Cronaca

Stressati e sottopagati: quasi la metà degli infermieri pensa di lasciare il posto di lavoro

Stressati e sottopagati: quasi la metà degli infermieri pensa di lasciare il posto di lavoro

L’indagine rileva come almeno 4 su 10 siano in burnout per carichi di lavoro eccessivi dovuti anche a carenza di personale

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Entro il prossimo anno, gli ospedali potrebbero svuotarsi di quasi la metà dei propri infermieri. Se prima del Covid a voler lasciare il proprio lavoro era il 35% del totale, la percentuale è salita adesso al 45. Chi pratica la professione la descrive come un’incessante dissipatrice di energie fisiche ed emotive, così che la maggior parte lamenta livelli di stress insostenibili.

L’indagine in tutta Italia

Lo afferma praticamente il 60% dei 3.209 infermieri ospedalieri intervistati tra giugno 2022 e luglio 2023, nell’ambito dell’indagine condotta dall’Università di Genova e Fnopi, la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche. Quasi la metà dei professionisti opera in reparti di degenza nel nord Italia, il resto è diviso tra il centro e il sud. Ma il disagio è trasversale alla geografia e all’area di lavoro, che sia medica, chirurgica, critica, materna e infantile o mista medico-chirurgica.

Gli strascichi del covid

In questo quadro sembra innegabile il permanere di alcuni strascichi del Covid, dato che, a tre anni di distanza, il 46% degli infermieri percepisce ancora dello stress dovuto alla lunga esposizione a pazienti affetti dal virus.

Burnout in quattro casi su dieci

Questo malessere comune, che si manifesta anche con scarsa qualità del sonno e salute, in almeno quattro casi su dieci rivela un possibile burnout, vista la presenza di un elevato livello di esaurimento emotivo, che ne è uno dei principali indicatori. Tanti faticano, però, a riconoscerlo in sé stessi, ma nel 43% dei casi lo percepiscono in alcuni colleghi.

Nessun controllo sul proprio carico di lavoro

Tra le altre cause, c’è un ambiente lavorativo poco salubre, ritenuto eccessivamente caotico e frenetico, e la sensazione di non aver alcun controllo sul proprio carico di lavoro. Non si tratta solo di una percezione: ogni infermiere si ritrova ad assistere mediamente 8.1 pazienti, numero distante dallo standard ottimale di 6 pazienti per ogni professionista. Dato che non influisce solo sul benessere del personale sanitario, ma anche su quello degli assistiti: si stima che ogni paziente aggiuntivo rispetto al rapporto 1 a 6 determini un aumento del 7% della mortalità.

La carenza di personale

La metà degli infermieri è, infatti, convinta che la carenza di personale sia all’origine di diverse inadempienze nella cura dei pazienti. Lo sviluppo e l’aggiornamento dei piani di cura, ad esempio, viene disatteso il 20% delle volte e nello stesso numero dei casi i pazienti allettati non vengono spostati quanto sarebbe necessario. I familiari, inoltre, non ricevono le informazioni sanitarie quasi una volta ogni dieci e i pazienti rimangono spesso privi di sorveglianza, anche se ne avrebbero bisogno. In generale, solo il 3% è convinto che nel proprio ospedale il livello di la sicurezza per il paziente sia “eccellente”, buona parte degli altri ritengono, invece, che non sia una priorità per chi dirige le strutture.

"I giovani lasciano in fretta”

Per Barbara Mangiacavalli, presidente di Fnopi, «lo studio chiarisce anche perché ogni anno circa 20mila giovani scelgono la laurea in infermieristica, ma molti mollano durante i primi 3 anni: evidentemente iniziano a frequentare gli ambienti di tirocinio e si rendono conto di queste dinamiche».

L’insoddisfazione lavorativa

Ma è fonte di stress anche un’insoddisfazione lavorativa perenne dovuta alle basse retribuzioni, cruccio per il 78% degli infermieri, e alla mancanza di opportunità di avanzamento professionale per il 65%. Stress e fatica ripagati poco e male, quindi, con l’aggravante che nella metà dei casi il lavoro non lascia nemmeno il tempo necessario per godersi la propria vita personale e famigliare. «lo studio dimostra che quello dell’infermiere è un lavoro usurante – aggiunge Mangiagalli – e su questa linea la riforma delle pensioni nella manovra 2024 rappresenta un rischio».

Migliorare il benessere

Se lo si chiede ai diretti interessati, le soluzioni individuate per migliorare il benessere lavorativo sono prevedibili ma essenziali: l’aumento dei livelli di organico, la possibilità di crescere professionalmente e una migliore comunicazione con la governance aziendale, che viene percepita disinteressata ai bisogni e le preoccupazioni del personale.

Cambiamenti necessari se si considera, conclude la presidente, che «l’Italia è il secondo Paese più vecchio al mondo, dopo il Giappone: la prospettiva è di avere di fronte decenni di lunghe stagioni assistenziali che non sono gestibili in ospedale, ma sul territorio, a domicilio, con infermieri specializzati».

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