Elena, Gino e Davide Cecchettin al funerale di Giulia, nella Basilica di Santa Giustina a Padova
(ansa)Giulia Cecchettin, il rumore dei diecimila per l’ultimo saluto: “Vivrà in tutte le scuole”
dalla nostra inviata Brunella GiovaraPiangiamo tutti un po’, ciascuno per come è capace di soffrire, davanti a questa bara leggera che infine esce sul sagrato di Santa Giustina, una macchia bianca nel nero del grande portone, e qualcuno si inginocchia al passaggio. E arriva anche un lontano soffio di incenso, la cerimonia religiosa è finita ma comincia quella civile, di gente impietrita nel gelo e nel dolore che aspetta qui in piedi da un bel po’.
Perciò abbiamo tirato fuori le chiavi di casa, agitandole al cielo per fare un grande rumore, e per dire a chi non c’era che Giulia Cecchettin non sarà certo l’ultima, ma qualcosa è cambiato e cambierà ancora, “la vergogna del femminicidio, le famiglie devono agire, parlare con i figli…”, un uomo con il loden quasi si strozza per l’emozione, non conosceva Giulia, non conosceva il padre e non è neanche di Padova, eppure è arrivato al Prato della Valle e si è piazzato davanti al maxischermo.
E sul perché un 10mila persone abbiano partecipato a questo funerale lunghissimo, in…
Piangiamo tutti un po’, ciascuno per come è capace di soffrire, davanti a questa bara leggera che infine esce sul sagrato di Santa Giustina, una macchia bianca nel nero del grande portone, e qualcuno si inginocchia al passaggio. E arriva anche un lontano soffio di incenso, la cerimonia religiosa è finita ma comincia quella civile, di gente impietrita nel gelo e nel dolore che aspetta qui in piedi da un bel po’.
Perciò abbiamo tirato fuori le chiavi di casa, agitandole al cielo per fare un grande rumore, e per dire a chi non c’era che Giulia Cecchettin non sarà certo l’ultima, ma qualcosa è cambiato e cambierà ancora, “la vergogna del femminicidio, le famiglie devono agire, parlare con i figli…”, un uomo con il loden quasi si strozza per l’emozione, non conosceva Giulia, non conosceva il padre e non è neanche di Padova, eppure è arrivato al Prato della Valle e si è piazzato davanti al maxischermo.
E sul perché un 10mila persone abbiano partecipato a questo funerale lunghissimo, in una città e in una regione a lutto, nell’omaggio a una studentessa di ITitolo 2ngegneria morta ammazzata, non è solo per il ricordo, ma per la speranza che qualcosa possa continuare, anche dopo. Che il male porti al bene, e che il sacrificio sia utile, in un qualche modo. Che questo funerale grandioso risarcisca mille donne che hanno avuto funerali miseri, e sono state presto dimenticate. Vittime di femminicidio, ma se le ricordano solo i figli, i genitori.
E che l’impegno prosegua, che nessuno si tolga dal bavero quel fiocchetto rosso che significa partecipazione, è davvero così. E Giulia, è diventata un’icona. La grande immagine di lei felice sull’altalena, campeggia sulla facciata severa della basilica. E anche nei bar, e sui muri dell’università, sui pali della luce, compare il bel sorriso che aveva, riprodotto mille volte, così non lo dimentichiamo mai più.
Padova è ferma, le serrande a metà, le bandiere che penzolano, l’università chiusa, e al Prato ci sono centinaia di studenti, Farmacia, Lettere, Giurisprudenza, Medicina. Il Bo non è presente solo con la rettrice Mapelli, ma con i compagni di studio, i pari età di Giulia, una dice “farò l’avvocata, voglio fare qualcosa per le vittime della violenza di genere. Ma bisogna che ciascuno faccia qualcosa, subito, nel proprio ambito. La scuola, la famiglia, e anche la Chiesa”.
E la Chiesa, nella persona del vescovo Claudio Cipolla, parla ai giovani, “voi potete osare di più rispetto al passato, avete le università e gli studi, gli incontri a livello internazionale, più opportunità e benessere rispetto a 50 anni fa”, quando il Veneto era poverissimo, non la regione regina dell’export. E cosa devono fare, i giovani, se non “amare meglio e di più, nella libertà”. Il monsignore ha davanti a sé una famiglia spezzata, forse non sembra ma è così. Un uomo castigato due volte, ha perso la moglie Monica l’anno scorso, e la figlia, adesso, e nei modi che ora sappiamo. La sorella di Giulia, Elena, coraggiosa, arrabbiata, ieri schiantata dalla stanchezza e anche dal pianto, ma tocca a lei portare avanti una battaglia. Il fratello di Giulia, Davide, un ragazzo altissimo, ha solo 17 anni, ma prova a non piangere.
