✕

“Chiamateci sorelle”. Le nuove femministe alla battaglia contro la violenza di genere

Ascolta l'audio

Chi sono, che libri leggono, che musica ascoltano e cosa vogliono le eredi del movimento per la liberazione della donna. Il loro impegno per sradicare la cultura patriarcale. Anche nel nome di Giulia
4 minuti di lettura

Che ci fanno insieme Carla Lonzi e Barbie, Simone de Beauvoir e l’amica geniale, Bell Hooks e Paola Cortellesi? Nel pantheon delle nuove femministe ci stanno eccome insieme. Le pro-pro-pro-nipoti delle streghe hanno imparato da Elena Gianini Belotti a stare subito dalla parte delle bambine, da Virginia Woolf a costruire una stanza tutta per sé e da Michela Murgia l’uso politico dei social network. Fanno un post al giorno, ma hanno letto Betty Friedan e Anna Kuliscioff, Angela Davis e Judith Butler, Monique Wittig e Adrienne Rich, Rebecca Solnit e Chimamanda Ngozi Adichie.

Sono ventenni e trentenni, ancora affascinate da icone come Loredana Bertè o Donatella Rettore ma ora ballano sull’hip hop di Rebeca Lane, sul rap di Sara Hebe e delle Tribade. Cantano a squarciagola Margherita Vicario e i Pop X, la “cancion sin medio” di Vivir Quintana e quella della Malamurga.

Indossano le maschere delle luchadores messicane e i panu…

Che ci fanno insieme Carla Lonzi e Barbie, Simone de Beauvoir e l’amica geniale, Bell Hooks e Paola Cortellesi? Nel pantheon delle nuove femministe ci stanno eccome insieme. Le pro-pro-pro-nipoti delle streghe hanno imparato da Elena Gianini Belotti a stare subito dalla parte delle bambine, da Virginia Woolf a costruire una stanza tutta per sé e da Michela Murgia l’uso politico dei social network. Fanno un post al giorno, ma hanno letto Betty Friedan e Anna Kuliscioff, Angela Davis e Judith Butler, Monique Wittig e Adrienne Rich, Rebecca Solnit e Chimamanda Ngozi Adichie.

Sono ventenni e trentenni, ancora affascinate da icone come Loredana Bertè o Donatella Rettore ma ora ballano sull’hip hop di Rebeca Lane, sul rap di Sara Hebe e delle Tribade. Cantano a squarciagola Margherita Vicario e i Pop X, la “cancion sin medio” di Vivir Quintana e quella della Malamurga.

Indossano le maschere delle luchadores messicane e i panuelos argentini, performano sul cileno El violador eres tu, scrivono sui cartelli la poesia di Cristina Torres Caceres. Il Sud America non è più la terra del Che ma il laboratorio permanente di diritti e parità a cui s’ispira il movimento.

[[(FckEditorEmbeddedHtmlLayoutElement) onecms:f548a117-62d3-4584-9dab-b10403fe84f2]]

Intersezionali (e non è una parolaccia...)

Si chiamano sorelle non compagne. Hanno storie diverse ma parlano, tutte, di intersezionalità. Dopo le suffragette, l’aborto, il divorzio, la liberazione sessuale, il gender gap, la rete, i MeToo, è questa la quinta ondata di femministe? Così pare. Trans-femministe intersezionali. Non è una parolaccia. Serve a dire che il femminismo non è un affare da vecchi arnesi (ad avercene) e se è diventato il più grande movimento del nostro tempo – e basta guardare le piazze per pensare che sì, è così – è perché si è fatto “polimorfo”, dice Chiara Sfregola, 36 anni, scrittrice, sceneggiatrice, produttrice, pugliese di nascita, romana d’adozione, economista di formazione. “È capace di tenere insieme tutte le soggettività oppresse e marginalizzate - donne, persone trans, non binarie, Lgbtq+, disabili, razzializzate – su cui si ripropone lo stesso sistema di dominio”, spiega Jennifer Guerra, giornalista e scrittrice bresciana classe ’95.

La questione meridionale

“Per la prima volta a Palermo tra le oppressioni da combattere per un mondo più equo è stato nominato anche l’antimeridionalismo”, aggiunge Claudia Fauzia, palermitana, specializzata in Studi di genere, su Instagram Malafimmina. È una femminista terrona, perché “come donne o queer del Sud viviamo un’ulteriore asse di sopraffazione fatto di offese verbali, di subalternità interiorizzata e di ingiustizie istituzionali, nella mancanza di servizi o di infrastrutture”.

(fotogramma)

"Liberare tutti gli esseri umani”

Per Djarah Kan, 30 anni, scrittrice italo-ghanese, la lotta al patriarcato non può non essere anche lotta anti-razzista e «il femminismo oggi rappresenta un raffinato quanto efficace strumento di smantellamento delle certezze. In questi 30 anni – racconta – ho capito che viviamo in una società dove non sappiamo amare né vivere senza che il benessere di pochi sia il malessere di molti. Il femminismo ha allora lo scopo di de-oggettificare e liberare tutti gli esseri umani. Un’anarchia di rosa dipinta, vitale, talvolta arrabbiata, ma necessariamente rivoluzionaria».

