili in ogni situazione».

Uno degli striscioni alla manifestazione di Roma del 25 novembre contro la violenza sulle donne. La frase è tratta dalla poesia di Cristina Torres-Cáceres 

 (ansa)

Da noi è stata Elena Cecchettin a condividerli. Ha un messaggio per lei?
«Scoprirlo mi ha sconvolta, non faccio che pensare a lei. Non voglio sembrare presuntuosa dicendo che ne comprendo dolore e rabbia: nulla le restituirà Giulia. Ma ammiro il modo in cui, sia pur per la peggior ragione possibile, è riuscita a sollevare un intero paese in suo nome. L’amore la sosterrà nella lotta. C’è qualcosa che voglio dirle: Elena, sorella mia, sii forte. Siamo tutte con te in questo momento e anche Giulia è al tuo fianco. Spero tu possa ritrovare presto la pace».

Cristina Torres-Cáceres con il gruppo "Lucha y Tambo" 

 

A Roma, una settimana fa, mezzo milione di persone hanno sfilato ripetendo i suoi versi...
«Non avrei mai immaginato di poter dare ad altri la mia voce. Mi emoziona, ma non sono fiera che così tante donne si riconoscano nelle mie aspre parole. Ogni volta che la poesia torna in auge, ce n’è una di meno: mi devasta. Solo quando arriveremo davvero all’ “ultima”, quando quelle parole non serviranno più, starò meglio. Con questo non dico di non condividere la poesia: solo che fa male. Ma tenersi per mano e rivolgersi gentilmente ai governi non basta più. Dobbiamo fare così tanto rumore da togliere il sonno agli assassini».

Cosa significa “distruggi tutto”?
«Può significare trascinare un molestatore in tribunale e battersi affinché sia condannato. O portare in piazza la propria rabbia. Ma va bene anche starsene a casa a patto di confidare a qualcuno il proprio malessere. Ognuna ha il suo modo, ciò che conta è non restare nel silenzio in cui ci vogliono relegate».

E il patriarcato, che cosa è per lei?
«L’intero sistema. Opprime le donne a ogni latitudine. Provo a parlarvi di ciò che conosco bene: l’architettura. Si pensa che lì il patriarcato non esista, invece, oltre al sessismo nella professione, sono proprio le città a non essere progettate per le donne. Non si pensa ai loro bisogni: ad esempio a come le percorrono, dal tipo di scarpe indossate alla necessità di illuminarle meglio. Le città sono a misura d’uomo: e infatti loro ci si muovono con sicurezza. Per battere il patriarcato bisogna concentrarsi su temi specifici, non sulle sfumature».

In cosa consiste il suo attivismo?
«Faccio parte del movimento femminista dal 2015 e col gruppo di percussionisti “Lucha y Tambo”, fra i migliori del paese, ho partecipato a molte manifestazioni. Vengo da una famiglia di donne forti: mia madre, mia nonna, una sorella minore e tre cugine. Devo a loro ciò che sono. Per me il femminismo non è solo uno spazio sicuro e una teoria che mi ha aperto gli occhi: ha formato la mia coscienza su questioni sociali, accademiche e personali. È uno stile di vita scomodo: a nessuna piace scoprire quanto è oppressa. Ma è meglio avere gli occhi aperti che camminare alla cieca».

Com’è la situazione in Perù?
«La lotta è quotidiana. Avere una presidente donna, la prima della nostra Storia, non rende le cose migliori: il congresso conservatore sta tentando di abbattere i pochi diritti acquisiti, a partire dall’aborto terapeutico, quello per salvare la vita della madre, unico legale. Oggi ci battiamo per proteggere il poco che abbiamo».

Ha un messaggio per le donne italiane che hanno fatto dei suoi versi una bandiera?
«Siate forti perché essere femministe è sfiancante. Se abbiamo diritti è perché altre, in passato, si sono battute: ora tocca a noi. Ma il femminismo è qui per restare. In Perù abbiamo uno slogan: Que tiemblan los machistas, que America Latina será toda feminista. Possa anche l’Italia diventare interamente femminista».

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