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Un cuore artificiale tutto italiano, il cardiochirurgo Gino Gerosa: “Entro due anni il prototipo: sarà grande come una mela e si ricaricherà di notte con una piastra”

(ansa)
Il professore di Padova l’11 maggio scorso aveva effettuato un trapianto nonostante l’organo fosse fermo da 20 minuti. “Non sarà una terapia ponte ma definitiva e assicurerà 20 anni di vita”
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Un cuore completamente artificiale, poco più grande di una mela e completamente biocompatibile. Si caricherà di notte appoggiando una piastra al petto del trapiantato e garantirà circa 20 anni di vita. “Ora abbiamo una solida base finanziaria, tempo due anni avremo il prototipo”, annuncia soddisfatto il professor Gino Gerosa, cardiochirurgo dell’Azienda ospedaliera di Padova con oltre 400 pubblicazioni scientifiche, 6 prime mondiali in sala operatoria e 14 nazionali. Lo scorso 11 maggio, sempre lui, aveva annunciato il primo trapianto di cuore nonostante l’organo avesse avuto ben 20 minuti di elettrocardiogramma piatto. Ora però la prospettiva è ben diversa. Del resto, il professor Gerosa lavora al cuore artificiale già da una decina d’anni. “E’ un problema di numeri” dice. “Attualmente in Italia abbiamo circa 750 pazienti in lista d’attesa ma riusciamo a fare solo 300 trapianti di cuore l’anno. Ciò significa che diamo una risposta a meno del 50% dei pazienti”.

Professor Gerosa, non e…

Un cuore completamente artificiale, poco più grande di una mela e completamente biocompatibile. Si caricherà di notte appoggiando una piastra al petto del trapiantato e garantirà circa 20 anni di vita. “Ora abbiamo una solida base finanziaria, tempo due anni avremo il prototipo”, annuncia soddisfatto il professor Gino Gerosa, cardiochirurgo dell’Azienda ospedaliera di Padova con oltre 400 pubblicazioni scientifiche, 6 prime mondiali in sala operatoria e 14 nazionali. Lo scorso 11 maggio, sempre lui, aveva annunciato il primo trapianto di cuore nonostante l’organo avesse avuto ben 20 minuti di elettrocardiogramma piatto. Ora però la prospettiva è ben diversa. Del resto, il professor Gerosa lavora al cuore artificiale già da una decina d’anni. “E’ un problema di numeri” dice. “Attualmente in Italia abbiamo circa 750 pazienti in lista d’attesa ma riusciamo a fare solo 300 trapianti di cuore l’anno. Ciò significa che diamo una risposta a meno del 50% dei pazienti”.

Professor Gerosa, non esistono già prototipi di cuore artificiale?

“Ne abbiamo due. C’è il cuore artificiale nordamericano, che è stato impiantato a Padova nel 2007, ma è molto rumoroso e questo incide sulla qualità di vita. Poi ce n’è uno francese ma è troppo grande, di conseguenza non può essere impiantato in un corpo minuto. Ma è bene specificare che, in entrambi i casi, si tratta di interventi-ponte, in attesa di un donatore compatibile. Il nostro sarà completamente diverso”.

Come funzionerà, quindi, il cuore artificiale che sarà realizzato a Padova?

“Sarà grande circa 8 centimetri per 8, in modo che possa andare bene per tutte le corporature. Ma soprattutto sarà una terapia alternativa, non un ponte in attesa del donatore. Un pool di ingegneri e biologi studierà i migliori materiali, in modo da renderlo completamente biocompatibile. Non ci sarà bisogno della terapia immunosoppressiva, solo quella anticoagulante”.

Che durata potrà avere?

“Circa 20 anni. Ma anche i cuori migliori trapiantati, dopo un lungo periodo, richiedono di essere sostituiti”.

Quanto costerà?

“Per realizzare il prototipo serviranno circa 50 milioni in 5 anni. Quanto ai singoli pezzi, posso parlare degli unici due attualmente esistenti: circa 250 mila euro per il cuore artificiale francese e 100 mila per quello americano”.

Probabilmente quello padovano costerà anche di più. E’ sostenibile una spesa del genere?

“Il costo non va commentato in maniera astratta, ma bisogna confrontarlo con le spese sostenute per assistere pazienti affetti da scompenso, che entrano ed escono dagli ospedali, con ricoveri continui. E’ un ragionamento che si fa quando si calcola il costo del trapianto di rene rispetto a quello della dialisi”.

Un costo del genere non rischia di aprire il campo a investitori, con la conseguenza di uno slittamento della sanità sempre più verso il privato?

“L’idea è quello di mettere a punto qualcosa che abbia ricadute sull’umanità e lo stiamo facendo qua, con l’Università e l’Azienda ospedaliera di Padova. Detto questo, chiunque abbia un’adeguata disponibilità finanziaria e una visione per riuscire a interpretare il futuro, potrebbe entrare in questa arena”.

Al momento si parla di Leonardo e Ferrari. Conferma?

“Non posso, c’è molta riservatezza al momento. Lo diremo al momento opportuno”.

Non crede possano sorgere conflitti di natura etica?

“No, i sistemi meccanici li usiamo da tempo, penso a quelli per l’assistenza ventricolare sinistra”.

Dunque sarebbe a tutti gli effetti un sistema meccanico?

“Il cuore è una pompa. Io e il mio staff stiamo creando un sistema che abbia questa funzione nel modo più silenzioso possibile”.

E come si caricherà?

“In questo momento i cuori artificiali hanno cavetti che si connettono all’esterno. Noi vogliamo ottimizzare la biocompatibilità con sistemi di trasmissione di energia transdermica: potrebbe bastare una semplice piastra appoggiata sul petto del trapiantato”.

E' vero che le norme di sicurezza sulla circolazione stradale hanno inciso sulla disponibilità di organi a disposizione per i trapianti?

"La legge sul casco è la dimostrazione che una norma, se rispettata, può modificare gli scenari sanitari. Abbiamo avuto modo di vedere che è cambiato il profilo clinico del donatore. Prima era un soggetto che andava incontro a morte celebrale post traumatica, oggi questi donatori sono quasi azzerati. I donatori di cuore sono per lo più persone reduci da ischemie cerebrali".

Dopo tutto ciò che ha fatto in questi anni per la cardiochirurgia, questo può essere considerato il coronamento della sua carriera?

"Quando abbiamo fatto il primo trapianto da cuore fermo gli americani ci dicevano che era impossibile con 20 minuti di elettrocardiogramma piatto. Noi ci abbiamo creduto, l'abbiamo fatto e da maggio scorso ne sono già stati fatti altri 14, con un solo decesso per cause extracardiache. Io penso sempre a una frase celebre di Anatole France: per realizzare grandi cose non dobbiamo solo agire, ma anche sognare; non solo progettare ma anche credere".

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