Caso Becciu, domani la sentenza del primo processo a un porporato: cala il sipario su uno spettacolo di opacità e incompetenze nelle finanze vaticane
di Iacopo ScaramuzziE’ stato un processo, ma non solo: quello che dopo due anni e mezzo si conclude domani in Vaticano è stato anche lo “stress test” giurisdizionale per un piccolo Stato che sta ancora imparando a dosare l’invocazione della misericordia e la repressione della corruzione, la fine del potere temporale e le esigenze della statualità; è stata l’epifania dei conflitti innescati dalla riforma delle finanze voluta da papa Francesco; ed è stato il palcoscenico che ha esibito uno spettacolo di incompetenze e opacità che rimane agli atti, a prescindere dalla sentenza, come monito su come la Chiesa non dovrebbe gestire i soldi.
Il buco di 217 milioni
Al centro del processo c’è il palazzo di Sloane avenue 60, nell’esclusivo quartiere Chelsea di Londra, un ex magazzino di Harrods che la Segreteria di Stato decide di acquistare nel 2014, a titolo di investimento, attraverso la partecipazione al fondo Athena Global del finanziere Raffaele Mincione. Gli affari sono meno vantaggiosi del previsto e la San…
E’ stato un processo, ma non solo: quello che dopo due anni e mezzo si conclude domani in Vaticano è stato anche lo “stress test” giurisdizionale per un piccolo Stato che sta ancora imparando a dosare l’invocazione della misericordia e la repressione della corruzione, la fine del potere temporale e le esigenze della statualità; è stata l’epifania dei conflitti innescati dalla riforma delle finanze voluta da papa Francesco; ed è stato il palcoscenico che ha esibito uno spettacolo di incompetenze e opacità che rimane agli atti, a prescindere dalla sentenza, come monito su come la Chiesa non dovrebbe gestire i soldi.
Il buco di 217 milioni
Al centro del processo c’è il palazzo di Sloane avenue 60, nell’esclusivo quartiere Chelsea di Londra, un ex magazzino di Harrods che la Segreteria di Stato decide di acquistare nel 2014, a titolo di investimento, attraverso la partecipazione al fondo Athena Global del finanziere Raffaele Mincione. Gli affari sono meno vantaggiosi del previsto e la Santa Sede si affida al broker Gianluigi Torzi, che – proditoriamente? – mantiene il controllo del palazzo grazie a un pacchetto di 1000 azioni che cederà a carissimo prezzo. Nel giro di qualche anno l’impresa costa alla Santa Sede 350 milioni di dollari e, tra commissioni, mutui, mancati guadagni, nonché una svalutazione da Brexit, provoca perdite, secondo l’accusa, per 217 milioni. Un buco pari a un terzo dei fondi della Segreteria di Stato. Al danno economico si aggiunge quello reputazionale, dato che in quella cassa confluisce anche l’obolo di San Pietro, ossia le elemosine che ogni anno i fedeli di tutto il mondo mandano al Papa. Tanto che nel 2022 il palazzo viene rivenduto per 186 milioni di sterline (233 milioni di dollari): per alcuni un errore, la perdita si sarebbe ammortizzata nel corso del tempo, ma tenerlo avrebbe ormai costituito un danno d’immagine insostenibile. Pochi dubitano che ci sia stata una truffa, ma chi ne ha beneficiato? Il Vaticano è stato vittima o complice?
“La pentola scoperchiata da dentro”
Si apre un processo, a luglio 2021, straordinario: è la prima volta, come ha avuto a dire Bergoglio, che “la pentola viene scoperchiata da dentro”. A innescare le indagini, infatti, è stato l’Istituto per le Opere di Religione. Quando il nuovo Sostituto, monsignor Edgar Pena Parra, che cerca di disinnescare la grana che ha ereditato (“Una Via crucis”), lo Ior – in particolare il direttore generale, Gianfranco Mammì, molto ascoltato dal Papa – prima acconsente a un prestito per rilevare il cento per cento dell’immobile, poi lo nega. E, nonostante le rassicurazioni dell’authority finanziaria, e denuncia l’affare all’ufficio del revisore (una sorta di Corte dei conti) e alla magistratura dello Stato pontificio. Francesco, eletto anche per fare pulizia, dice agli inquirenti di procedere senza guardare in faccia nessuno.
Un cardinale alla sbarra
Gli imputati non sono mai stati tanti (dieci, tra uomini del Vaticano e finanzieri esterni) e non era mai avvenuto tra di loro ci fosse un cardinale: Giovanni Angelo Becciu, Sostituto agli affari generali – l’uomo-macchina della Segreteria di Stato – all’epoca in cui l’investimento fu deciso. Indagato (nonché dimesso dalle sue funzioni e “sospeso”, in attesa di giudizio, nei diritti legati alla dignità cardinalizia) perché Francesco, di cui per anni è stato stretto collaboratore, ha modificato le norme che escludevano che un “principe della Chiesa” venisse giudicato da un giudice ordinario. Quando solo pochi anni fa il tribunale indagò sulla ristrutturazione dell’attico del cardinal Tarcisio Bertone il porporato non fu neppure sentito come testimone, oggi l’accusa chiede per Becciu 7 anni e 3 mesi di reclusione.
