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Medici in fuga: uno su due pensa alla pensione anticipata. Uno su tre se tornasse indietro non farebbe Medicina

(ansa)
I dati Fadoi: paura del taglio dell’assegno previdenziale e turni massacranti spingono il 46% dei camici bianchi a ritirarsi. E anche il 38% dei giovani cambierebbe mestiere o Paese o passerebbe al privato
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Quasi metà dei medici è pronto a lasciare definitivamente il camice bianco per evitare tagli alla pensione e sfuggire a carichi di lavoro eccessivi. Addirittura, un terzo di questi professionisti se tornasse indietro non si iscriverebbe più a Medicina, mentre il 12% pensa di cambiare lavoro. I dati raccontano il grandissimo disagio di una categoria che in questi ultimi anni sta facendo i conti con pesanti problemi di organico per certe specialità ma anche con un aumento delle attività da svolgere. Non è un caso che tutti i sindacati, anche se separatamente, nelle scorse settimane abbiano fatto sciopero, prima di tutto contro una manovra considerata penalizzante per la sanità e poi contro la riforma delle pensioni dei medici.

I dati, molto preoccupati, su…

Quasi metà dei medici è pronto a lasciare definitivamente il camice bianco per evitare tagli alla pensione e sfuggire a carichi di lavoro eccessivi. Addirittura, un terzo di questi professionisti se tornasse indietro non si iscriverebbe più a Medicina, mentre il 12% pensa di cambiare lavoro. I dati raccontano il grandissimo disagio di una categoria che in questi ultimi anni sta facendo i conti con pesanti problemi di organico per certe specialità ma anche con un aumento delle attività da svolgere. Non è un caso che tutti i sindacati, anche se separatamente, nelle scorse settimane abbiano fatto sciopero, prima di tutto contro una manovra considerata penalizzante per la sanità e poi contro la riforma delle pensioni dei medici.

I dati, molto preoccupati, sul desiderio dei dottori di smettere arrivano da Fadoi, la Federazione degli internisti ospedalieri, che ha fatto un sondaggio su un campione di professionisti che lavorano, sia da molto tempo che da meno di 10 anni, nel servizio sanitario nazionale.

La pensione

Per evitare i tagli alla pensione, circa il 46% di chi può farlo smetterebbe subito. La percentuale è così alta, spiegano da Fadoi che se “pure nel 10% dei casi questa intenzione si trasformasse in realtà significherebbe la fuoriuscita anticipata dai nostri ospedali di decine di migliaia di professionisti”. Tra le cause che spingono verso il pensionamento anticipato c’è (nel 57% dei casi) la paura di subire un taglio alla propria pensione, magari con misure retroattive come quelle introdotte nella manovra, anche se poi alleggerite con un successivo emendamento. Ne 31% pesano i carichi di lavoro eccessivi, quasi il 10% dei professionisti vorrebbe invece chiudere la carriera all’estero e il 2% lamenta la bassa retribuzione.

I giovani che lascerebbero

Ma sono disposti a lasciare il sistema sanitario anche professionisti più giovani, distanti dall’età pensionabile. In tutto andrebbe via il 38% dei medici in queste fasce di età. Il 22% cambierebbe per andare nel privato, il 12% addirittura pensa di cambiare del tutto attività e il 4% andrebbe all’estero.

Le motivazioni di chi resta

Chi vuole restare a lavorare nella sanità pubblica è fortemente motivato. Il 59% spiega di voler garantire a tutti il diritto alla salute, il 17% percepisce ancora come un valore la sicurezza del posto di lavoro, mentre per il 13% non scioglie il legame con il servizio sanitario perché nel pubblico le esigenze assistenziali vengono prima di quelle economiche. Poi c’è un 9% motivato dalla qualità dei nostri ospedali, considerata alta.

La situazione nelle medicine interne

Gli internisti hanno lavorato anche sui problemi del loro settore, che assorbe circa la metà di tutti i ricoveri ospedalieri. La carenza di personale resta la difficoltà più pesante per oltre la metà dei medici contattati. Per il 30% c’è una scarsa valorizzazione del medico di medicina interna nell’organizzazione del lavoro ospedaliero. Per il 9% c’è poca o nulla integrazione tra l’ospedale e o servizi territoriali e per il 7% l’elemento di maggiore criticità è la carenza di posti letto. Solo il 21% degli internisti pensa che usare gli specializzandi per coprire i buchi nelle piante organiche possa mettere a rischio la qualità dell’assistenza.

In manovra si è deciso di pagare di più gli straordinari, per ridurre le liste di attesa. Solo il 10% degli internisti la considera una misura efficace, mentre per il 41% bisogna assumere personale e per il 20% organizzare meglio l’attività.

“Reparti sotto-dotati di organici e tecnologia”

Secondo il presidente di Fadoi, Francesco Dentali, “l’indagine rivela, forse a sorpresa per chi non conosce a fondo la realtà medica, che per continuare a tenere legati i medici al servizio pubblico non sono tanto le più alte retribuzioni, che pur andrebbero almeno avvicinate a quelle europee, quanto piuttosto il miglioramento delle condizioni di lavoro e di carriera, oltre che la garanzia del rispetto dei diritti pensionistici acquisiti. Preoccupa quel 40% che pensa di lasciare il servizio pubblico, ma sono gli stessi medici nelle loro risposte a indicare la via della rinascita: un Ssn che torni a garantire a tutti il diritto alla salute, apponendo le esigenze assistenziali davanti a quelle economiche, indicate da oltre il 70% dei medici come elemento che ancora li lega al pubblico”. Per il presidente della Fondazione Fadoi, Dario Manfellotto, “quanto una buona riorganizzazione possa incidere positivamente nel motivare i medici lo dimostrano le criticità emerse riguardo le medicine interne che assorbono una parte notevole di tutti i ricoveri. Nei nostri reparti basterebbe superare una anacronistica classificazione ministeriale, che li definisce ancora a bassa intensità di cura, quando basta scorrere l’elenco delle cartelle cliniche per capire che i nostri sono pazienti complessi necessitano di alti livelli di assistenza. Un problema che si traduce in una sotto-dotazione sia in termini di organico che di tecnologia”.

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