Moda, rammendi a regola d’arte e abiti in affitto: “Così si batte la fast fashion”
di Francesca SantoliniUn jeans rammendato nell'atelier di Paola Pellino
Loved clothes last, i capi amati durano. È insieme una dichiarazione d’intenti oltre che d’amore verso i vestiti che abbiamo da sempre nell’armadio e di cui non vogliamo liberarci. Modi e motivi per non sprecare sono infiniti. Basti pensare che per smaltire una maglietta in poliestere ci vogliono due secoli. O che per produrre un solo paio di jeans sono necessari circa 8.000 litri d’acqua. E così, se per anni si è cercato di rendere invisibili i segni del rammendo sui capi, oggi il rattoppo in bella vista è diventato una filosofia di vita. Una moda che fa da contraltare al fast fashion, l’usa e getta che ha cambiato il nostro modo di relazionarci con abiti e accessori.
Elena Ferrero e Sara Secondo dell'Atelier Riforma di Torino ©FrancescaRossignoli
"Ricucitura in bella vista”
Visible mending è la tecnica che mette in valore il rammendo visibile. A portarla in Italia è stata la to…
Loved clothes last, i capi amati durano. È insieme una dichiarazione d’intenti oltre che d’amore verso i vestiti che abbiamo da sempre nell’armadio e di cui non vogliamo liberarci. Modi e motivi per non sprecare sono infiniti. Basti pensare che per smaltire una maglietta in poliestere ci vogliono due secoli. O che per produrre un solo paio di jeans sono necessari circa 8.000 litri d’acqua. E così, se per anni si è cercato di rendere invisibili i segni del rammendo sui capi, oggi il rattoppo in bella vista è diventato una filosofia di vita. Una moda che fa da contraltare al fast fashion, l’usa e getta che ha cambiato il nostro modo di relazionarci con abiti e accessori.
Elena Ferrero e Sara Secondo dell'Atelier Riforma di Torino ©FrancescaRossignoli
"Ricucitura in bella vista”
Visible mending è la tecnica che mette in valore il rammendo visibile. A portarla in Italia è stata la torinese Paola Pellino: «Il rammendo creativo riconcilia la relazione fra noi e i nostri indumenti con uno sguardo sempre più lontano dalla filosofia dell’usa e getta, trasformando il difetto in un dettaglio unico ed esclusivo, da indossare con orgoglio», racconta Pellino, in arte la Guardarobiera. Sempre a Torino e sempre in tema di riciclo creativo — upcycling — spicca Atelier Riforma, start-up a vocazione sociale che, in circa un anno e mezzo, ha raccolto oltre 8.000 capi, salvandoli dalla discarica. «La nostra è una soluzione per trasformare gli scarti in qualcosa di nuovamente indossabile», spiega Elena Ferrero, fondatrice insieme con Sara Secondo della realtà torinese che applica le tecnologie digitali per incentivare la circolarità dei tessuti. «Con il progetto iniziale di Atelier Riforma abbiamo creato il primo e-commerce italiano dedicato all’upcycling, poi il nostro progetto si è evoluto con Re4Circular, una tecnologia basata sull’intelligenza artificiale che aiuta a catalogare i capi a fine vita attraverso una semplice foto e indirizzarli ad aziende che possono dare loro una seconda vita attraverso il riutilizzo, l’upcycling o il riciclo».
Maria Gammino al lavoro
“I nostri prodotto reimpiegando plastica e reti da pesca”
Il mondo della moda si sviluppa attraverso filiere prevalentemente lineari, modelli di produzione che non tengono conto del fine vita del prodotto, rendendo quindi scarse o nulle le possibilità di un riciclo efficiente. Si stima infatti che meno dell’1% di tutti i tessuti al mondo venga riciclato in nuovi prodotti tessili, sia a causa della mancanza di sistemi di raccolta differenziata, sia per i limiti tecnici ancora da superare per rendere il riuso economicamente vantaggioso.
Al polo opposto, ci sono le produzioni della moda circolare, perfettamente incarnate dal made in Italy: soluzioni su piccola scala che guardano alla sostenibilità dell’intero ciclo produttivo, come Repainted di Maria Gammino: «Tutti i nostri capi sono realizzati in Italia, esclusivamente con tessuti rigenerati che nascono dalla trasformazione dei rifiuti, come bottiglie, reti da pesca, plastica industriale», spiega la stilista.
Silvia Vanni in una foto del profilo social
“Accessori di lusso per una sera”
Altra nuova frontiera della moda circolare è quella del fashion sharing e del fashion renting e cioè dei servizi di noleggio e condivisione di vestiti e accessori: che senso ha comprare un abito nuovo per ogni evento a cui si deve partecipare, sapendo che, nella migliore delle ipotesi, tale capo sarà indossato due o tre volte, se non addirittura una volta sola? Silvia Vanni si è fatta questa domanda nel 2020 e ha creato ShareMyBag, un’azienda nata a New York e poi trasferita in Italia: «Il nostro obiettivo è diventare l’Airbnb della moda, dando la possibilità di condividere i capi del proprio guardaroba con una comunità internazionale». Vanni, che è anche ambasciatrice al Programma per l’ambiente delle Nazioni unite (Unep), sottolinea: «Noi siamo il passo successivo al second hand, il vero cambiamento per una moda circolare è capire che possiamo anche semplicemente non comprare, ma affittare».