Anomalie e contestazioni
Il maxi-processo ha mostrato però falle fin da subito impugnate dalle difese. Due i capitoli del cahier de doléance. In uno Stato nel quale i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario sono in capo al Papa, gli avvocati hanno contestato il fatto che Francesco sia disinvoltamente intervenuto, a indagini già avviate, per ampliare le intercettazioni e altri strumenti d’inchiesta. Inoltre, l’impianto accusatorio del “promotore di giustizia” Alessandro Diddi – in Italia, avvocato del foro di Roma – ha zoppicato. Un uomo che ha avuto una responsabilità non trascurabile nell’investimento, monsignor Alberto Perlasca, non indagato, è stato il testimone-chiave. Il “memoriale” che egli ha consegnato agli inquirenti è risultato essere sollecitato da due donne, Genoveffa Ciferri e Francesca Immacolata Chaouqui – quest’ultima protagonista del secondo caso “Vatileaks” – estranee al processo. Difficilmente l’intera sfilza di capi di accusa per i diversi imputati (peculato, corruzione, estorsione, riciclaggio e autoriciclaggio, truffa, abuso d’ufficio, appropriazione indebita…) passerà il vaglio del collegio giudicante, anche le parti civili ne sono ormai persuase.
Reato o “mala gestio”
Sarà ora Giuseppe Pignatone – una lunga carriera da procuratore in Italia, magistrato giudicante Oltretevere – a decidere se Becciu sia stato vittima di un “teorema”, come sostengono i suoi legali, o invece abbia “fatto entrare i mercanti nel tempio”, come ha detto Paola Severino, avvocato di parte civile della Segreteria di Stato. Se, dopo 85 udienze, c’è la prova di un reato o solamente l’inopportunità di certe decisioni; se c’è truffa o tutto si riduce a “mala gestio”.
Il ruolo da garante di Pignatone
Certamente in quasi due anni e mezzo di dibattimento Pignatone ha garantito tutte le parti, lasciando tanto all’accusa e alle parti civili quanto alle difese la possibilità di esporre in modo circostanziato i propri argomenti, senza comprimere né i tempi né i diritti delle parti. Lungi dallo schierarsi con il promotore di giustizia – col quale, peraltro, a parti invertite si è già confrontato nel tribunale italiano per il processo su “mafia capitale”, quando Pignatone era procuratore e Diddi difensore di Salvatore Buzzi – il presidente della corte lo ha anzi non di rado punzecchiato con una punta di humor e frenato in alcune intemperanze verbali, ed ha spesso infilato, nel corso degli interrogatori, cruciali domande di precisazione agli imputati e ai testimoni. Per quanto l’ordinamento giudiziario del piccolo Stato pontificio sia, insomma, singolare, e in evoluzione, quello sul palazzo di Sloane avenue è stato, alla fine, un processo vero e proprio.
Una trattativa senza avvocato
Certo è che il buco di bilancio è ingente; che è il Sostituto, non il Segretario di Stato o il Papa, l’uomo-chiave delle decisioni di investimento; e che nella trattativa la Segreteria di Stato non si è affidata a un avvocato competente né ha fatto una adeguata due diligence. Problemi emersi sullo sfondo della riforma delle finanze, avviata da Benedetto XVI e accelerata da Francesco, che ha visto più volte, in questi anni, i diversi attori – Ior, Segreteria di Stato, authority finanziaria, Segreteria per l’Economia – combattere tra di loro una battaglia di cui si è udita eco nell’aula del processo.
La Sardegna e il caso Marogna
Nel corso delle indagini, poi, è emerso che il cardinale Becciu, vistosi perduto, ha cercato di fare pressioni sul Papa affinché lo difendesse, arrivando a registrare una telefonata privata all’insaputa di Francesco. Sempre il porporato si è fatto latore di due offerte di riacquisto del palazzo di Londra, al momento in cui il Vaticano ha deciso di liberarsene, che sono poi risultate provenire da prestanome che puntavano a nascondere le perdite. E’ altresì venuto fuori – due filoni d’indagine distinti – che per realizzare un forno sociale il cardinale ha inviato 125mila euro della Segreteria di Stato ad una cooperativa della sua diocesi, Ozieri in Sardegna, che era presieduta dal fratello (le diocesi nel mondo sono quasi cinquemila); e che ha pagato profumatamente una signora sarda, Cecilia Marogna, amica di famiglia dei Becciu, incaricata, su mandato del Papa, di attivarsi, grazie a presunte competenze di intelligence, per liberare una suora rapita in Mali.
Opacità e incompetenze
Il processo ha squadernato un ambiente di opacità, incompetenze, decisioni arbitrarie, mancanza di rendicontazione e controlli, ragnatele di rapporti personali che hanno preso il sopravvento su quelli istituzionali. E che hanno già convinto Francesco a prendere provvedimenti draconiani.
La riforma delle finanze
Il Papa ha già spostato i fondi della Segreteria di Stato sotto l’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica (Apsa); ha così posto fine ad un’autonomia di cassa creata da Paolo VI – che poco si fidava dello Ior di monsignor Paul Casimir Marcinkus – e fortemente contestata, negli ultimi anni, dal cardinale George Pell nonché dallo Ior e dalla stessa Apsa. Francesco ha introdotto, tra sé e gli stanziamenti “fuori sacco”, il filtro di una speciale commissione per le materie riservate. Il Papa ha poi promulgato sia un codice appalti teso a “combattere le frodi, il clientelismo e la corruzione”, sia linee guida per gli investimenti, che ora vengono vagliati attentamente della Segreteria per l’Economia. Decisioni politiche prese su misura per evitare che si verifichi di nuovo una compravendita come quella del palazzo di Londra: quale che sarà la sentenza del processo.