Tivoli, l’inferno nell’ospedale in fiamme: “Fate presto, salviamo i bambini”. Tre anziani morti
dalla nostra inviata Maria Novella De LucaTivoli — Con i neonati stretti al petto avvolti nelle copertine bianche della nursery le prime ad uscire sono state le mamme, i loro piccolissimi tra le braccia e il terrore negli occhi. Ombre curve nella notte tra i bagliori dell’inferno di fuoco che divorava reparti e corridoi, tra pazienti che prendevano a spallate le porte dei reparti per scappare dalla nube tossica, pazienti che urlavano affacciati alle finestre cercando l’aria, malati portati in braccio da medici e infermieri, barelle fatte di lenzuola e materassi. «Le ostetriche sono state eroiche, hanno messo in salvo anche un bimbo che era in incubatrice» dice piangendo Alfredo, papà da poche ore, la consapevolezza che quell’incendio divampato in una montagna di rifiuti speciali si sarebbe potuto portare via in un attimo la sua appena sfiorata felicità.
Le vittime del rogo
L’odore acre dell’immondizia, delle plastiche e delle lamiere smembrate dal fuoco avvolge Tivoli come in un sudario malsano, l’intera facciata laterale de…
Tivoli — Con i neonati stretti al petto avvolti nelle copertine bianche della nursery le prime ad uscire sono state le mamme, i loro piccolissimi tra le braccia e il terrore negli occhi. Ombre curve nella notte tra i bagliori dell’inferno di fuoco che divorava reparti e corridoi, tra pazienti che prendevano a spallate le porte dei reparti per scappare dalla nube tossica, pazienti che urlavano affacciati alle finestre cercando l’aria, malati portati in braccio da medici e infermieri, barelle fatte di lenzuola e materassi. «Le ostetriche sono state eroiche, hanno messo in salvo anche un bimbo che era in incubatrice» dice piangendo Alfredo, papà da poche ore, la consapevolezza che quell’incendio divampato in una montagna di rifiuti speciali si sarebbe potuto portare via in un attimo la sua appena sfiorata felicità.
Le vittime del rogo
L’odore acre dell’immondizia, delle plastiche e delle lamiere smembrate dal fuoco avvolge Tivoli come in un sudario malsano, l’intera facciata laterale dell’ospedale “San Giovanni Evangelista”, tra gli otto peggiori d’Italia, è coperta da una coltre di fumo nero. Salvatore Pistone in quel fuoco ha messo le mani. «Ieri notte ho visto l’apocalisse, tornavo dal lavoro, ho visto le fiamme, sono sceso dalla macchina e mi sono messo ad aiutare chi potevo, anche Romeo, così si chiamava, lui non ce l’ha fatta, spero che ora riposi in pace». Si chiamava Romeo Sanna, aveva 86 anni, come Pierina Di Giacomo, mentre Giuseppina Virginia Facca ne aveva 84. Sono le tre vittime del rogo di Tivoli, erano ricoverati in medicina d’urgenza e in medicina generale, il fumo tossico ha piegato le loro condizioni già fragili, i figli chiedono giustizia. «Ci hanno detto che nostra madre non è morta per l’incendio anche se il decesso è avvenuto negli stessi attimi. Qual è la verità?», chiede davanti alla morgue Olga Ilari, una delle figlie di Giuseppina Facca.
L’inferno al terzo piano
E Carlo Camiciola, figlio di Pierina Di Giacomo, mormora con rabbia: «Non ci hanno avvisato della morte di mamma. Lo abbiamo saputo per caso. Ora vogliamo chiarezza». La direttrice sanitaria del San Giovanni Evangelista, Paola Calvaresi, ha gli occhi rossi e cerchiati di stanchezza. Guarda desolata il cortile pieno di rifiuti bruciati, indica la pediatria. «È lì, al terzo piano. Guardate quanto sono salite fiamme. I bambini sono tutti salvi, sono stati i primi ad essere evacuati. Abbiamo combattuto tutta la notte, sarà dura rialzarci, ma ce la faremo». Già, ma quando? Nel vecchio nosocomio, struttura vetusta con 200 posti letto, più volte bonificata, la notte dell’incendio nulla ha funzionato. Né i sensori del fuoco, né le luci di sicurezza, né gli allarmi, con pazienti e soccorritori costretti a farsi strada verso la salvezza nel buio più denso, aggrappati alle torce dei cellulari. Spente le fiamme, messi al sicuro i 200 pazienti ricoverati negli ospedali romani, ciò che resta è un palazzone deserto e nero con le finestre divelte.
L’inchiesta interna
«E adesso cosa succederà? La sanità privata si prenderà quel poco che resta della sanità pubblica? Guardate qui davanti: pubblicità di cliniche private convenzionate. Se non riapriamo subito a rischio ci sono i nostri posti di lavoro», è lo sfogo di M., infermiera che per tutta la notte del rogo ha trasportato pazienti e adesso tossisce senza pause. Alessandra e Francesco, tecnici di laboratorio, elmetto in testa, entrano scortati dai vigili del fuoco per recuperare reagenti e materiali. «I nostri laboratori sono proprio sopra il capanno dei rifiuti speciali: se il fuoco fosse entrato i danni per i ricoverati sarebbero stati ancora più gravi». Arriva il governatore del Lazio, Francesco Rocca. Promette indagini serrate e riapertura. «Ora è il momento del dolore, ma da subito anche quello dell’accertamento delle cause perché la sicurezza negli ospedali è una priorità». Forse, ma sotto accusa c’è tutto il sistema di prevenzione degli incendi del “San Giovanni Evangelista”, struttura storica il cui primo nucleo risale addirittura al ‘400, mentre l’ala nuova, dall’aspetto già vecchio, è stata costruita negli anni Settanta e copre un’area di 400mila abitanti.
Il lavoro della procura
Arriva anche il ministro della Salute Orazio Schillaci: «Sono qui per portare il mio cordoglio e quello del governo. Abbiamo massima fiducia negli inquirenti». Mesi e mesi. Questa è però la prospettiva. Con migliaia di malati costretti a vagare tra i piccoli ospedali dei paesi vicini, da Colleferro a Monterotondo, o a incolonnarsi nella già satura sanità romana. «Da anni affrontiamo il problema della sicurezza per gli ospedali del territorio, chiediamo garanzie per chi lavora e per chi deve essere curato», incalza Stefano Barone di Nursind, sindacato degli infermieri. Ciò che filtra adesso però è un senso di incertezza e di paura. Un gruppetto di ostetriche si fa forza cercando di organizzare il lavoro dei prossimi giorni, ci sono i parti da seguire, le mamme, i piccoli ricoverati in Pediatria. «Questa non ci voleva. Siamo già devastati dai tagli, la sanità è nel mirino, guardate le pensioni, c’è una tensione sempre più forte nei reparti, turni massacranti. Useranno questa tragedia per metterci in cassa integrazione? Eppure noi facciamo 500 parti all’anno, grazie a noi ostetriche tutti i neonati si sono salvati. Far nascere un bambino è la cosa più bella del mondo, eppure abbiamo rischiato di perdere i nostri piccoli tra le fiamme. Non può e non deve accadere più». ©RIPRODUZIONE RISERVATA