«Il femminismo è per tutti», insomma, dice la “bibbia” di Bell Hooks da tenere sul comodino. «Aver allargato il raggio d’azione, gli ha dato quella spolverata di cui aveva bisogno», dice ancora Sfregola.

L’esempio dell’ultima vittima

Si è visto nel mezzo milione di manifestanti in piazza a Roma il 25 novembre nel nome di Giulia (ed Elena) Cecchettin. Nei pullman arrivati da tutta Italia che prima si faceva fatica a metter su. Nelle riunioni dei nodi territoriali di Non una di meno dove le sedie son tutte occupate. Sui profili Instagram femministi che hanno moltiplicato i follower. «Nell’assemblea che frequento a Treviso - non proprio il centro del mondo, racconta Guerra – siamo triplicate, tante ci hanno contattato, si sono avvicinate, sono venute con noi alla manifestazione. C’è la grande necessità di unirsi, di fare qualcosa».

Volontarie nei centri anti violenza

Se l’approdo è unico, le vie per arrivarci son state diverse. Claudia il femminismo l’ha incontrato per strada, nella manifestazioni spagnole durante l’Erasmus e in Colombia da volontaria di in un centro antiviolenza, Chiara l’ha respirato in casa da piccola e poi l’ha riscoperto quando ha fatto coming out, Rachele l’ha cercato nei collettivi dell’università in fuga dalla provincia ultracattolica, Carlotta l’ha scoperto dopo essere uscita da una relazione maltrattante, Jennifer attraverso il punk rock delle Bikini Kill, riot grrrl anni ’90. «Il femminismo mi ha aperto il cielo», esclama Fauzia. Lo dice ancora meglio Martina Carpani, 29 anni, nata a Ostuni, oggi con Non una di meno Torino: «Il femminismo mi ha cambiato la vita. Mi ha dato nuove lenti per guardare il mondo, la politica, le relazioni personali».

"Difendiamo le conquiste del passato”

E ora che si fa? Le nuove sorelle sono piene di riconoscenza per le conquiste di chi le ha precedute, «diritti che non vanno dati per scontati e che anzi oggi sono rimessi in discussione e dunque vanno ridifesi, contraccezione, aborto, omogenitorialità», spiega Carlotta Vagnoli, autrice, attivista e content creator fiorentina 36enne.

Ma non basta. «Ora che il femminismo è diventato mainstream, che ci sono parole d’ordine che fino a poco fa erano tabù - catcalling, patriarcato –, ora che qualcosa è cambiato, bisogna approfittarne per portarlo a un livello successivo, radicale», dice Carpani. In piazza, tra le sorelle, c’era anche Chiara Ferragni. E’ così che il femminismo arriva a tutte? “Sì - dice Vagnoli che dei social ha fatto potenza - ma deve servire a tutte, se serve solo a te non è femminismo». «Non basta la costruzione di una cultura comune – prosegue Carpani – bisogna puntare al miglioramento delle condizioni materiali delle persone».

Il corpo al centro della lotta

Ecco allora che al centro della lotta torna il corpo, desiderante, elettrico, non conforme, vestito come ci pare. E la violenza di genere, «che non è più solo il femminicidio o lo stupro, ma la battuta sessista, la condivisione non consensuale di materiale intimo», dice ancora Vagnoli. E poi? E poi le nuove ragazze vogliono ridurre il divario salariale, perché «se non hai indipendenza economica non puoi neanche fuggire da una condizione di violenza», dice Sfregola. Vogliono sfondare il tetto di cristallo e avere congedi familiari paritari. Vogliono camminare per strada di notte, libere, senza essere molestate. Parlano di sesso e di tabù, di ciclo mestruale e maternità, voluta e non, di consenso e di denaro, di corpo ed estetica.

«Creiamo centri antiviolenza e consultori autogestiti anche nelle università con visite ginecologiche gratuite per donne e trans. Abbiamo imposto le carriere alias e i regolamenti anti-molestie negli atenei. E ora lottiamo per rendere le piazze e gli spazi politici accessibili a tutti anche a chi ha difficoltà di movimento», dice, nel pratico, Rachele Abballe, 21 anni, studentessa nel collettivo Marielle di Roma Tre.

I maschi coinvolti

Al separatismo preferiscono la presa di parola degli uomini, «quelli che dicono che si vergognano, che oggi vanno contro i loro fratelli, che si chiedono cosa possono fare», dice Fauzia. In piazza, il 25, c’erano anche molti maschi. «Sulla battaglia contro la violenza di genere li abbiamo portati dentro. Ma quando vai a stuzzicare quel che riguarda l’uguaglianza nel mondo del lavoro, i soldi, il potere, allora ancora non trovi la stessa alleanza», dice Sfregola. Sui cartelli c’era scritto “Not all men, gne gne gne”.

«Oggi – chiude Kan - le giovani donne come me, che credono nella forza del femminismo, hanno bisogno che la ricchezza venga redistribuita, che svegliarsi la mattina per andare al lavoro non rappresenti più una routine umiliante e che l’amore sia davvero una promessa di libertà, uno spazio per la dignità».

Leggi i commenti