Elena Cecchettin: “Vi regalo un pezzo di Giulia, spero lasci un segno come ha fatto con me”
dal nostro inviato Rosario Di RaimondoSAONARA (Padova) – Sembra che tutta Saonara sia dentro e fuori la parrocchia di San Martino, genitori e figli coi nastri rossi appuntati sui giacconi pesanti. E tutti ricordano Giulia Cecchettin, che in questo paese aveva il suo “porto sicuro”, i nonni, la maestra, l’infanzia. Elena, sua sorella, parla per ultima in chiesa. In passato i suoi messaggi erano stati politici, dai “femminicidi di Stato” al “patriarcato”. Oggi no: “Ho deciso che voglio regalarvi un pezzo di Giulia, una parte di quella persona fantastica, sperando che vi lasci un segno come ha fatto con me”. Ritratto intimo, familiare, commovente. Tre minuti per ricordare “il mio angelo custode”: “Era buona, la persona migliore che abbia mai conosciuto”.
La pizza a metà con la mamma
Racconta che a Giulia era facile fare regali, “qualsiasi cosa vagamente buffa o carina la faceva andare in visibilio”. Collezionava scatole di latta solo per riempirle con altre scatole, “aveva la scatola delle scatole” e “non buttava via mai nie…
SAONARA (Padova) – Sembra che tutta Saonara sia dentro e fuori la parrocchia di San Martino, genitori e figli coi nastri rossi appuntati sui giacconi pesanti. E tutti ricordano Giulia Cecchettin, che in questo paese aveva il suo “porto sicuro”, i nonni, la maestra, l’infanzia. Elena, sua sorella, parla per ultima in chiesa. In passato i suoi messaggi erano stati politici, dai “femminicidi di Stato” al “patriarcato”. Oggi no: “Ho deciso che voglio regalarvi un pezzo di Giulia, una parte di quella persona fantastica, sperando che vi lasci un segno come ha fatto con me”. Ritratto intimo, familiare, commovente. Tre minuti per ricordare “il mio angelo custode”: “Era buona, la persona migliore che abbia mai conosciuto”.
La pizza a metà con la mamma
Racconta che a Giulia era facile fare regali, “qualsiasi cosa vagamente buffa o carina la faceva andare in visibilio”. Collezionava scatole di latta solo per riempirle con altre scatole, “aveva la scatola delle scatole” e “non buttava via mai niente, neanche le cose rotte o rovinate”. Amava le passeggiate, ascoltare la musica e fare tutte e due le cose insieme. “Non amava decidere, nemmeno il gusto del gelato, infatti faceva sempre a metà con la mamma. Metà pizza a testa, se io prendo un gusto tu prendi l’altro e poi ce lo scambiamo”. Monica, la mamma di Elena, Giulia e Davide, non c’è più da un anno.
L’impermeabile giallo e i peluche
Giulia amava la letteratura inglese, Jane Austen, e voleva andare a vedere la brughiera. Aveva un “impermeabile giallo preferito” e una “paura irrazionale” delle cimici e quindi Elena si sentiva “speciale perché la salvavo” da quegli insetti. “Si dimenticava sempre le chiavi e una volta, tentando di scavalcare il cancello per entrare, si è strappata il cappotto e la felpa. Aveva tanti peluche e ognuno di loro aveva un nome stranissimo. Le piacevano tanto le macchine vecchie”.
Le passeggiate nelle notti d’estate
Giulia “era la mia sorellina, ma anche la mia sorella maggiore, mi diceva cosa dovevo fare quando non ero sicura e mi dava sempre ottimi consigli, che molto spesso non mi piacevano perché non erano quello che speravo di sentirmi dire, ma lei era onesta. Amavamo andare insieme a fare passeggiate lunghissime, non volevamo mai tornare a casa perché si stava così bene a camminare e chiacchierare”. E adesso pensa alle “notti d’estate”, quando “andavamo in un parchetto vicino casa e ci stendevamo su una cesta di corda, rimanevamo a dondolarci piano guardando le stelle sentendoci infinite con le viti che si conficcavano nella schiena perché forse eravamo un po’ troppo grandi per quella cesta, ma a noi andava bene così”.
Ora, Giulia, conclude Elena commossa, “in quella cesta ci sto comoda ma non è più bello senza di te, perché guardo il cielo e ti vedo in mezzo alle stelle, che fai a metà di un gelato con la mamma. Prima o poi ci rivedremo, te lo prometto, ma fino a quel momento so che sarai con me e continuerai a essere il mio angelo custode, perché in fin dei conti lo sei sempre stata”.
Il popolo dei nastri rossi
Tutto il paese ascolta e piange le parole dedicate a questa ragazza “combattente”, come l’ha definita il papà Gino nel suo discorso che andrebbe davvero fatto leggere nelle scuole, e intanto fuori dalla parrocchia la signora Carla gira instancabile con il suo cestino di nastri rossi, “ci abbiamo messo quattro giorni a farli”, anche perché sono 5.700 e tutti ne hanno uno appuntato al petto. “Giulia era una di noi”, dicono un paio d’ore prima Cecilia e Francesco, due studenti universitari di Padova, per spiegare perché erano fra i diecimila che hanno assistito ai funerali.
L’infanzia a Saonara, gli studi a Padova, i sogni spezzati
Giulia Cecchettin viveva a Vigonovo, in provincia di Venezia, in via Aldo Moro, dietro un cancello che ormai conosce tutta Italia. Prima di tre figli, stava per laurearsi in ingegneria biomedica, doveva discutere soltanto la tesi, è stata uccisa cinque giorni prima dall’ex fidanzato Filippo Turetta, ora in carcere. Sognava di fare l’illustratrice di libri per bambini, si era iscritta a un corso a Reggio Emilia. “Amavi la vita e lo trasmettevi con i tuoi disegni”, sussurra la sua amica Laura quando tocca a lei ricordarla. Ora è tornata nel “porto sicuro” di Saonara, il paese che l'aveva vista prima bambina e poi adolescente, in un piccolo cimitero con le tombe tra l'erba e i fiori, lo stesso dove è sepolta la mamma Monica.
"Ciao Giulia eccoti a Saonara - la saluta la zia Elisa in chiesa - questa comunità l'aveva scelta tua mamma per celebrare il dono del battesimo con il bel vestitino bianco", che era stata di mamma Monica e che la nonna Bruna aveva conservato per le sue nipoti. E’ la zia a ricordare come questo piccolo paese fosse per Giulia "un porto sicuro mentre la mamma lavorava perché qui c'erano i nonni", che l'accolsero appena nata, "quando eri un piccolo batuffolo". Qui Giulia trovava "non solo il pranzo, ma anche il calzino da rammendare, il bottone da attaccare, il the con i biscotti, ma soprattutto tanti baci della nonna e i tanti ‘ti voglio bene’ del nonno che tornando dal lavoro nei campi ti salutava dicendoti ‘Ciao principessa'. Poi chiedevi alla nonna ‘cosa mi hai preparato di buono’ anche dopo, quando il pranzo domenicale era diventato l'occasione per continuare a farti sentire tutto il bene possibile".