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Carlo Rebellin: “C’è da aver paura in bici, manca il rispetto ma molte piste ciclabili sono pericolose”

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Parla il fratello di Davide Rebellin, il ciclista ucciso da un camionista ora in carcere. “L’inasprimento delle pene è giusto, la linea dura paga”
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È una strage inaccettabile, c’è da aver paura, che si sia ciclisti esperti come era mio fratello o una persona qualsiasi che si sposta in bicicletta».

Carlo Rebellin, dopo il tragico incidente in cui è morto suo fratello Davide, le strade italiane continuano a mietere vittime quasi quotidianamente. L’inasprimento delle pene basta?

«L’aumento delle pene senz’altro serve da deterrente. Chi va in macchina o peggio ancora chi guida un mezzo pesante come quello che ha ucciso mio fratello deve essere consapevole che una banale disattenzione, il cellulare in mano, un sorpasso azzardato possono costare la vita a chi si muove in bicicletta. Devo dire che la vicenda giudiziaria del camionista che ha ucciso Davide è da prendere ad esempio. Speravo in una giustizia che, al momento, ci soddisfa. Quell’uomo è in carcere, ha chiesto più volte gli arresti domiciliari e non gli sono stati concessi. La linea dura è giusta».

La stretta al codice della strada, purtroppo, finora non è bastata.

«In Ita…

È una strage inaccettabile, c’è da aver paura, che si sia ciclisti esperti come era mio fratello o una persona qualsiasi che si sposta in bicicletta».

Carlo Rebellin, dopo il tragico incidente in cui è morto suo fratello Davide, le strade italiane continuano a mietere vittime quasi quotidianamente. L’inasprimento delle pene basta?

«L’aumento delle pene senz’altro serve da deterrente. Chi va in macchina o peggio ancora chi guida un mezzo pesante come quello che ha ucciso mio fratello deve essere consapevole che una banale disattenzione, il cellulare in mano, un sorpasso azzardato possono costare la vita a chi si muove in bicicletta. Devo dire che la vicenda giudiziaria del camionista che ha ucciso Davide è da prendere ad esempio. Speravo in una giustizia che, al momento, ci soddisfa. Quell’uomo è in carcere, ha chiesto più volte gli arresti domiciliari e non gli sono stati concessi. La linea dura è giusta».

La stretta al codice della strada, purtroppo, finora non è bastata.

«In Italia c’è sicuramente un grosso problema infrastrutturale. Le strade sono malconce e strette e ci sono chilometri di finte ciclabili che sono pericolosissime. Si mette una striscia gialla in una carreggiata e si è convinti di aver fatto una pista ciclabile . Così meglio non farle».

Ma sicuramente c’è anche un problema culturale, non crede?

«Assolutamente sì. In Italia manca innanzitutto la cultura del rispetto del ciclista. La maggior parte degli automobilisti guida con il cellulare in mano nonostante le nuove regole del codice della strada e si sorpassa chi va in bicicletta passando a pelo. In Olanda, in Belgio, dove c’è ben altra cultura nessuno guida così».

Dopo l’incidente di suo fratello, ha continuato a uscire in bici?

«Sì, sono 25 anni che vado in bici e continuo ad andare ma sto molto più attento e non nascondo di aver paura. Ogni volta che mi si avvicina un camion annoto sempre mentalmente la targa. Qui nella nostra zona però in tanti sono rimasti davvero colpiti dalla morte di Davide e mi hanno detto di non sentirsi più nelle condizioni di prendere la bici. E questo è un delitto soprattutto in un’epoca come questa dove si dovrebbero lasciare in garage le auto e non le biciclette».

Chi va in bici invece rispetta le regole?

«Per carità, magari anche i ciclisti non osservano sempre la prudenza necessaria, qualcuno si infila tra le auto, ma in generale posso dire che chi va in bici sta sempre molto attento e difficilmente costituisce un pericolo per gli altri».

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