E le “personalità”, civili e militari, come si diceva una volta. I poliziotti che fanno il saluto al feretro, come se il morto fosse un uomo di Stato. Il presidente della Regione, Zaia. Un ministro, Carlo Nordio. Cento sindaci con la fascia tricolore. È stata una messa grande, con le corone del presidente Mattarella, e anche di altre altissime cariche, rose colorate, o rosse e bianche, a comporre i colori della bandiera. I carabinieri in alta uniforme. Il clero, schierato con tutte le sue forze, nei paramenti viola del lutto. I ceri accesi, le letture. “Donaci Signore la pace del cuore. Chiediamo la pace del cuore anche per Filippo e la sua famiglia”, dice monsignor Cipolla. Ma la piazza non accetta. “Che paghi fino in fondo”. “No! Non si può perdonare una cosa simile”. Tanti rifiutano l’idea di un perdono possibile, e di una pena troppo piccola, “Nordio è venuto qui, garantisca che Turetta venga condannato”.
“Un germoglio spunterà dal tronco di Jesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici…”. Tocca a Giulia Zecchin, la grande amica di Giulia, leggere la prima lettura, sono le parole del profeta Isaia. Un segno di speranza, quel seme che frutta nella terra. E tocca a Gino Cecchettin salutare per sempre la figlia, con voce ferma, che si incrina solo all’ultimo, “è ora di lasciarti andare…”. Il ministro Valditara ha già detto che questo discorso “finirà in tutte le scuole, i docenti ne potranno discutere con gli studenti”, così come aveva appena proposto Zaia. Capiranno cosa significa quell’”imparare a danzare sotto la pioggia”, nella “tempesta di dolore” che agita anche la piazza, anche quando si torna verso casa, o si va verso Saonara, il paese proprio accanto a Vigonovo. Un’altra cerimonia, una quasi messa con altri canti, lacrime, e abbracci. Dedicata a chi Giulia l’ha vista crescere, nella casa dei nonni, “il batuffolo” che la sorella Elena vuole ricordare a tutti, dentro e fuori la parrocchiale.
“Voglio regalarvi un pezzo di Giulia, della persona fantastica che era”. La chiesa di San Martino è addobbata di fiori bianchi, come per una sposa. E quella bara bianca, bastano 4 uomini a portarla. Sul sagrato Simona, mamma di due bambine, maestra: “Sono venuta anche se non la conoscevo. Ho pensato tanto a come deve essere ridotta questa ragazza. Provo orrore al pensiero del massacro che ha subito, e poi l’autopsia, pur necessaria”. Intanto appoggia le mani sulle orecchie della figlia più grande, che non senta questi particolari che pure tutti hanno in testa, non bastano i fiori e i palloncini bianchi a far dimenticare lo strazio reale del corpo.
Elena intanto sta raccontando i giorni felici, la sorella che collezionava scatole di latta, non buttava mai niente, “e non sapeva scegliere il gusto del gelato. Divideva a metà la pizza… E abbracciava gli alberi, perdeva sempre le chiavi, e aveva un impermeabile giallo preferito”. Si fatica a starle dietro, nel flusso dei ricordi belli, “le lunghe passeggiate e chiacchierate, le sere a guardare le stelle. Ora sei tu una stella, il mio angelo custode”. Ma è difficile arrivare al fondo, le ultime parole sono balbettate, è così difficile accettare la fine, e non consola la musica del film preferito da Giulia, “Il favoloso mondo di Amelie”, anzi.
Quindi si va al cimitero, a centinaia, ancora, a piedi dietro il furgone mortuario, verso una fossa scavata quasi vicino a quella della mamma Monica. Cinque tombe più in là, ma nella stessa fila. Qui nessuno fa più rumore, le chiavi restano in tasca. E’ davvero troppo triste, e definitivo, vedere Giulia calata lì in basso, e i sei becchini che coprono, o solo sentire il tonfo delle palate di terra. E dopo l’ultima, si torna a casa nella nebbia e nel freddo.