✕

Molestie sessuali in ospedale: “Ci sono chirurghi che allungano le mani perfino sotto al tavolo operatorio”

Intervista ad Antonella Vezzani, presidentessa dell’Associazione italiana donne medico. “Quando all’università il professore mi invitò a cena mi presentai con le amiche”
2 minuti di lettura

Non bastavano le molestie subite in prima persona. Antonella Vezzani ha raccolto anche le confidenze di decine di colleghe in camice bianco. La presidentessa dell’Associazione italiana donne medico, 68 anni, anestesista in pensione, è anche consigliera di parità della provincia di Parma: la figura cui si rivolgono le donne che subiscono discriminazioni di genere.

“Me ne hanno raccontate tante, da tutta Italia. Una volta addirittura mi hanno riferito di chirurghi che allungavano le mani o le gambe sotto al tavolo operatorio. Questo è forse l’episodio più emblematico: senza civiltà, rispetto reciproco e inclusione l'ambiente di lavoro può deteriorarsi rapidamente”.

Ma chi operava il paziente se il chirurgo usava le mani altrimenti?
“La sala operatoria è purtroppo un luogo che si presta alle molestie: si lavora gomito a gomito e a porte chiuse. Leggevo su una rivista di medicina internazionale la storia di una donna anestesista impegnata a intubare un paziente. Proprio nel momento in cui …

Non bastavano le molestie subite in prima persona. Antonella Vezzani ha raccolto anche le confidenze di decine di colleghe in camice bianco. La presidentessa dell’Associazione italiana donne medico, 68 anni, anestesista in pensione, è anche consigliera di parità della provincia di Parma: la figura cui si rivolgono le donne che subiscono discriminazioni di genere.

“Me ne hanno raccontate tante, da tutta Italia. Una volta addirittura mi hanno riferito di chirurghi che allungavano le mani o le gambe sotto al tavolo operatorio. Questo è forse l’episodio più emblematico: senza civiltà, rispetto reciproco e inclusione l'ambiente di lavoro può deteriorarsi rapidamente”.

Ma chi operava il paziente se il chirurgo usava le mani altrimenti?
“La sala operatoria è purtroppo un luogo che si presta alle molestie: si lavora gomito a gomito e a porte chiuse. Leggevo su una rivista di medicina internazionale la storia di una donna anestesista impegnata a intubare un paziente. Proprio nel momento in cui non poteva interrompere il suo lavoro, il chirurgo da dietro le ha sganciato il reggiseno. Gli altri in sala sono scoppiati a ridere”.


L’associazione Women in Surgery ha effettuato un censimento delle molestie subite dalle donne chirurgo. Repubblica ne ha diffuso i risultati mercoledì.

“È un problema diffuso che nessuno però ha il coraggio di denunciare. I questionari anonimi come quelli di Women in Surgery ci permettono di fare un monitoraggio della situazione. Ci sono poi piccole molestie come battute o ammiccamenti che portano alla normalizzazione di questi gesti. Se nessuno si oppone, gli autori percepiscono un tacito sostegno”.

Le sue esperienze personali?

“Risalgono ad ancor prima della specializzazione. Avevo iniziato a frequentare la scuola di anestesia per avere un assaggio del tipo di lavoro. Un professore mi invitò nel suo studio. Porta chiusa, luce soffusa, mi spiegò che stava attraversando un periodo difficile e io gli restituivo la serenità perduta. Finì ovviamente con l’invitarmi a cena. Lì per lì guadagnai la porta in retromarcia e scappai. Poi iniziai a preoccuparmi: e ora come faccio a iscrivermi alla scuola di specializzazione?”

Cosa fece?

“Parlai con le mie amiche, alcune delle quali attive nel femminismo. Decidemmo che avrei accettato l’invito a cena del professore, ma all’appuntamento si sarebbero presentate anche loro. La serata per lui si trasformò in una lezione su quanto sia ingiusto discriminare le donne sul lavoro. Sorprendentemente non la prese male e io portai avanti la specializzazione senza problemi. Imparai che opporre un no deciso può aiutare. Se tentenniamo, i molestatori vanno avanti. Se facciamo capire che siamo pronte a denunciare, in molti casi si fermano”.

Le sono capitati altri episodi?

“Ricordo un chirurgo che chiamava i colleghi uomini ‘dottori’ e le colleghe donne ‘sorelle’, riferendosi al periodo in cui le infermiere spesso appartenevano agli ordini religiosi. Altri appellativi diffusi sono ‘carina’ o ‘tesoro’. Qualcuno dovrebbe spiegare a questi uomini che certe cose le puoi fare o dire a casa tua. Sul luogo di lavoro no. Sono piccole aggressioni verbali, azioni sottili e ingiuriose”.

Ha mai visto un uomo difendere una dottoressa molestata?

"I meccanismi di paura sono gli stessi. A volte vedi uomini indignati, che vorrebbero intervenire. Anche loro però si interrogano sulle ripercussioni per la loro carriera. Negli ospedali purtroppo gli ingranaggi della gerarchia sanno essere irresistibili. Tuttavia ci sono anche professionisti corretti e sensibili, pronti a schierarsi contro le molestie. In tanti mi hanno chiesto come aiutare le vittime, come riconoscere gli abusi e come comportarsi quando ne sono testimoni”.

Ci sono anche molestie da parte dei pazienti?

“La situazione più rischiosa, anche per la propria incolumità è quella delle guardie mediche notturne, quando può capitare di dover andare da sole a casa dei pazienti. Io lasciavo sempre l’indirizzo preciso e avvertivo: se non torno fra mezz’ora venitemi a cercare. Conosco colleghe che si fanno accompagnare da fratelli, fidanzati o mariti. L’episodio più scioccante con un paziente però mi è capitato durante una normale visita in ambulatorio. Un uomo si è denudato e ha iniziato a masturbarsi davanti a me. Sono rimasta allibita. Sono corsa fuori dalla stanza e ho subito avvertito la moglie. Lei in effetti sembrava meno sconvolta di me”.

Leggi i commenti