“Io orfano di femminicidio ma lo Stato è assente mentre mio padre è tutelato. Uscirà dal carcere tra poco e io sono terrorizzato”
di Gabriella CantafioPasquale Guadagno, 27 anni
«Definirci orfani di femminicidio non ha senso, se lo Stato non ci tutela» ad affermarlo è Pasquale Guadagno, 27enne udinese, che, a seguito dell’uccisione della madre per mano del padre avvenuta nel 2010 nella frazione di Feletto Umberto, in provincia di Udine, si è sentito abbandonato a sé stesso e ha dovuto ricostruire la sua vita da solo.
Cosa ricorda di quel giorno?
«Ero in piazza a mangiare un gelato con un’amica, quando ho visto sfrecciare le volanti della polizia e inconsciamente ho temuto fosse successo qualcosa alla mia famiglia. La violenza, purtroppo, era pane quotidiano per mio padre, ma non avevo mai pensato potesse ammazzare mia madre. Avevo solo 14 anni, ai tempi non si parlava di femminicidio. Andai verso casa e scoprii che era successo il peggio».
Quel 25 aprile, Festa della Liberazione d’Italia, ha segnato la distruzione della sua famiglia.
«È stato l’epilogo di anni di violenza e vessazioni anche su noi figli. Mia madre ha sopportato pe…
«Definirci orfani di femminicidio non ha senso, se lo Stato non ci tutela» ad affermarlo è Pasquale Guadagno, 27enne udinese, che, a seguito dell’uccisione della madre per mano del padre avvenuta nel 2010 nella frazione di Feletto Umberto, in provincia di Udine, si è sentito abbandonato a sé stesso e ha dovuto ricostruire la sua vita da solo.
Cosa ricorda di quel giorno?
«Ero in piazza a mangiare un gelato con un’amica, quando ho visto sfrecciare le volanti della polizia e inconsciamente ho temuto fosse successo qualcosa alla mia famiglia. La violenza, purtroppo, era pane quotidiano per mio padre, ma non avevo mai pensato potesse ammazzare mia madre. Avevo solo 14 anni, ai tempi non si parlava di femminicidio. Andai verso casa e scoprii che era successo il peggio».
Quel 25 aprile, Festa della Liberazione d’Italia, ha segnato la distruzione della sua famiglia.
«È stato l’epilogo di anni di violenza e vessazioni anche su noi figli. Mia madre ha sopportato per tutelare me e mia sorella. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la sua decisione – da noi sostenuta – di trasferirci a casa dell’uomo che stava frequentando. Forse l’amava davvero, ma mio padre ha letteralmente soffocato mia madre. Dopo la sua morte, sono stato affidato alla famiglia di mio padre».
Da cosa scaturì questa decisione insolita?
«La famiglia di mia madre viveva a Napoli, mentre mia sorella maggiorenne andò a vivere da sola, gli assistenti sociali preferirono non sradicarmi dal mio ambiente. Mia nonna e mia zia paterna abitavano accanto a noi, erano sempre state presenti, ingombranti direi. Ho dovuto sopportare le loro vessazioni: giustificavano mio padre, mi facevano sentire in colpa per aver sostenuto la scelta di mia madre. Mi costringevano ad andare a trovarlo in carcere. Ero un adolescente incompreso e confuso, ma all’esterno indossavo una maschera».
Cioè?
«Per anni ho nascosto il mio dolore, innalzando un muro di silenzio. Mi rifugiavo nell’apparenza di feste e alcool. Sentivo il peso dello stigma, per questo cercavo di dimostrare che potevo essere ciò che volevo, oltre quell’etichetta ingombrante».
Finché il suo corpo non si è ribellato.
«A 17 anni, quando ho deciso di trasferirmi a casa di mia sorella, credevo di aver raggiunto una pace interiore. Abbiamo cercato di costruire una nuova base familiare dalle macerie della nostra infanzia. Ma, purtroppo, la mia sofferenza era ancora latente. Tre anni fa, durante una vacanza, sono stato pervaso da una sensazione di malessere inspiegabile. Ero in preda all’ansia. Unendo i tasselli, ho capito che il mio dolore trattenuto era straripato».
Chi l’ha aiutato?
«Purtroppo le istituzioni sono sempre state assenti. Da solo ho trovato una psicoterapeuta che mi ha reso consapevole delle mie emozioni e tuttora mi segue. Ho scoperto il valore catartico della scrittura che mi ha spinto a racchiudere la mia storia nel libro Ovunque tu sia. Non è stato semplice elaborare il dolore, tra l’altro ho dovuto affrontare le spese da solo. Non ho potuto proseguire gli studi e mi sono dovuto trovare un lavoro. Per lo Stato ero troppo grande per accedere ai pochi fondi stanziati per noi orfani di femminicidio. Come se il mio status avesse una scadenza. Mentre mio padre in carcere ha avuto diritto all’assistenza psicologica e all’inserimento lavorativo, oltre che ai permessi premio, durante i quali ci ha sempre ribadito che non si è mai pentito».
Alcune Regioni, però, si stanno attivando a sostegno di vittime di violenza di genere e orfani di femminicidio, come la Sicilia che ha appena approvato una norma che garantisce l’assunzione nella pubblica amministrazione.
«È una bellissima notizia, da replicare sul territorio nazionale. In Friuli Venezia Giulia, nel 2020, questa proposta di legge è stata bocciata. Sono trascorsi 4 anni nel silenzio. Anzi nell’assurdità: abbiamo chiesto al Comune di Travagnacco – dove risiedevamo – di cremare la salma di mia madre e ci hanno risposto che ci vuole l’autorizzazione di mio padre. Danno potere a colui che ha distrutto la nostra vita. Tra l’altro, fra poche settimane, uscirà dal carcere».
Lo teme ancora?
«Siamo terrorizzati. Ci ha già minacciati di morte e lo abbiamo denunciato, invano. Allo Stato chiediamo di essere ascoltati e tutelati, non possono lasciare che avvenga nuovamente il peggio. Non si può intervenire quando è troppo tardi».