Cronaca

Loredana Rotondo: “Così svelammo all’Italia tutta la vergogna di un processo per stupro”

Loredana Rotondo: “Così svelammo all’Italia tutta la vergogna di un processo per stupro”

La regista del famoso documentario trasmesso dalla Rai nel 1979. “Gli avvocati facevano domande brutali alla vittima per colpevolizzarla. Sconvolge che dopo oltre 40 anni nel processo di Tempio Pausania stia accadendo lo stesso”.

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«Mi chiedo spesso perché la Rai si rifiuti di mandare in onda, di nuovo, il nostro documentario. “Processo per stupro” è drammaticamente attuale a giudicare da quanto sta accadendo a Tempio Pausania. Lo girammo nel 1978 dentro il tribunale di Latina, venne trasmesso la prima volta il 26 aprile del 1979 e seguito da tre milioni di spettatori, poi di nuovo ad ottobre dello stesso anno e i telespettatori salirono a nove milioni. Per molti il documentario fu uno choc. Vedere e filmare la ferocia di un processo per violenza sessuale fu sconvolgente anche per noi. Ma forse è ancor più sconvolgente constatare che le domande, brutali, fatte dagli avvocati dei violentatori alla vittima di allora, sono identiche a quelle poste alla vittima di oggi nel processo contro Ciro Grillo e i suoi amici. Quarantacinque anni dopo».

Loredana Rotondo ha 81 anni, una passione civile indomita, il femminismo nella pelle, la capacità di indignarsi ancora per i diritti calpestati. Regista Rai, autrice di preziosi docufilm tra cui una famosa inchiesta sulla prostituzione, “AAA Offresi” bloccata dalla censura e mai trasmessa.

Rotondo, non è cambiato nulla da quando lei e altre cinque registe, Rony Daopulo, Paola De Martiis, Annabella Miscuglio, Anna Carini e Grazia Belmonte, riusciste a filmare per la prima volta in assoluto un processo per stupro?

«È cambiato molto, per fortuna. Lo dimostra il fatto che siamo qui a protestare perché la ragazza che accusa Ciro Grillo e i suoi amici viene trattata in aula con la stessa brutalità di Fiorella, vittima del processo di Latina che noi seguimmo. Con lo stesso disprezzo e morbosità utilizzata dagli avvocati dei violentatori di Fiorella, la cui tesi era che quello stupro Fiorella se l’era cercato e addirittura avesse provato piacere. Quasi mezzo secolo dopo fa impressione sentire le identiche parole».

A cominciare dal dettaglio del morso. “Perché non ha usato i denti per difendersi” durante il rapporto orale, ha chiesto l’avvocata della difesa a Silvia, così si chiama la vittima. Silvia ha 23 anni, Fiorella ne aveva 18.

«Un déjà vu. Tutte e due giovanissime. Ricordo la durissima arringa di Tina Lagostena Bassi che ridicolizzò in modo feroce la questione del mancato “morsetto” portata come prova del consenso di Fiorella da uno degli avvocati degli stupratori. Se Fiorella non aveva reagito, era la loro tesi, era di fatto una prostituta».

Com’è nato “Processo per stupro”? La storia era quella di Fiorella, 18 anni, aggredita e violentata da quattro uomini. Rocco Vallone, Cesare Novelli e Roberto Palumbo, difesi dagli avvocati Titta Mazzucca, Angelo Palmieri, Giorgio Zeppieri. Bisogna ricordare i nomi di quel processo vergognoso.

«Il progetto è nato durante un convegno femminista internazionale alla casa delle donne di via del Governo Vecchio. Noi sapevamo quanto accadeva nei tribunali nei processi per violenza, ma volevamo testimoniarlo, renderlo pubblico. Lagostena Bassi era stata subito disponibile. Così come fondamentale fu l’appoggio del direttore di Rai2, Massimo Fichera, uomo di vedute ampie che aveva fatto quel canale una rete all’avanguardia. Ci voleva coraggio a proporre in Rai un documentario così duro, scabroso. Senza la lettera di Fichera al presidente del tribunale di Latina le porte non si sarebbero aperte».

Cosa provava durante le udienze?

«Sofferenza, rabbia. Eravamo giovani, per noi quel documentario era una sfida professionale ma anche militanza femminista. La tecnica degli avvocati e del giudice era quella di demolire Fiorella, di fare a pezzi la sua vita per dimostrare che se durante uno stupro non reagisci e ti fai ammazzare, vuol dire che sei consenziente. Ricordo lo sguardo desolato di Anna Carini il giorno dell’arringa sul morsetto. Pazzesco che nel processo Grillo stia accadendo lo stesso. I quattro sono stati condannati, anche se in modo lieve».

Tina Lagostena Bassi rifiutò i soldi proposti dagli avvocati degli stupratori, chiedendo una lira simbolica di risarcimento.

«Sì e durante tutto il processo dimostrò il tentativo della difesa di mettere sul banco degli imputati Fiorella al posto dei violentatori. I quali, come mostriamo nel documentario, erano difesi dalle proprie madri. Si erano soltanto “divertiti” dicevano. Purtroppo vedo che accade oggi in molti casi di violenza sessuale».

Lei ha più visto Fiorella?

«So che si è laureata, sposata e ha avuto dei figli. Siamo rimaste in contatto a lungo. Alla fine delle riprese venne al montaggio con il suo fidanzato, li lasciai soli, al mio ritorno Fiorella piangeva. Mi disse che potevamo mandarlo in onda, per aiutare le altre. Senza la sua approvazione ci saremmo fermate».

Perché “Processo per stupro” non è stato più trasmesso?

«Vorrei saperlo anch’io. Con quel documentario abbiamo vinto tutto, da Cannes al Premio Italia, una copia è addirittura al Moma. Bisognerre farlo vedere nelle scuole, nelle università, nelle aule di Giurisprudenza. Posso immaginare però che alcuni dei protagonisti del processo non abbiano piacere nel rivedersi in quelle vergognose scene di violenza verbale, contro una ragazzina che chiedeva soltanto giustizia».

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