Al liceo con le parole del papà di Giulia. “Era una di noi, ora cambiamo tutti”
di Paolo Di PaoloROMA — Ne parliamo troppo poco. Ne parliamo male. Ne parliamo senza sentirci a nostro agio. Ne parliamo sentendoci giudicati, prima che ascoltati. Ne parliamo dietro lo schermo – no, non di uno smartphone: lo schermo degli eufemismi. Invece bisognerebbe parlarne di continuo, parlarne presto. Il prima possibile. A quindici, a sedici anni è già tardi. Uno dei pochi maschi del gruppo – la maggioranza femminile è schiacciante – dice (con timidezza, ma con nitore) che c’è un gran lavoro da fare sull’educazione affettiva dei più piccoli, sugli ancora bambini. Quelli forse sì, sono ancora in tempo: «A essere, come maschi, migliori di noi, dei fratelli maggiori, dei padri, dei nonni». I personaggi-uomini del film di Paola Cortellesi: lo cita una ragazza, evoca le mani grosse e ruvide, violente, di quei mariti padroni – i segni che lasciano sul collo. I lividi. Ma – aggiunge – ci sono anche lividi che non si vedono. «La violenza fisica è un estremo, ma c’è qualcosa di più subdolo, di sotterran…
ROMA — Ne parliamo troppo poco. Ne parliamo male. Ne parliamo senza sentirci a nostro agio. Ne parliamo sentendoci giudicati, prima che ascoltati. Ne parliamo dietro lo schermo – no, non di uno smartphone: lo schermo degli eufemismi. Invece bisognerebbe parlarne di continuo, parlarne presto. Il prima possibile. A quindici, a sedici anni è già tardi. Uno dei pochi maschi del gruppo – la maggioranza femminile è schiacciante – dice (con timidezza, ma con nitore) che c’è un gran lavoro da fare sull’educazione affettiva dei più piccoli, sugli ancora bambini. Quelli forse sì, sono ancora in tempo: «A essere, come maschi, migliori di noi, dei fratelli maggiori, dei padri, dei nonni». I personaggi-uomini del film di Paola Cortellesi: lo cita una ragazza, evoca le mani grosse e ruvide, violente, di quei mariti padroni – i segni che lasciano sul collo. I lividi. Ma – aggiunge – ci sono anche lividi che non si vedono. «La violenza fisica è un estremo, ma c’è qualcosa di più subdolo, di sotterraneo. Difficile da riconoscere».
Il discorso di Gino Cecchettin entra in aula
L’onda emotiva determinata dall’omicidio di Giulia Cecchettin è stata molto più forte rispetto ad altri casi recenti. Come ve lo spiegate? «Con l’età di lei, di lui. Con il fatto che qui il violento non è l’uomo adulto, è un ragazzo. Uno nato negli anni Duemila, come noi. Gli anticorpi anti patriarcali dove erano, dove sono? Perché non hanno agito?». Viene letto il discorso funebre di Gino, il papà di Giulia: «Come può accadere tutto questo? Come è potuto accadere a Giulia? Ci sono tante responsabilità, ma quella educativa ci coinvolge tutti: famiglie, scuola, società civile, mondo dell’informazione. Mi rivolgo per primo agli uomini, perché noi per primi dovremmo dimostrare di essere agenti di cambiamento contro la violenza di genere».
L’educazione alle relazioni di Valditara
Si fa silenzio. Smette di cigolare la porta di accesso all’androne in cui si sono radunati gli occupanti del liceo Virgilio. Si interrompe il viavai. Tra le ragioni dei collettivi che in questi giorni hanno deciso di occupare le scuole (a Roma sono una ventina) c’è l’insoddisfazione per le proposte del ministero sull’educazione alle relazioni. Chi protesta vorrebbe di più. Non una blanda ora a settimana o un programma facoltativo, ma una materia di studio curricolare, «a partire dalla prima infanzia, in quanto strumento efficace per combattere radicalmente la violenza, gli abusi e le discriminazioni». Legami più forti con le istituzioni territoriali, presìdi di operatori anti-violenza nelle scuole, sportelli psicologici aperti continuativamente. C’è chi dubita che i professori e i genitori siano in grado di vestire i panni di educatori: «Anche molti di loro devono essere educati, o rieducati». È blasfemo dirlo? Si può dire tutto, in questo momento dedicato alla rassegna stampa, nessun filtro. I titoli in prima pagina su salario minimo e attriti di governo con la Ue passano in secondo piano.
Se l’educazione sentimentale passa dalla pornografia
Si ragiona su come uscire dalla morbosità della cronaca nera per attivare una prassi politica, una presa di coscienza collettiva. Si riflette su come si possano educare i nuovi maschi al femminismo. Può un maschio essere femminista? O più semplicemente: diverso. Prende la parola un ragazzo, dice che è tardi. Non allude all’orario: «È tardi alla nostra età mettere a fuoco i limiti della nostra educazione affettiva. La nostra incapacità ad accettare di non essere sempre vincenti». E i limiti dell’educazione sessuale? «La verità è che passa in larga parte dalla pornografia. E con la pornografia si entra in contatto sempre prima». Prima quanto? «Io stesso mi sono stupito scoprendo gente che in quarta elementare ha già visto filmati su PornHub». Nessuno si sconvolge. C’è chi – serenamente, senza imbarazzo – vuole condividere un’esperienza di dipendenza dal porno. «L’ho superata. Ma ho capito quanto si possa restare schiavi di quelle immagini, e non riuscire più a eccitarsi senza». Non solo: la pornografia ha quasi sempre un fondo di violenza. «Questo ti porta a convincerti che in camera da letto sia sempre così, che essere performanti – tonici, depilati, perfetti – è il comandamento, e l’orgasmo rumoroso esagerato una specie di obbligo». Non è il sesso a fare paura («anche se il nostro, in fondo, resta un Paese bigotto e ipocrita»), ma la difficoltà a impostare in modo netto – anche in una relazione giovane e acerba – il tema del consenso. «Non è facile scindere quello che vuoi e che vuoi fare veramente da ciò che fai per compiacere qualcuno, o perché quel qualcuno ti spinge a farlo». La voce di Franco Califano che esce dalle casse poste all’ingresso della scuola curiosamente parla a tema: «Molte volte vorrei dirti “no” ma poi ti vedo e tanta forza non ce l’ho». Sono i versi di “Minuetto”. Sembra fatto apposta. I banchi accatastati fanno da trincea. Lo striscione “Virgilio occupato”, un drappo azzurro, è monumentale e viene rivendicato con orgoglio. «Ci è voluto un botto di tempo». E molta rabbia.