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Il fotografo Tanzini: “Sono gli eccessi dei clic imposti dagli influencer”

“Ho ripreso i maniaci dello scatto: a Hong Kong ho visto code con troupe luci e cambio d’abiti”
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Nell’era dell’ego-panorama, un condominio di cinque torri di venti piani e duemila appartamenti come il mostruoso Yick Cheong di Hong Kong può essere perfino più fotografato del Ponte dei Sospiri. Basta che qualcuno dotato di seguito, un influencer, un instagrammer, lo abbia proiettato nell’empireo dei fondali più adatti all’esibizione dell’Io-selfie. Nicola Tanzini, fotografo pisano (e la Torre Pendente c’entra qualcosa…), per tre anni ha visitato in tutto il mondo le decine di nuovi scenari dell’egotismo fotografico retroverso, e vi ha trovato sempre folle di fan imitatori; ne ha fatto un libro, I Wanna Be an Influencer (Skira editore, a cura di Benedetta Donato).

Ne escono foto tutte uguali… perché lo fanno?

«Proprio per questo. Sei il fan di un influencer, e se ti proietti nei suoi luoghi hai la sensazione di far parte della sua comunità. Accadeva anche prima, di vestirsi come i propri idoli, ma oggi quest’ansia di identificazione si è trasferita sugli scenari fotografici».

Cosa r…

Nell’era dell’ego-panorama, un condominio di cinque torri di venti piani e duemila appartamenti come il mostruoso Yick Cheong di Hong Kong può essere perfino più fotografato del Ponte dei Sospiri. Basta che qualcuno dotato di seguito, un influencer, un instagrammer, lo abbia proiettato nell’empireo dei fondali più adatti all’esibizione dell’Io-selfie. Nicola Tanzini, fotografo pisano (e la Torre Pendente c’entra qualcosa…), per tre anni ha visitato in tutto il mondo le decine di nuovi scenari dell’egotismo fotografico retroverso, e vi ha trovato sempre folle di fan imitatori; ne ha fatto un libro, I Wanna Be an Influencer (Skira editore, a cura di Benedetta Donato).

Ne escono foto tutte uguali… perché lo fanno?

«Proprio per questo. Sei il fan di un influencer, e se ti proietti nei suoi luoghi hai la sensazione di far parte della sua comunità. Accadeva anche prima, di vestirsi come i propri idoli, ma oggi quest’ansia di identificazione si è trasferita sugli scenari fotografici».

Cosa rende selfabile un luogo? La notorietà? La bellezza?

«Non c’è gran differenza tra monumenti tradizionali come il Colosseo e luoghi anonimi, magari un parcheggio multipiano. Certo, gli sfondi devono avere una loro forza visuale, ma funzionano solo perché è la presenza dell’ego ingombrante dell’influencer a riempirli».

Ci siamo messi sempre in posa davanti ai monumenti, no?

«Ma il rapporto si è rovesciato: è la visibilità del protagonista famoso a dare valore a un luogo anonimo e non viceversa».

Anche i fotografi ottocenteschi “scoprirono” la Sfinge o il Partenone, e imposero cliché visuali imitatissimi, dov’è la novità?

«Gli influencer non sono più gli archeologi o gli esploratori colti che rifornivano di pittoresco le classi superiori. Sono imprenditori dell’immagine che trasformano luoghi di cui gli importa assai poco in strumenti promozionali della propria carriera commerciale».

Che problemi crea la selfiemania?

«A Hong Kong, fra quei monster building, ho trovato una coda costante di decine di selfisti in attesa, dai più sprovveduti a quelli professionali, con tanto di piccole troupe, luci e cambio di abiti. Uno shooting dura almeno dieci minuti, gli altri aspettano. Si è creato perfino un indotto che affitta costumi e comparse… E nessuno si preoccupa di chi vive in quei tremendi casermoni, se ne vanno senza lasciare nulla nel luogo, tranne i rifiuti. Un cartello avvisa che è vietato fotografare, e che chi si arrampica sul tettuccio di una specie di pozzo di aerazione, il punto reso canonico dagli influencer, lo fa a suo rischio… Niente da fare».

Che senso hanno le reazioni anti-selfie delle autorità locali?

«Sono spesso le stesse autorità che negli anni scorsi hanno caldamente invitato gli influencer a venire a fotografarsi nel loro territorio, per promozione turistica. Senza prevedere il contraccolpo».

Chi è causa del suo selfie pianga sé stesso?

«Proprio così. Nessuno ha ancora capito quanto i social riescano a mobilitare fisicamente la gente. Altro che virtuale».

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